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Caccia ai beni dei Templari, l’esproprio dell’inquisitore a Piacenza nel 1308 prima del processo di Ravenna

Un agosto caldo più del solito a Piacenza in quel 1308: due inquisitori papali vagano per la città e la sua provincia e non scherzano affatto, devon mettere sotto torchio i cavalieri templari accusati di eretica pravità. 

L’esproprio dell’inquisitore dei beni dei cavalieri templari di Piacenza viene riassunto in modo chiaro da Gaetano Tononi che in due brevi articoli apparsi sulla Strenna Piacentina del 1885 e del 1895 trattò dei Templari nel territorio piacentino e ci rese delle notizie su questo tragico evento.  La Bolla di papa Clemente V del 12 agosto 1308 scritta a Poitiers portò all’inizio del processo a Ravenna anche per questi piacentini, il papa dice i Templari essere nefandi (ripugnanti ndr) e agli inquisitori “ordina a tutti sotto pena di scomunica di denunciarne i beni mobili ed immobili destinati alle spese delle guerre per la Terra Santa”.

Per esser precisi e dettagliati siamo andati a rileggere le pergamene latine ufficiali pubblicate in un regesto e abbiamo fatto le pulci al testo scoprendo curiosi dati che l’inquisitore fa mettere a verbale dal suo notaio.

Salta all’occhio dello studioso attento della storia che i frati di S. Sisto di Piacenza cedono a Cotrebbia (vecchia) terre ai templari e danno la domus ma continuano ad avere la proprietà e ad officiare messa nella chiesa dedicata a S. Pietro, la stessa nella quale nel 1154 venne lo stesso Barbarossa, infatti anche i frati benedettini avevan ancora serventi a lavorare su alcune loro terre e gestivano a pieno diritto il porticciolo sul Po lì vicino che dava una buona rendita finanziaria. 

I miles templari invece potevano andare a svolgere i loro riti sacri nella chiesa e ospedale di Sant’Egidio, in via Campagna a Piacenza, distante  solo una quindicina di minuti a cavallo, ed andavano lì perchè la loro prima antica chiesa e convento di Santa Maria del Tempio di fianco a S. Giovanni in Canale l’avevano ceduta nel 1304 ai domenicani, mentre ad esempio a Fiorenzuola d’Arda, come vedremo, che è distante un giorno di cammino da pellegrino dalla città avevano una loro propria piccola chiesa privata.

Dopo solo dodici giorni dalla Bolla papale il 24 di agosto in città son già alle strette, i messi papali a cavallo dalla Francia han galoppato senza sosta: da Piacenza, dalla chiesa di S. Giovanni in Canale l’inquisitore capo fra Guglielmo da Genova “in giorno di sabato” si reca a Cotrebbia e ne prende possesso : “...in Episcopatu Placentie , in loco Cotrebie... Frater Guilelmus Januensis fratrum Ordinis Predicatorum Inquisitor heretice pravitatis in Lombardia et Marcha Januensi a Sede Appostolica deputatus (nell’espiscopato di Piacenza, nel luogo di Cotrebbia... fra Guglielmo da Genova frate dell’Ordine dei Predicatori (Domenicani ndr) Inquisitore della malvagità eretica per la Lombardia e la Marca di Genova incaricato dalla Sede Apostolica)”. 

La pergamena porta la lista esatta di tutto quello che viene posto sotto sequestro e tra i testimoni presenti c’è anche il vice-inquisitore, insomma un atto giuridico in pompa magna di grande autorità. Ecco cosa fa scrivere l’inquisitore a Jacobus de Caxano publicus notarius Placentie, circa quello che trova a Cotrebbia nella domo Ordinis Templariorum posita ultra Treviam e di tutte le terre loro pertinenti che sono dodici fattorie “circa duodecim mansa” e che pensiamo a ragione comprenda alla Bonina di Calendasco la località detta il Tempio con odierna fattoria così come il molino dei frati all’Incrociata, ancora esistente, e si colga la distinzione netta tra domo e manso che viene messa per iscritto.

Il testo elenca in latino, in modo non omogeneo cose e oggetti della “domo Ordinis Templariorum” come li proponiamo: una botte e due carri, cinque casse delle quali due con coperchio, una scranam (sedia ndr), una botte da carro, dentro alla stalla una cassa senza coperchio e poi una cucina (cochina, inteso l’ambiente ndr), un tavolo e unam scranam, praticamente non trova nulla a parte il caseggiato.

Qui a Cotrebbia la parte più corposa rimane quindi quella dei mansi con relative terre poste in questi dintorni, certo è che questa Domo senza dubbio era quella più ricca in tutti i sensi perchè da lì si governavano i possedimenti, viene spogliata per tempo di tutto ed i templari piacentini vi lasciano solo un tavolo con una sedia così da renderla momentaneamente inabitabile.

La domenica del 25 agosto di quel 1308 il vice inquisitore domenicano frate Giacomo di Montedonico, obbediente al proprio mandato, passa il fiume Po e si porta nel distretto di Lodi a Castel Novo ultra Padum, che resta attaccato al fiume dirimpetto al Mezzano di Calendasco e vicino a Somaglia, la fattoria ancor oggi è visibile: “secundum predictum mandatum, de voluntate et mandato dicti domini Inquisitoris intravit in tenutam et corporalem possessionem cuiusdam domus Ordinis Templariorum posite in suprascripto loco Castri novi de ultra Padum”.

Questa volta tra i testimoni presenti della nobiltà feudale piacentina c’è anche Tommaso Confalonieri, forse per il fatto che questi sono infeudati nel vicino luogo di Calendasco e quindi diretti interlocutori per certi versi, con i lavoratori delle terre a manso templari. Si legge che la casa templare “domus vacua et spoliata erat” cioè completamente vuota e saccheggiata, senza dentro nulla ma le terre intorno davano una rendita di dodici lire imperiali.

Con il terzo atto notarile dello stesso giorno, l’inquisitore che è sempre a Castel Novo d’oltre Po prende possesso della terra di Montisdomnico (Monte del signore, del padrone ndr) che è di centodieci pertiche ed è tutta braida cioè prativa, altra terra a Campo Malo che è confinante con i Ronchi che è un appezzamento vicino alla Somaglia e che sono i luoghi studiati dal Solmi circa l’area delle Diete del Barbarossa che appunto venne anche in Cotrebbia. Interessante anche che sian segnalati i possessi di alcune terre gerbide, altre boschive e prative ed anche di vigne delle quali una di otto pertiche completamente devastata e distrutta, irrecuperabile.

La quarta carta è del 26 agosto die Lune (lunedì), ci dice che il vice inquisitore fra Giacomo di Montedonico ora è a Fiorenzuola e prende possesso della “casa templare con annesso salone per le assemblee e con una piccola chiesa” che però erano completamente vuote senza nessun oggetto,“intravit quamdam domum cum curia et quamdam Ecclesiam parvam Ordinis Templariorum positas in loco Florenziole , que domus et Ecclesia totaliter erant vacuate”. Ai frati templari vien posto sotto sequestro anche un molino che rende di fitto sedici soldi imperiali oltre a due gruppi di più case, non ben definite circa il luogo ed affittate e si sequestrano cento pertiche di terre coltivate a prato e vigne.

La cosa interessante è che l’inquisitore domenicano fra Guglielmo da Genova l’anno dopo cioè nel 1309 presenta una lista precisa e certosina degli introiti dei beni che prima erano dei templari venduti o fittati dopo le confische. Il buon frate presenta pure la lista delle spese che ha dovuto sostenere per dar luogo al mandato papale e leggendola si capisce che non fa sconti, elenca una per una ogni spesa e relativo motivo, ha preteso fino all’ultimo centesimo per il suo servizio, sappiamo che gli è stato certamente pagato detraendolo dal gruzzolo templare sequestrato, abbastanza ingente.

Un episodio locale che ha toccato la storia medievale del tempo che ancor oggi viene divulgata, studiata e raccontata con enfasi da tanti estimatori di questo ordine militare cavalleresco la cui regola è stata scritta addirittura da S. Bernardo di Chiaravalle.
Umberto Battini

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