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Vald’Aveto, una microimpresa agricola tenta di contrastare l'impoverimento della montagna

L'esperienza di una coppia cremonese (Angela e Tommy) che si è rifugiata nella piccola località di Castelsottano di Ferriere

Val Nure – Val D’Aveto, anni precedenti il 2012. Angela e Tommy (Tomasino), sono una coppia di cremonesi che, quando gli impegni di lavoro lo consentono, raggiunge con i figli Elisa, Cinzia e Gabriele l’alta val Nure e la val d’Aveto per compiere escursioni e passeggiate tra i boschi. 100_3059-2

Il trasferimento stradale da Cremona all’Appennino non è dei più scorrevoli e allora matura l’idea di acquistare una casa da destinare a base logistica per le vacanze. L’occasione si presenta a Castelsottano, località di antico lignaggio ma ora sconosciuta ai navigatori satellitari. E’ raggiungibile da Castel Canafurone (Ferriere) attraverso una stretta strada che scende per due chilometri sino a una conca alle pendici del monte Gratra, sulla cui sommità sorge il Santuario di Santa Maria del Castello (868 m. slm).La soddisfazione della famiglia è grande ma di breve durata. Nel 2012, Tommy, responsabile di cantiere di un’impresa lombarda che costruisce clean rooms per aziende farmaceutiche è posto in mobilità. Superato un primo periodo di smarrimento, si rifugia a Castelsottano, dove dedica parte della giornata a sottrarre qualche decina di metri di terreno alle erbacce e ai rovi per dedicarli a orto e per allevare qualche gallina, in attesa di poter riprendere il lavoro. La moglie Angela – contabile in aziende della Brianza – quando può, lo accompagna e condivide quello che è un hobby forzato. Il mercato del lavoro continua a rispondere picche e per Tommy, che ha compiuto 55 primavere, l’orizzonte appare sempre più cupo. Occorre un’alternativa, ed ecco che nella ccoppia matura una considerazione: “Se negli anni 50 questo territorio forniva le risorse necessarie per vivere a decine di famiglie, perché non dovrebbe fornire le medesime opportunità a una famiglia sola?”. Cercano relazioni sociali con le poche persone rimaste a presidiare la zona, s’informano sulle tecniche agricole locali e sulle possibilità di avviare alcune colture biologiche. In questo percorso conoscono Alfredo Alberti che oltre ad essere Assessore all'Agricoltura e Ambiente del comune di Bobbio, è un appassionato cultore di antiche varietà autoctone e di semi rari. Da lui ottengono in regalo un sacchetto di una vecchia varietà di frumento tenero, il Gentil Rosso, abbandonata via via dal 1925 quando, con l'inizio della Battaglia del Grano furono introdotte varietà di frumento più produttive. Nell’ottobre 2013 i coniugi seminano a mano tre pertiche di terreno dalle quali con grande soddisfazione vedranno spuntare le piantine che via via accestiranno e si allungheranno sino a un metro e mezzo per poi formare delle spighe molto aristate. Fortuna vuole che alcuni giovani della zona avessero conservato una mietitrebbia da montagna ancora efficiente, con la quale si riuscì a mietere con relativa facilità una modesta quantità di granella, un quarto delle rese di pianura, ma sufficiente a invogliarli a ripetere l’esperienza estendendola anche a una varietà di semi di granoturco vitreo e a limitate coltivazioni di zucche e di patate, elemento primario e di prima qualità dell’alimentazione della zona. Per proseguire ci vuole però qualche fazzoletto di terra in più; di terreni un tempo coltivati e ora invasi dalla vegetazione spontanea ce ne sono. Alcuni proprietari stilano regolare contratto di affitto, altri li cedono verbalmente in via precaria, altri ancora non vedono di buon occhio i nuovi arrivati i quali, alla fine riescono comunque a racimolare circa due ettari di seminativo posti però a macchia di leopardo il che li costringe a tortuosi cammini.

I "neo rurales" di pari passo iniziano un percorso di acquisizioni di macchine agricole: un piccolo trattore e una motozappa vecchi ma funzionanti, poi un ventilabro piuttosto datato, un mulino a pietra e un forno nuovo di pacca a camera di cottura separata dalla combustione; costruiscono inoltre i recinti per allevamenti ruspanti di conigli, galline e anatre. Di tutti gli eventi, la coppia tiene un’accurata registrazione e da quelli negativi trae opportune esperienze; impara che i terreni vanno cintati con filo elettrico per tenere lontano le visite di cinghiali e caprioli; analoga protezione occorre per gli spazi destinati agli animali da cortile che vanno anche protetti da reti per evitare che i capi diventino preda delle poiane e probabilmente dell’aquila avvistata più volte. Scoprono che i mais quarantini richiedono troppa acqua per la disponibilità della zona, mentre riesce meglio lo Spin di Caldonazzo una varietà a pannocchia molto compatta, e che meli e pruni di pianura non riescono bene. Li innestano su una pianta selvatica della zona, risultati si vedranno però tra qualche anno…

Ma soprattutto scoprono l’ottusità della burocrazia che tratta questo avamposto di micro imprenditoria al pari di una grande azienda di pianura con annessa attività di trasformazione, impedendo produzioni di marmellate e  confetture varie. Passione, determinazione, sacrifici e mesi di pratiche vincono però le tante difficoltà e da qualche mese gli uffici certificano l’”Azienda Agricola le Cascinelle” di Tomasino Pegolani, con sede a Casalsottano. Tra le produzioni che il passa parola diffonde, gli ottimi prodotti da forno preparati con le farine del Gentil Rosso e dello Spin di Caldonazzo, oltre che con la maestria della signora Angela. IMG_1868-2

- Ora che avete ottenuto la certificazione aziendale – chiediamo - avete trovato risposta alla domanda sulla possibilità di sopravvivenza con le risorse autoprodotte?

Non ancora, però siamo in grado di fare alcune considerazioni; le famiglie di un tempo avevano più braccia da lavoro e molte meno esigenze; non erano sommerse da normative, registri e da ricorrenti adempimenti fiscali e soprattutto avevano un bagaglio di esperienze che consentiva loro di raccogliere frutti e utilizzare tanti sottoprodotti del bosco.

Siamo comunque ancora ben motivati e convinti di riuscire a raggiungere in qualche anno il traguardo dell’autosufficienza. In questo primo periodo è stato essenziale l’aiuto della rete Internet, che con il telelavoro ha consentito ad Angela di conservare la sua attività di contabile; senza la “rete” ad alta velocità ci sentiremmo completamente isolati.

La testimonianza di Sergio Campodall’Orto

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 L’esperienza delle Cascinelle – afferma il docente universitario e consulente d’impresa Sergio Campodall’Orto - induce ad alcune considerazioni più generali. Innanzitutto che si possa tentare di invertire il percorso di depauperamento che ha caratterizzato le alti valli appenniniche; rafforza la speranza che sia possibile far rivivere i luoghi un tempo abitati con decine e decine di persone. Non è certo la risoluzione di tutti i problemi del territorio ma è un primo gradino sulla strada del cambiamento. Non può essere infatti solo l’agricoltura a consentire l’inversione di tendenza ma può esserlo se viene unita a tutte le opportunità che l’ambiente consente: dal grande apporto che potrebbe venire dal turismo, dai servizi per i residenti, dalle start up sociali, ai prodotti alimentari. Pone però il problema della necessità dell’incentivazione del recupero del territorio attraverso azioni generate dal basso sia con la promozione sia con il sostegno delle microattività come quella di Angela e Tommy, puntando ad eliminare ad esempio alcuni dei più macroscopici vincoli burocratici.

Troppo spesso si sente ripetere che ormai è troppo tardi e che dovevano essere prese iniziative prima che la gente lasciasse i luoghi delle alti valli piacentine. La valorizzazione della solidarietà, dell’aiuto reciproco che è tipica di questi luoghi dovrebbe essere uno dei driver principale di ogni iniziativa di intervento. Per far questo è però necessario una forte visione strategica, oltre che di volontà del fare. Troppo spesso i decisori nelle amministrazioni pubbliche si appiattiscono sull’attività quotidiana tralasciando un intervento di maggior visione e di un’illuminata gestione del territorio. Occorre poi il diretto coinvolgimento dei non residenti (come i possessori di case spesso ereditate) e dei cosi detti turisti. Questi due soggetti possono essere un’importante risorsa per tutti i territori appenninici eppure la loro voce, in molti casi, non viene adeguatamente ascoltata e vengono considerati più dei bancomat che una opportunità.

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