Riccardo Buscarini presenta la sua nuova creazione teatrale "No Lander"

Buscarini: «Più cresco, più mi rendo conto che tutte le mie opere partono da suggestioni personali, lo stato in cui mi trovo. No Lander sicuramente proviene da uno di questi "luoghi" privati»

Foto di Veronica Billi

Riccardo Buscarini, coreografo e danzatore italiano è stato uno degli artisti italiani coinvolti nel progetto europeo Performing Gender e al momento sta ultimando la sua creazione No Lander e un lavoro per gli studenti della scuola del Balletto di Toscana a Firenze.

L'intervista

- I tuoi lavori sono tutti molto diversi tra loro. Con Athletes,  vincitore del prestigioso The Place Prize 2013 (https://www.theplaceprize.com/riccardo-buscarini-2012-13) hai creato un’accattivante pièce tutta al femminile, con The Plusies hai mostrato un lato completamente diverso di te stesso, molto più giocoso e rock, mentre 10 tracce per la fine del mondo, che hai portato al Teatro dei Filodrammatici nel 2013, sembra essere un sofferto assolo autobiografico. Come si posiziona No Lander all’interno della tua poetica e in relazione ai tuoi lavori passati?

Più cresco, più mi rendo conto che tutte le mie opere partono da suggestioni personali, lo stato in cui mi trovo. No Lander sicuramente proviene da uno di questi "luoghi" privati. Diversi momenti della vita hanno esigenze comunicative particolari e quindi producono opere molto diverse.

- Parliamo di musica. Il suono sembra giocare sempre un ruolo molto importante nel tuo lavoro. No Lander usa suoni che vengono registrati e manipolati dal vivo. Che cosa ti ha fatto allontanare dalle atmosfere a tratti "epiche" e comunque emotivamente coinvolgenti dei tuoi lavori passati, ed avvicinarti ad un uso più sottile, complesso e forse stimolante di paesaggio sonoro?

Ho un rapporto di amore e odio con la musica. Sono molto affascinato dal suo potere comunicativo. Un suono può cambiare la nostra percezione di una scena o di una specifica situazione, anche nella vita di tutti i giorni. Per No Lander volevo che il corpo fosse al centro dell'attenzione dello spettatore e il mezzo principale di comunicazione. Nel lavoro è il corpo per creare movimento e a generare suoni che vengono poi catturati, manipolati. Ed è poi il suono a trasformare lo spazio in cui i danzatori si trovano. Dal corpo, al movimento, al suono, al paesaggio e di nuovo al corpo. Questo è quello che succede nel lavoro.

- In quale modo No Lander è una pièce autobiografica e perché è importante per te raccontare questa storia in questo momento?

Io stesso sono un migrante e la casa, l’identità e l’appartenenza, sono temi che mi toccano profondamente e che sento molto presenti nell’oggi. Quello che sta accadendo nel Mediterraneo al momento sta avendo un grande impatto sulla mie riflessioni.

Negli ultimi 3 anni ho viaggiato molto e iniziato ad immaginare che questi temi sarebbero potuti diventare il seme di una nuova opera. Ho sempre voluto fare il mio personale omaggio all’Odissea di Omero, che rappresenta una delle principali ispirazioni per il movimento e funge da cornice estetica del lavoro. No Lander non segue il flusso narrativo del poema, si ispira piuttosto ai temi del ritorno, del viaggio e alla curiosità di Ulisse verso ciò che è per lui ignoto.

- No Lander è un quintetto maschile. Perché era importante avere un cast di soli uomini?

Athletes, del 2013, è danzato da tre donne. Per quest’opera volevo lavorare dal lato diametralmente opposto del gender. Mi interessava esplorare la virilità e le sue sfumature di movimento. L’Odissea è un racconto di eroi, soldati e marinai - figure maschili. Inoltre, volevo che nel lavoro i danzatori formassero un gruppo molto unito, in cui non uscissero individualità forti, ma diverse facce della stessa identità. Questo aspetto è fondamentale nel lavoro, dal momento che uno dei temi è proprio l’identità e il riconoscimento dell’altro.

- Crei da solo o ci sono elementi di collaborazione con il cast in questo lavoro?

Il mio processo creativo è sempre basato su un accordo con i miei collaboratori: io offro la mia visione, loro offrono il loro impegno. Il processo creativo inizia con la condivisione del punto di partenza del lavoro - le idee che stanno dietro una scena o movimento specifico. Nella fase successiva chiedo ai miei collaboratori - i danzatori o gli altri artisti -  di rispondere alle miei idee con la loro creatività. Il processo è uno scambio costante tra le mie idee, il contributo dei miei collaboratori e il mio ulteriore feedback. Le decisioni sulla composizione finale sono nelle mie mani, però.

- L’identità, il senso di appartenenza, il sentirsi a casa. Perché pensi che sia importante sentire che apparteniamo a qualcosa?

Non è importante "sentire" che apparteniamo a qualcosa, ad un luogo o a qualcuno. Negli ultimi anni sono arrivato a pensare che inevitabilmente apparteniamo a qualcosa, ad un luogo o a qualcuno. Sta a noi rendercene conto e accettarlo. Credo che questa ricerca sia importante, perché va a scavare in una parte della nostra storia e quindi della nostra identità. A volte, inspiegabilmente, ci rifiutiamo di appartenere, evitiamo di cedere all’idea di appartenere, non permettiamo a noi stessi di radicarci per diverse ragioni. Continuiamo a rimanere sospesi, come se fossimo persi in mare. Il titolo No Lander, per me, rappresenta quello scontro irrisolto tra il desiderio primario di trovare un rifugio per noi e, allo stesso tempo, la volontà di fuggire da esso. Nel lavoro non si raggiunge mai una completa stasi.

- Hai viaggiato il mondo, dove ti senti più a casa?

Non ho viaggiato il mondo, ma questo è sicuramente un piano! "Casa è dov’è il tuo cuore", non è un luogo, ma la sensazione che hai quando sei più a tuo agio. Posso provarla quando sono con le persone che amo, ovunque.

- L’appartenenza di cui parli è un tema di grande attualità. Da qualche mese a questa parte siamo spettatori di storie terribili di migranti in cerca di rifugio che trovano la morte in mare. C’è un messaggio più grande in No Lander?

Anche se il lavoro nasce da suggestioni molto personali, come ho detto prima, la situazione nel Mediterraneo è presente nel mio pensiero e riferimenti ad essa emergono nelle immagini del lavoro. Quella che stiamo vivendo è una situazione orribile, molto complessa e delicata, di cui tutti siamo responsabili. Non mi sento di affermare che No Lander tenti di dare una risposta, né una particolare presa di posizione su questi eventi. Sarebbe pretenzioso e non mi sentirei onesto nel dire ciò. Mi piace però pensare che il lavoro ci invita piuttosto a riflettere su una ovvia, tuttavia così importante, domanda: che cosa è casa? dov'è quel luogo di conforto che cerchiamo? Smetteremo mai di cercarlo?

- Quali sensazioni ti aspetti di generare negli spettatori di No Lander?

No Lander è un lavoro molto meditativo. E’ silenzioso e sottile, a volte gentile, a volte teso. Non so cosa aspettarmi da parte del pubblico. E un lavoro molto puro, scarno, un esperimento per me. Sono curioso di sentire la loro reazione. Ciò che desidero di più è che il lavoro crei un forte stato emotivo negli spettatori... e che resterà dentro di loro.

- Quando pensi che No Lander arriverà in Italia?

La prima assoluta sarà il 9 ottobre alla Bath Spa University. Per ora abbiamo altre tre date, a Crewe, Preston e Londra. Al momento stiamo lavorando ad una prima italiana nel 2016. Spero il prima possibile. Vi terrò sicuramente aggiornati!

La biografia: 

buscarini-2-2Riccardo Buscarini, coreografo e danzatore italiano, vive a Londra ed è coinvolto in diversi progetti artistici nel Regno Unito, in Italia e in altri paesi d’Europa. Inizia il suo percorso formativo all'Accademia di Danza Accademia Domenichino da Piacenza, successivamente si diploma alla London Contemporary Dance School di Londra nel 2009 e nel 2010 riceve la borsa di studio internazionale danceWEB per Impulstanz, Vienna International Dance Festival. Nel 2011 è finalista a The Place Prize, uno dei Creatives in Residence a The Hospital Club di Londra e vince il Premio Prospettiva Danza di Padova. Nel 2012, vince il bando FFA Fondo Fare Anticorpi per la creazione dell'assolo "10 tracce per la fine del mondo". Nel 2013 vince The Place Prize 2013, il più importante premio coreografico del Regno Unito e uno dei più grandi d'Europa con Athletes, una riflessione sulla competizione, vista come tensione tra l’uomo e la macchina. Nello stesso anno fonda The Plusies, un progetto musicale tra la danza contemporanea e la musica rock e rappresenta il Regno Unito nel progetto internazionale ArtsCross London 2013. È stato uno degli artisti italiani coinvolti nel progetto europeo Performing Gender e al momento sta ultimando la sua prossima creazione No Lander e un lavoro per gli studenti della Scuola del Balletto di Toscana a Firenze. Da dicembre 2011 insegna coreografia e performance alla Birkbeck University of London e conduce laboratori d'improvvisazione e composizione in Italia e all'estero.

(Fotografia di Mark Simpson)

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