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Zona rossa, arancione, verde: quali sono i criteri per chiudere le regioni

Il lockdown scatta per chi ha rischio alto e scenario 4, se scende a 3 le restrizioni sono limitate. Tra i 21 indicatori anche contagi e tamponi

Quali sono i criteri per collocare un territorio o un'intera regione in zona rossa, zona arancione o zona verde? Mentre il nuovo Dpcm attende di essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore da domani 5 novembre fino al 3 dicembre, deve essere ancora pubblicato il report dell'Istituto di Superiore di Sanità e del ministero che dividerà l'Italia in tre fasce di rischio. Sappiamo già però che gli indicatori sono in tutto 21, dall’occupazione dei posti letto in terapia intensiva alla capacità di fare il tracciamento, dalla diffusione del virus alla rapidità nel fare i tamponi.

Zona rossa, arancione, verde: quali sono i criteri per chiudere le regioni

Il più importante, spiega oggi Michele Bocci su Repubblica, è la classificazione complessiva del rischio che va da alto a moderato. Poi ci sono gli scenari, che si basano sull'indice di contagio Rt e che hanno un livello tra 1 e 4 e che già classificano cinque regioni a rischio lockdown totale. Il combinato disposto di questi due indicatori (rischio alto e scenario 4) porta a finire nella zona rossa. La valutazione risale al 30 aprile scorso, quando vennero fissati i criteri in un momento in cui l'emergenza sembrava in via di risoluzione. Nel frattempo il documento  “Prevenzione e risposta al Covid: evoluzione della strategia e pianificazione per il periodo autunno-invernale” indica quali interventi adottare a seconda della gravità dello scenario. 

Ci sono poi sei indicatori sulla capacità di monitoraggio (il cosiddetto contact tracking, che nel frattempo secondo gli esperti è saltato); poi ce ne sono altri 6, che descrivono “Capacità di accertamento diagnostico, indagine e di gestione dei contatti”. Ad esempio la percentuale di tamponi positivi esclusi i secondi e i terzi test sulle stesse persone, oppure il tempo che passa dai sintomi alla quarantena e alla diagnosi. Nelle aree ad alto rischio che ricadono negli scenari 3 e 4 indicati nel documento dell'Iss - quelle caratterizzate da uno scenario di 'elevata gravità e quelle nelle quali ci sono situazioni di 'massima gravità - "è vietato ogni spostamento in entrata e uscita dai territori". Il provvedimento - che sarà adottato con ordinanze del ministro della Salute - può riguardare intere "Regioni o parti di esse". La differenza tra le zone che ricadono nello scenario 3 e in quelle che rientrano nel 4 sta nel fatto che in queste ultime sono vietati anche gli spostamenti "all'interno dei medesimi territori", dunque a livello comunale e provinciale.

Quindi ci sono gli indicatori di risultato e relativi alla stabilità di trasmissione e alla tenuta dei servizi sanitari, che osservano la crescita o il decremento del numero dei positivi negli ultimi 7 e 14 giorni, i nuovi focolai e per quante persone la fonte dell'infezione è sconosciuta. Gli altri criteri sono la situazione dei pronto soccorso, delle terapie intensive e dei reparti medici. Il campanello d'allarme suona quando viene occupato il 30% dei posti dedicati ai malati di Covid-19. 

Cosa c'è nel nuovo Dpcm

Lo scenario 4 e l'indice di contagio Rt

 I quattro scenari sono stati inseriti con il documento “Prevenzione e risposta al Covid”, per dare suggerimenti sulle misure da prendere in base alla gravità della situazione. Si fondano sull’Rt, cioè il fattore di replicazione della malattia nell’arco di una settimana.  Questi sono, in sintesi, i quattro scenari:

  • SCENARIO 1: Situazione di trasmissione localizzata (focolai) sostanzialmente invariata rispetto al periodo luglio-agosto 2020, con Rt regionali sopra soglia per periodi limitati (inferiore a 1 mese) e bassa incidenza, nel caso in cui la trasmissibilità non aumenti sistematicamente all’inizio dell’autunno, le scuole abbiano un impatto modesto sulla trasmissibilità e i sistemi sanitari regionali riescano a tracciare e tenere sotto controllo i nuovi focolai, inclusi quelli scolastici;
     
  • SCENARIO 2: Situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa ma gestibile dal sistema sanitario nel breve- medio periodo, con valori di Rt regionali sistematicamente e significativamente compresi tra Rt=1 e Rt=1,25 (ovvero con stime dell’Intervallo di Confidenza al 95% - IC95% - di Rt comprese tra 1 e 1,25), nel caso in cui non si riesca a tenere completamente traccia dei nuovi focolai, inclusi quelli scolastici, ma si riesca comunque a limitare di molto il potenziale di trasmissione di SARS-CoV-2 con misure di contenimento/mitigazione ordinarie e straordinarie;
     
  • SCENARIO 3: Situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa con rischi di tenuta del sistema sanitario nel medio periodo, con valori di Rt regionali sistematicamente e significativamente compresi tra Rt=1,25 e Rt=1,5 (ovvero con stime IC95% di Rt comprese tra 1,25 e 1,5), e in cui si riesca a limitare solo modestamente il potenziale di trasmissione di SARS-CoV-2 con misure di contenimento/mitigazione ordinarie e straordinarie. La crescita del numero di casi potrebbe comportare un sovraccarico dei servizi assistenziali entro 2-3 mesi;
     
  • SCENARIO 4: Situazione di trasmissibilità non controllata con criticità nella tenuta del sistema sanitario nel breve periodo, con valori di Rt regionali sistematicamente e significativamente maggiori di 1,5 (ovvero con stime IC95% di Rt maggiore di 1,5). Anche se una epidemia con queste caratteristiche porterebbe a misure di mitigazione e contenimento più aggressive nei territori interessati, uno scenario di questo tipo potrebbe portare rapidamente a una numerosità di casi elevata e chiari segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali, senza la possibilità di tracciare l’origine dei nuovi casi. La crescita del numero di casi potrebbe comportare un sovraccarico dei servizi assistenziali entro 1-1,5 mesi, a meno che l’epidemia non si diffonda prevalentemente tra le classi di età più giovani, come osservato nel periodo luglio-agosto 2020, e si riuscisse a proteggere le categorie più fragili (es. gli anziani). A questo proposito, si rimarca che appare piuttosto improbabile riuscire a proteggere le categorie più fragili in presenza di un’epidemia caratterizzata da questi valori di trasmissibilità.

In base a questo il governo ha immaginato quindi che collocare una regione invece che un'altra in zona rossa, arancione o verde diventi automatico. E proprio su questo i presidenti di Regione hanno scritto una lettera a Conte in cui esprimono preoccupazione per i passaggi del Dpcm che "esautorano il ruolo e i compiti delle Regioni e Province autonome, ponendo in capo al governo ogni scelta e decisione" e vogliono "un contraddittorio per l'esame dei dati" insieme ai tecnici dei dipartimenti regionali. 

Ma a parte i tentativi dei governatori di buttarla in politica, c'è chi ha seri dubbi scientifici proprio sull'indicatore principale, ovvero l'indice di contagio Rt:  ''L'indice Rt, il rapporto fra positivi e tamponi e il tasso di occupazione degli ospedali sono i parametri che tutto il mondo usa. Ma hanno i loro limiti'', dice a La Repubblica è Alessandro Vespignani, che insegna a Boston alla Northeastern University e si occupa di modelli informatici di diffusione delle epidemie. ''Dall'inizio dell'epidemia - afferma - abbiamo a che fare con dati che lasciano a desiderare. Ma ci rendiamo conto che raccoglierli è un lavoro complesso, e la situazione è dura per tutti. Sappiamo che questi parametri riflettono una situazione che risale ad almeno una settimana prima. Possiamo cercare di ridurre questo ritardo, ma non eliminarlo''.

"L'indice Rt in Italia viene calcolato bene - concede Vespignani -. Poi certo, riflette il ritardo fra contagio e notifica dei casi e non sempre raggiunge la granularità territoriale che sarebbe necessaria. Perché le grandi città sono una cosa, le aree rurali un'altra". L'Rt conta solo i sintomatici, spiega, ''per ragioni tecniche: c'è bisogno di indicare la data di insorgenza dei sintomi. Il problema di Rt è che ha margini di errore molto grandi. E se i risultati dei tamponi arrivano in ritardo, diventa un indicatore poco tempestivo''. Quanto ai tassi di occupazione degli ospedali, prosegue, ''in Italia tengono conto solo del saldo dei ricoverati. Non calcolano il numero di chi entra e di chi esce. Invece sarebbe importante conoscere i flussi, per capire l'andamento dell'epidemia. La sfida più difficile, con questo virus, è provare a prevederne l'andamento. Se ci si ritrova a inseguire, tutto diventa più difficile".

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