23 maggio 2017, venticinquesimo anniversario della strage di Capaci: l’antefatto

Il 1992 viene ricordato come l’anno di una memorabile sentenza: la Cassazione, a gennaio di quell’anno, confermava la sentenza del maxiprocessso a Cosa Nostra; convalidava  quindi il lavoro che era stato svolto dal pool di Antonino Caponnetto. Anno memorabile, quell’anno: a marzo a Mondello viene ucciso Salvo Lima eurodeputato andreottiano; a maggio Falcone, la moglie e la scorta; a  luglio Borsellino e la scorta; settembre omicidio Ignazio Salvo, ex esattore legato a Lima ed Andreotti. Il 23 di questo mese ricordiamo la stage di Capaci, l’uccisione di Falcone e di parte della sua scorta.

Di questa strage e su questa strage si sa tutto, sugli esecutori e sui mandanti: i capi della stessa organizzazione mafiosa.  Sappiamo tutta la verità come ce l’hanno indicata i procedimenti giudiziari e le relative sentenze definitive, nel momento in cui l’inchiesta sui “mandanti occulti”,  è stata archiviata nel 2013 dalla Procura di Caltanissetta. 

Si sa ad esempio che la strage era stata decisa l’anno precedente dalla Commissione regionale di Cosa Nostra presieduta dal boss Salvatore Riina. Ricordando l’uccisione di Falcone, è giocoforza parlare del maxiprocesso: il processo in primo grado inizia nel 1986 e termina nel 198, per concludersi con la sentenza definitiva della Cassazione nel gennaio  del 1992. Falcone si era valso della collaborazione di mafiosi, tra cui ricordiamo tutti Buscetta e Contorno. Ricordiamo meno o per nulla altri due nomi: Giuseppe Di Cristina e Leonardo Vitale.

Nomi che si trovano nell’Ordinanza-sentenza del maxiprocesso. Per quanto riguarda Giuseppe Di Cristina, il maggiore dei carabinieri Antonio Subranni così riporta: “Le notizie fornite dal Di Cristina rivelano anche una realtà occulta davvero paradossale; rivelano cioè, l’agghiacciante realtà che, accanto all’Autorità dello Stato, esiste un potere più incisivo e più efficace che è quello della mafia; una mafia che agisce, che si muove, che lucra, che uccide, che perfino giudica e tutto ciò alle spalle dei pubblici poteri.” Questo avviene sette anni dopo che un certo Leonardo Vitale, primo collaboratore di giustizia, si era deciso a rivelare tutto sull’organizzazione e sui crimini mafiosi a Bruna Contrada, allora Commissario della questura di Palermo.

(Contrada, personaggio discusso e dirigente SISDE, sarà arrestato nel 1992 ed in seguito condannato in via definitiva a  10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa). Tutto questo per poter parlare di Leonardo Vitale, della storia personale di un uomo d’onore  che affronta il doloroso travaglio  della sua coscienza ed il calvario della sofferenza fisica.

Così, come per il Di Cristina ho riportato il verbale di un colonnello dei carabinieri, per il Vitale riporto il giudizio proprio di Giovanni Falcone: “Scarcerato nel giugno 1984, fu ucciso dopo pochi mesi, il 2 dicembre, mentre tornava dalla Messa domenicale. A differenza della Giustizia dello Stato, la mafia percepì l'importanza delle sue rivelazioni e lo punì inesorabilmente per aver violato la legge dell'omertà. È augurabile che, almeno dopo morto, Vitale trovi il credito che meritava e che merita”.

Il libro che mi è capitato leggere su questo personaggio, in modo del tutto casuale (stava nello scaffale di una di quelle “baite” a Bosco dei Santi, dove si consuma il rito domenicale della pizza di Don Beppe) è di Salvatore Parlagreco, giornalista e scrittore, il titolo: L’uomo di vetro.

Un libro del 1998, edito Bompiani. Del libro nel 2007, con lo stesso titolo, ne è stato tratto anche un film, regia di Stefano Incerti. Non fu creduto Leonardo Vitale nel 1973, i tempi non erano maturi. Probabilmente, circa dieci anni dopo, per lo stesso motivo (il rischio di non essere creduto), Buscetta non ha mai rivelato i nomi dei politici che con la mafia avevano avuto in qualche modo a che fare. Non so come definire questo libro, nelle sue pagine c’è di tutto. Può essere considerato un libro di inchiesta, un libro sulla schizofrenia, perfino il libro di un martirio:  una conversione religiosa che prelude alla santità? È un libro e come ogni libro ha il merito di dirci delle verità esplicite, delle verità sottintese, di farci riflettere sulle cose dette come sulle cose taciute.

È interessante il collegamento in prefazione di Igor Man (pseudonimo del giornalista Igor Manlio Manzella), con il libro di Sciascia, I pugnalatori. Siamo nel 1862 a Palermo, vengono uccise tredici persone in altrettanti punti della città. Un assassino viene catturato con il pugnale ancora insanguinato. Questi, stremato dagli interrogatori, fa il nome del mandante : Trigonia, principe di Sant’Elia, senatore del Regno d’Italia. A questo punto la confessione dell’omicida diventa una pura calunnia, un affare di Stato che per tutti è meglio ignorare. Pura casualità si dirà, il libro di Leonardo Sciascia è del 1976, la confessione di Leonardo Vitale solo di qualche hanno prima. Qualche secolo dopo, la storia si ripete (Vico con i corsi e ricorsi o Nietzsche con l’eterno ritorno dell’eguale?), il pentito rivela una realtà che evidentemente è meglio ignorare: La società non era pronta ad accogliere una verità che solo qualche decennio dopo verrà invece accettata. Chi era allora il primo pentito di mafia? Un semplice pentito, uno schizofrenico, un mistico?

Come pentito schizofrenico non poté essere preso sul serio dagli organismi statuali e dalla giustizia togata, per salvarsi, i mafiosi facilitarono la sua depressione facendolo diventare pazzo, per sopravvivere al carcere ed agli ospedali psichiatrici divenne un mistico. L’uomo di vetro di Cervantes, vive nella paura ma libero nel pensiero e nei giudizi, è, ironia della sorte: espressione dolorosa della verità!

C’è un romanzo di Dürrenmatt “Giustizia” dove si sostiene l’impossibilità della giustizia stessa: un commissario impazzisce per amore della giustizia. Qui con Vitale abbiamo un pentito che impazzisce per avere detto la verità! La pazzia diventa l’ultimo rifugio, tutti vogliono che sia folle - la mafia, la madre, la difesa - e lui gliela concede.

Il processo contro i mafiosi da lui indicati, diventa il processo al suo stato psichico: uno schizofrenico non può essere preso sul serio. In altre parole fu psichiatrizzato, con le cure (l’elettroshock), con i ricoveri (nelle cliniche private prima e nei manicomi criminali  poi), con il carcere.  Un inciso. “Qualcuno ha tirato fuori la storia che (l’elettroshock) è tornata di moda. Una impostura. La verità è che la terapia taglia i costi ospedalieri, riducendo drasticamente  la degenza. Negli Stati Uniti, privilegiano la risposta terapeutica immediata”. Stiamo attenti, visto come siamo messi con le spese sanitarie!

Nella storia personale di un semplice mafioso-pentito come Leonardo Vitale ci sono tutti gli elementi culturali che storicamente hanno permesso al fenomeno mafioso di nascere, crescere e svilupparsi. (e che ne permetteranno l’estensione?).

Senza la sua confessione, la sua “pazzia”, la sua “redenzione” e la sua morte, probabilmente non ci sarebbero stati tutti i successivi collaboratori, non ci sarebbe stato Di Cristina, nemmeno Buscetta e Contorno. Noi ricordiamo oggi il giudice Falcone e giustamente per il lavoro di indagine e la gestione dei procedimenti, per come ha saputo gestire il rapporto con i pentiti, per avere ridato speranza a chi scettico non aveva più fiducia nello Stato e nei suoi rappresentati. Falcone, citandolo, ci fa capire chiaramente che lui non avrebbe trascurato la sconvolgente confessione di Leonardo Vitale: “un uomo preso in giro dalla vita. Né vittima, né carnefice, né pazzo, né savio. Un uomo di vetro, ecco”.

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