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Da sinistra: Walter Siti e Stefano Rodotà

Da sinistra: Walter Siti e Stefano Rodotà

Walter Siti al Festival: «Il diritto più negato è quello alla rivoluzione»

Walter Siti a Palazzo Gotico: «In occidente da parecchio tempo, dalla fine degli anni'70, le parole "rivoluzione" e "violenza" sono diventate tabù»

Nella serata di sabato 26 settembre si è tenuta a palazzo Gotico una conferenza, introdotta da Stefano Rodotà, di Walter Siti, un critico letterario, saggista e scrittore. Nel 2013 ha vinto il premio Strega con il romanzo "Resistere non serve a niente":

«Non ho mai nascosto la mia avversione per il diritto. Se lo consideriamo un modo di portare ordine nel caos, capisco come esso possa diventare una vera e propria passione. Tuttavia trovo che l'ordine sia un nemico: il male, dice Leopardi, è nell'ordine. All'epoca della mia adolescenza non si poteva manifestare l'amore omosessuale e questo mi portava a credere di avere il diritto di sottrarmi ai doveri visto che in qualche modo non mi venivano riconosciuti i diritti che pensavo di dover avere. Tra i 20 e i 30 anni invece non volevo avere diritti: ero d'accordo con Pasolini che tutto quel parlare di diritti portasse all'omologazione, che in realtà fosse una strategia del potere per cercare di far diventare le persone tutte uguali. Ora ho fatto pace con la società: mi sono integrato. Tuttavia penso tutt'ora che ci sia un diritto davvero molto importante che viene negato: il diritto alla rivoluzione, al cambiamento radicale. E questa operazione viene fatta mettendo i diritti uno contro l'altro: la contradditorietà dei diritti. Ci sentiamo dire spesso che un diritto contraddice un altro diritto: per esempio il diritto alla libertà contraddice quello alla sicurezza». 

«Siamo usciti da poco - osserva Siti - da un momento storico in cui regnava la logica del desiderio: si desiderava tanto e subito, si desiderava l'ultimo modello della lavatrice anche se quella vecchia funzionava ancora. Ho la netta sensazione che negli ultimi 8 anni questo mondo che sembrava eterno, sia finito in un soffio. Il vero problema adesso è capire se è davvero caduto in briciole oppuire si è insinuato nelle teste delle persone. Dall'epoca dei desideri si è passati all'epoca dei bisogni: i nuovi soggetti dei media sono diventati le vittime, quelli senza casa, senza patria e così via. Mentre la prospettiva del desiderio era apparentemente personale ma di fatto molto illuministica, questo nuovo immaginario con il tema del bisogno mi pare meno addomesticabile con l'illuminismo e la ragione. Bisogna pensare che la società non si può governare solo con la ragione ma è anche necessario utilizzare la contrapposizione del sentimento al sentimento, bisogna allargare le possibilità anche a ciò che non è razionale per rispondere al tema del bisogno». 

«In occidente da parecchio tempo, dalla fine degli anni '70 - continua lo scrittore - le parole "rivoluzione" e "violenza" sono diventate tabù. Non si può fare una rivoluzione senza violenza. Si è arrivati ad una sopravvalutazione della vita umana come se la vita di un singolo valesse più di tutto il mondo. È come se ad un certo punto la nostra cultura abbia detto: cambiare del tutto non si può, facciamo quello che riusciamo ma sempre nei limiti prescritti dalla legge. La logica del kamikaze ha spiazzato l'occidente: ci ha ricordato che si può dare la vita per un ideale. Il futuro ci costringerà a rompere questa barriera. 

Si è poi parlato anche di migrazione: «Il diritto di spostarsi non è negabile a nessuno. Si dice che ci sono i poveri anche da noi ma non si ha la concezione delle proporzioni: la differenza è enorme. I nostri poveri non sono uguali ai loro poveri, il livello di povertà è totalmente diverso. Il diritto alla migrazione non mi sembra solo un diritto ma una cosa inevitabile e che non si può negare a nessuno». 

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