Alla Famiglia Piasinteina “Il cappello di nonno Gesuino”

Un romanzo complesso, che cattura il lettore per trascinarlo nel passato. Ospiti del sodalizio l’autore Giuseppe Romagnoli e Carlo Giarelli

Anelli, Romagnoli e Giarelli

Un cappello collocato accanto alla bella copertina di un libro, crea nel salone della Famiglia Piasinteina, una gradevole atmosfera tra il “Vintage e il rétro. Il felice accostamento ha accolto soci e amici del sodalizio che ha dedicato uno dei periodici appuntamenti a “Il cappello di nonno Gesuino”, romanzo storico di Giuseppe Romagnoli, pubblicato presso la casa editrice Ghilardi di Milano. “Presentare un libro è un piacere ma solo se si tratta di un bel libro. Altrimenti per chi come me, desidera mantenere una propria autonomia di giudizio, può essere motivo di imbarazzo, se non addirittura di intima sofferenza, specie se il libro, in questo caso un romanzo, zoppica e per di più se è stato scritto da un amico. Al quale riservare delle critiche di giudizio è sempre poco piacevole. Per fortuna non è questo il caso”.

L’incipit del prof. Carlo Giarelli, al quale il razdur Danilo Anelli ha appena ceduto il microfono, mi convince sull’opportunità di tornare a parlare del libro di Romagnoli riferendo passo per passo il pensiero che Carlo Giarelli il libro lo ha letto due volte. La prima quando era ancora in bozze, perché l’autore teneva ad un suo parere. La seconda volta in veste definitiva, solo un po’ ritoccata, ma sostanzialmente invariata, e con una copertina allettante alla vista, per la presenza di una donna, una specie di donna fatale, tratta da un ritratto di Klimt, la quale con cappello e boa di piume al collo, ammiccava con una certa malizia al titolo del libro e al suo contenuto.

Il libro - spiega Giarelli - parla di un cappello ma non ha nulla a che vedere con una bella donna. Semmai con un parente dell’autore, il nonno Gesuino, scovato nel visionare certe antiche fotografie di famiglia, che con i loro ricordi hanno stimolato la fantasia dell’autore ad identificarsi con tali immagini fino a condividere le emozioni ad esse connesse, reali o inventate che siano. Cosicché lasciandosi ispirare da queste emozioni e riportandole su carta, pagina su pagina, queste sono arrivate al numero di 769, anche perché sono state dilatate nel tempo e nello spazio. Nel tempo in quanto il romanzo va dalla seconda parte del 1800 agli anni 20 del secolo ventesimo, quando si assiste alla nascita del fascismo. Nello spazio, inteso come vicende storiche, perché tratta gli avvenimenti che in quel periodo si sono succeduti nel nostro paese. A cominciare dalle lotte sindacali e politiche di matrice socialista capitate nel piacentino, per poi allargarsi alle vicende nazionali che riguardano lo scandalo della Banca Romana, i rapporti pieni di diffidenza fra Stato e Chiesa, lo scandalo Murri, il terremoto di Messina e per finire la prima guerra mondiale che poi in un clima di crisi politica e sociale, produrrà il fascismo.

Giarelli, sollecitato a dare il suo parere sull’opera, non ha dubbi: Il libro è scritto fin troppo bene; nessuna critica può essere rivolta allo stile. Semplice, corretto, sostenuto da frasi brevi senza inutili divagazioni, privo di appesantimenti di natura troppo intellettuale, vanta una sua chiarezza che rimanda all’eleganza e alla musicalità dei testi classici. Il contenuto non è da meno della forma. Trattasi infatti di due storie che si intrecciano frequentemente, anche se riguardano due personaggi e due mondi diversi. Il primo uomo del popolo, di poco studio ma di molta volontà e capacità lavorativa che di nome fa Giuseppe Donati di Castel d’Argile e di professione falegname. Socialista e fedele alle sue idee come se la sua ideologia fosse una fede religiosa, uomo tutto d’un pezzo anche per la sua caratura morale, si trasferisce a Piacenza e successivamente diventa imprenditore nel restauro di mobili antichi. Per il salto di qualità nel lavoro, si avvale del secondo personaggio del libro con il quale si stabilisce un rapporto di conoscenza, se non di vera amicizia, causa le diversità di ceto sociale e di cultura, maturata dalla stessa condivisione di idee politiche e fortificata poi dalle rispettive stime. Trattasi di Emilio Fantoni di Cento, provincia di Ferrara che diventa un celebre avvocato a Bologna e poi trasferitosi a Roma chiamato dalle istituzioni per meriti professionali, si inserisce negli ambienti più influenti della capitale, diventando amico di persone altolocate e di ministri fino ad essere chiamato a redigere codici giuridici.

Nel romanzo si descrivono anche le rispettive vite sentimentali di questi due protagonisti, spesso di natura turbolenta e quindi, per ragioni diverse, mai pienamente realizzate, causa le rispettive visioni, pulsioni ed esigenze poco compatibili con la stabilità degli affetti.

Un romanzo, che come detto è scritto bene, anzi fin troppo bene, potrà sostenere – si è chiesto Giarelli - il giudizio dei giovani lettori, abituati a leggere romanzi brevi, scritti con abbreviazioni spesso abusate, infarciti di frasi incerte e sviluppati secondo una trama che procede a zig-zag, causa l’inserimento di morbosità sessuali o di effetti a suspense di natura giallistica, oggi tanto di moda? Ai lettori l’ardua sentenza.

Sempre dall’intervento di Giarelli due citazioni conclusive: il libro di Romagnoli ricorda il Romanzo Novecento da cui è stato tratto il film di Bertolucci che non per niente si svolge in Emilia presso una grande azienda agricola fra due personaggi coetanei nati lo stesso giorno, il 27 gennaio del 1901, stesso anno della morte di Verdi, l'uno figlio del padrone e l’altro di una contadina. I quali per tre generazioni vivranno con le rispettive contraddizioni gli avvenimenti legati alle lotte contadine e politiche di quegli anni. Andando ancora più in dietro nel tempo, la seconda citazione riguarda il romanzo di Italo Svevo: Le confessioni di un Italiano il cui titolo originale era di un ottuagenario. Lo stile di questo romanzo è a metà strada fra l’aulico e il popolare. Quindi si trova in una landa intermedia che Giarelli preferisce chiamare interstizio. Ecco appunto evocato l’interstizio. Un modello questo non codificabile, non classificabile aprioristicamente che si affida al giudizio dei singoli, e alla libertà di giudizio di tutti coloro che leggendo, introiettano i messaggi e li fanno propri investendo in essi le proprie emozioni e i pensieri più autentici, in piena libertà espressiva, senza l’avallo di pregresse, standardizzate valutazioni e giudizi. Se allora il romanzo in questione coglie lo spazio incerto e indefinito dell’interstizio, il giudizio non può essere altro che encomiabile. E se vogliamo esagerare, una rarità. Scusate se è poco.         

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