Cent’anni da Caporetto: «Si passò dall'entusiasmo alla disperazione più cupa»

L'anniversario dei cent'anni della più grande disfatta dell'esercito italiano. Il ricordo di Caporetto del piacentino Sandro Cerri

Il 24 ottobre 1917, esattamente cento anni fa, iniziò la battaglia di Caporetto che venne combattuta durante la prima guerra mondiale tra il Regio Esercito italiano e le forze austro-ungariche e tedesche. Lo scontro, che cominciò alle ore 2 del 24 ottobre 1917, rappresenta la più grave disfatta nella storia dell'esercito italiano, tanto che, non solo nella lingua italiana, ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta disastrosa. Durante la ritirata, con l’esercito italiano allo sbando, oltre un milione di persone delle province di Udine, Treviso, Belluno, Venezia e Vicenza furono costrette ad abbandonare le loro case riversandosi nelle strade che conducevano alla pianura padana. I comandi militari imposero di dare priorità alle truppe e ai mezzi militari, con requisizioni di mezzi civili e divieto di uso delle strade principali. L'esercito austro-ungarico mise a ferro e fuoco le terre friulane fra i più efferati e sistematici i saccheggi perpetrati dai soldati di von Below.

Sandro Cerri, scomparso a cent’anni di età, figlio dei titolari della fabbrica del ghiaccio di Cantone Manzini, lasciò una preziosa testimonianza di quel periodo. Quando lo frequentai per ottenere notizie sulla Piacenza della sua giovinezza, il cavalier Sandro, pur giunto quasi alla soglia del secolo,ogni giorno si recava per una passeggiata dalla sua abitazione in via Santa Franca, presso il Circolo dell’Unione in Piazza Cavalli di cui era socio. Possedeva ancora una memoria straordinaria, era lucidissimo, arguto, faceto, sempre disponibile. sandro Cerri1-2

Cerri partecipò alla Prima Guerra Mondiale in qualità di autiere, perché fu uno dei privilegiati che all’epoca era dotato di patente ed era automunito. Nel libro “Ultime voci della grande guerra”, nel racconto della sua esperienza militare, come volontario, tratta anche di Caporetto. “Si arrivò - rammentava - verso la fine di ottobre del '17. Gli Austriaci avevano preparato la loro grande offensiva. ll 22 iniziò nel Trentino, a Conca di Plezzo, un infernale bombardamento. Vennero usati i gas asfissianti sì che,sfondate le nostre linee, i nemici trovarono solo, davanti a sé, dei morti stecchiti, con le armi ancora in pugno.

Ebbe inizio la disfatta di Caporetto. Tutte le nostre difese vennero travolte. Tutti i depositi di polvere dovevano essere distrutti, poi a gran velocità tornammo a Gradisca a prelevare il generale Falcone e l'aiutante maggiore Ziliotto. La nostra direttrice di marcia avrebbe dovuto essere verso Codroipo, ma il Maggiore fece osservare che era ormai tardi per raggiungere que­sta località e suggerì di ripiegare su Latisana. La proposta venne immediatamente accolta dagli altri ufficiali. Fu la nostra salvezza: perché l'avanzata nemica divenne incontenibile e vi saremmo certamente caduti prigionieri.

Nelle prime ore del mattino del 28 ottobre giunse alla Terza Armata l'ordine di ripiegamento, previa distruzione di quanto non era possibile mettere in salvo. Gradisca venne incendiata e tutto ciò che poteva costituire rifornimento per il nemico venne distrutto. Nella notte, con la macchina mi portai verso i magazzini generali dell'Unione ove era in atto un vero e proprio saccheggio.

In gran fretta stipai ogni buco possibile della Tipo 2 con generi alimentari. Dietro le ruote di scorta infilai pacchi di salumi. Sopra la panchina opposta fissai una cassetta con due latte di benzina e, per eventuali necessità, provvidi a mettere sotto il cofano del motore alcune lattine d'olio. Sotto i cuscini, nel vuoto delle molle sistemai scatolette di ogni genere, ma soprattutto lattine piatte da 200 grammi di prosciutto crudo di ottima qualità della ditta Bellentani di San Daniele. Tavolette di cioccolato o di altro genere, trovarono posto nelle tasche delle portiere. Sul portabagagli, in una cassetta, avevo messo una grossa mortadella, formaggio grana e ancora salumi. Sotto lo zerbino dei posti anteriori, bottiglie di spumante Piper impagliate. Tornai al Comando e mi appisolai al posto di guida, in attesa della partenza. All'alba  scese il colonnello Flaiani e mi ordinò di portarlo al ponte di Peteano, dove ordinò al comandante del ponte stesso di farlo saltare alle otto e mezza in punto. Dopo si salvi chi può. Erano già le otto: di corsa, al grande deposito di Bidischini, venne impartito lo stesso or­dine per le otto e quarantacinque. La polveriera custodiva non meno di un milione e duecento­ mila proiettili di ogni calibro, oltre al grande deposito sotterraneo delle polveri. Tutto doveva essere distrutto. Allorché fummo a Sagrado, la terra tremò,e un immenso boato ci raggiunse. Eravamo a sei chilometri dal deposito eppure un vasto caseg­giato (la scuola, forse), si sbriciolò. La strada si intasava sempre più: autocar­ri, carriaggi vari con suppellettili, qualche cannone da 75 mm. trainato da sfiancati cavalli col fango fin sulla schiena, bambini in braccio alle loro mamme.

La descrizione di una ritirata è impossibile: qualsiasi frase si usi, si sarà sempre lontana dalla realtà. Una scena in continua evoluzione, sempre mutevole. Molti, presi dall'orgasmo della fuga, appena ne avevano la possibilità, si aprivano varchi tra la marea di gente, e precipitavano giù dalla strada ogni cosa nei campi sottostanti.

Non si andava avanti. Il maggiore Ziliotto, che leggeva la cartina con la stessa facilità con la quale io leggevo il giornale, mi ordinò di prendere una stradina di campagna. Di là si andava un po' più rapidi, ma la pioggia faceva affondare nel fango la vettura ed io dovetti dar fondo a tutta la mia abilità per procedere il più speditamente possibile. Verso le 14 eravamo a pochi chilome­tri da Latisana e lo stimolo della fame si faceva sentire. Avevo già passato agli ufficiali alcune tavolette di cioccolato, rassicurandoli sull'entità delle provviste di bordo. sandroCerri2-2

Decidemmo di fermarci presso un casolare per sgranchirci un po' le gambe. Entrai in casa e i contadini, che non sapevano come com­portarsi nel precipitare degli eventi, ci subissarono di domande. Non mi assumo responsabilità - precisai - ma fossi in voi non mi muoverei di qui ed aspet­terei lo sviluppo delle cose, senza resistenza.

Chissà cosa sarà stato di loro, dopo la nostra partenza? Una grossa polenta bianca fumava in  tavola, e io ne chiesi, in cambio di qualche salume, qualche  fetta per i miei ufficiali. Quella brava gente mi offrì tutto ciò che chiedevo, e si schernì, dicendo che non avrebbe voluto nulla in cambio, ma io mi avvicinai alla macchina e tornai alla casa con la grossa mortadella sotto braccio. Poco dopo ero di nuovo di ritorno con fumanti fette di polenta su fogli di carta gialla che gli ufficiali mostrarono di apprezzare nella dovuta misura. Non pioveva più, ed il cofano della Tipo 2 si prestò bene a far da tavolo. Cominciai ad aprire scatolette di prosciutto che ben si sposava con la polenta calda. Sturai un paio di bottiglie di Piper e lo stomaco fu rapidamente a posto.

Con il volante tenuto da braccia ora ben più salde, riprendemmo il cammino. Latisana si allontanava alle nostre spalle, il Tagliamento pure e la marcia, faticosa, procedeva. Sempre lo stesso, apocalittico spettacolo della popolazione in preda al panico e la confusione indescrivibile. L'unico ordine ancora in vigore era quello di distruggere tutto ciò che poteva essere utile al nemico. I borghesi, con qualsiasi mezzo  che avesse una ruota sotto, cercavano di salvare le  masserizie più necessarie. Chi si attardava e restava indietro, veniva abbandonato  al suo destino. I soldati sbandati e senza armi venivano rastrellati lungo la strada e concentrati in nuovi reparti, venivano rispediti ai loro comandanti con severissime disposizioni.

Com'era diverso, ora, il mio stato d 'animo, da quello che nel 1915 mi aveva spinto ad arruolarmi nel Corpo dei V.C.A.! Passare così, dall'entusiasmo più acceso alla disperazione più cupa...Pur in così penoso frangente, mi accadde una disavventura  che lasciò per sempre, in me, un profondo rammarico. Qualcuno (da tagliargli le mani se l'avessi sorpreso) mi derubò della mia macchinetta fotografica, contenente il rullino già impressionato delle foto della ritirata. Continuando a retrocedere incontrammo reparti che stavano tentando una parvenza di opposizione anche solo per ritardare la marcia del nemico. Si continuava a fuggire ma già si cominciava a parlare di dove sarebbe finita la fuga. sandroCerri3-2

Il Piave gonfio per le piogge precedenti era impossibile da guadare. Da Vicenza, Padova, Treviso cominciarono ad arrivare i primi rinforzi e all’arrivo degli Austriaci lo sbarramento era già massiccio. Cominciò la resistenza. Il nostro corpo d'Armata, rapidamente riorganizzato, prese posizione da Ponte di Piave a Ponte della Priula. Nei pressi di Treviso, nella villa  Gregoriana di Lancenigo, era la sede del Comando. Io trascorrevo quasi tutto il tempo  accompagnando, anche di notte, il colonnello Flaiani nei suoi giri d 'ispezione per organizzare e mettere a punto le difese, sì che ogni pezzo fosse pronto a battere ogni metro di terreno ed offrire al nemico, qualora avesse tentato di avanzare, null'altro che una morte certa. Il campo principale di difesa furono le Grave di Papadopoli e tutto il nostro complesso venne chiamato "Campo Trincerato di Treviso". Esso comprendeva, nel suo tratto, non meno di duemila bocche da fuoco tra cannoni e bombarde. Il racconto poi prosegue fino al suo congedo. Questa l’avvincente testimonianza vissuta in prima persona dal piacentino Sandro Cerri della disfatta di Caporetto.

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