«Compiere illeciti è il modello normale della loro esistenza»

Campo nomadi, operazione Tower: nell’ordinanza di arresto di 39 persone uno spaccato della vita della gang di sinti smantellata dalla procura e dai carabinieri. Dai furti, alla ricettazione, alle truffe, alle minacce al sindaco di Caorso

Un momento dell'operazione nei campi nomadi

«La comune appartenenza all’etnia sinti, o comunque i forti legami famigliari, venutisi a creare con tali soggetti (ad esempio per Fabrizio Maggio) e l’assenza di una stabile attività lavorativa confermano la condivisione di una cultura nella quale il compimento dell’attività illecita - perpetrata anche attraverso sistematici furti nei supermercati per procurarsi derrate alimentari o la richiesta ingiustificata di sussidi agli Enti locali - risulta normale modello di conduzione della loro esistenza, situazione che rende allo stato impossibile formulare una prognosi positiva circa la capacità degli indagati di rispettare le prescrizioni attinenti a misure cautelari più lievi».

E’ uno spaccato sulla vita dei sinti che vivono nei campi, la parte conclusiva dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, Luca Milani, che ha disposto diverse misure cautelari per 39 persone arrestate dai carabinieri nell’operazione Tower. Un’organizzazione strutturata, con un capo riconosciuto, il 52enne Rocco Bramante, dedita a commettere illeciti di vario tipo, forse in possesso di armi, o comunque di armi rubate scambiate con la cocaina, che arriva a controllare la piattaforma per i rifiuti di Caorso e a minacciare addirittura il sindaco, Roberta Battaglia. Il capo della gang - che secondo il sostituto procuratore Matteo Centini utilizzava metodi tipici del crimine organizzato - era andato dal sindaco e le aveva urlato in faccia che lui doveva poter prendere i rifiuti ferrosi dalla discarica, per campare, perché «il Comune non gli dava un lavoro e che doveva farlo perché doveva mantenere tutti gli zingari del campo nomadi, e se l’avesse bloccato dovevano andare tutti a rubare». 

E per chiarire i rapporti, l’uomo le aveva puntato il dito contro dicendo “tu donna…”. Un comportamento che è costato a Bramante l’accusa pesante di minaccia a una pubblica autorità. E l’accusa di istigazione alla corruzione, per aver offerto denaro al dipendente che doveva controllare l’area per il deposito rifiuti. Nei giorni scorsi si sono tenuti gli interrogatori di garanzia e per alcuni di loro il giudice ha già deciso sulla permanenza in carcere o meno.

GLI ARRESTATI IN CARCERE Rocco Bramante, Giordana Lucchesi, Moreno Armeni, Lucia e Sadoma, Libiati Clarissa Armeni, Isabella Fulle, Daniela Armeni, Damiano Guarda, Bryan Lichtemberger, Manolo Lichtemberger, Diego Lichtemberger, Kelly Lichtemberger, Meri Lichtemberger, Jason Lichtemberger, Fabrizio Maggio, Giovanni Proie, Devis Renati, Dylan Renati, Cristian Renati, Pietro Zammatti Kevin Reinhard, Romeo Pietta. L’avvocato Camillo Bongiorni, con alcuni colleghi di Torino, assiste 18 di loro. Dopo l’interrogatorio, in cui tutti gli arrestati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, il legale aveva chiesto gli arresti domiciliari. Al termine il giudice li ha concessi solo a tre di loro: Lucia e Sadoma Libiati e Clarissa Armeni.

GLI ARRESTATI AI DOMICILIARI Marco Baldini, Luigi Sgorbati e Bruna Binelli (della Cartocast), Ivan e Christian Castagnetti (La Recuperi), Priscilla Armeni, Elvis Ferrari e Samuel Foderà. I titolari delle due aziende che acquistavano il materiale ferroso sono indagati soltanto per ricettazione.

DIVIETO DI DIMORA A CAORSO Maria Gabriele, Salvatore e Pietro Maggio, Mariora Ona. 

Per le persone in carcere le accuse sono di associazione per delinquere finalizzata al furto, alla ricettazione, all’estorsione, alla truffa, all’uso indebito di mezzi di pagamento elettronici (bancomat e banconota rubati nelle casa e poi utilizzati per ritirare soldi).

I REATI I settori in cui il gruppo di sinti operava era diversi: si andava dai furti nelle abitazioni, a quelli sulle auto, ai portafogli nei bar, ma anche alla ricettazione di ferro, alluminio e rame di illecita provenienza, allo scambio di armi rubate negli appartamenti con cocaina. Insomma, un’azienda strutturata: il manager Bramante, poi chi ruba, chi ricetta, chi valuta la refurtiva, chi gestisce le donne che vanno a rubare o irretiscono uomini anziani con la promessa di favori sessuali per poi depredarli. Furti di qualsiasi cosa avesse un valore, di corrente elettrica dalle centraline Enel, di cibo e altri generi nei supermercati, di richieste di assistenza al Comune di Caorso e alla parrocchia.

L’elenco è ripetuto dal giudice che scrive «…e nella specie furti aggravati ai danni di abitazioni private, cascinali rurali, in esercizi commerciali, in danno di persone anziane, su autoveicoli in sosta, estorsioni ai danni dispersione anziane, ricettazione riciclaggio di beni di provenienza illecita, quali ad esempio telefoni cellulari, computer, gioielli e materiale ferroso, utilizzo fraudolento di mezzi elettronici di pagamento».

IL CAPO A capo di tutto ci sarebbe, secondo la procura, Rocco Bramante «…con il ruolo di promotore e organizzatore, capo indiscusso dell’associazione, coordinava le attività illecite di tutto i partecipi, gestendo in prima persona le attività di ricettazione della refurtiva procurata dai diversi partecipi sulla quale vantava una prelazione; coordinava e gestiva in prima persona le attività di furto e ricettazione del materiale ferroso e comunque dai rifiuti - con particolare riferimento all’area ecologica di Caorso - e i rapporti con le compiacenti ditte di trattamento rifiuti quali Cartocast srl e Recuperi di Baldini Marco & co. snc; organizzava tutte le attività di supporto degli associati detenuti, gestendo i rapporti con i legali, i colloqui in carcere ed il loro sostentamento; aveva l’ultima parola quanto al compimento di crimini maggiori quali le rapine».

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