Dai Liberali piacentini un viaggio nella memoria dimenticata

E’ stato un viaggio nella memoria dimenticata, un itinerario carico di suggestioni ed emozioni, passando dagli avvolgenti silenzi dell’arida steppa, all’avveniristica metropoli Astana, capitale del Kazakistan, uno degli Stati più grandi al mondo che si estende dal Mar Caspio fino al confine con Cina e Russia. Ma è stato pure, quello compiuto da un gruppo di Liberali piacentini, un vero e proprio “pellegrinaggio” nei gulag di questo stato, precisamente quello di Karaganda, uno sterminato campo di lavoro da cui se potenzialmente era facile fuggire, era quasi poi certa la morte per il freddo, i lupi e soprattutto l’immensità della steppa.  Un’intensa esperienza che i diretti protagonisti hanno voluto condividere con una  conversazione in amicizia che si è svolta presso la sede dell’associazione in via Cittadella dove, grazie alle istantanee predisposte da Danilo Anelli, è stata allestita anche una significativa mostra fotografica.

«Con un gruppo di amici dell’Associazione Liberali - ha spiegato Sforza Fogliani - abbiamo organizzato un viaggio in Kazakistan per vedere com’erano denominati i campi di lavoro forzato e di rieducazione sovietici, con l’obiettivo di contribuire ad un’opera di incivilimento di cui il nostro paese ha necessità; solo ora abbiamo cominciato a conoscere quelle verità che per 70 anni sono state artatamente negate. La scuola - ha rimarcato Sforza – insegna i crimini del nazionalsocialismo hitleriano e sovente si conducono gli studenti a visitare i lager. Sacrosanto e giusto, ma se non gli si parla anche dei gulag, si racconta una mezza verità, che equivale di fatto ad una falsità. Noi abbiamo visitato i Musei della repressione staliniana; ci sono molte foto, ma ne è stata eliminata fisicamente quasi ogni traccia». Ci sono stati 60 milioni di morti, come si evince da una ricerca prodotta dal dott. Maiavacca, contro i 6 dei lager nazisti, anche se in un arco di tempo molto più consistente.

«Cinquecento campi con 15 milioni di internati, una media di morti - ha riferito l’avvocato Gianluigi Grandi - del 30%, a spalare carbone per 12 ore al giorno e da mangiare bucce di patate. Ancor oggi è rimasta come eredità del passato nella popolazione, rassegnazione e paura. Qui ci si rende conto - ha soggiunto - cosa sia stato il comunismo; Togliatti era perfettamente al corrente di questa situazione, ma in Italia non si faceva trapelare nulla, i pochissimi che lo fecero, vennero subito epurati dal partito. Ora non c’è quasi più nulla di vero e reale, ma tutto è ricostruito, ma è il territorio il vero luogo di pena». «I campi di lavoro - ha spiegato l’avvocato Antonino Coppolino - erano ubicati in un territorio dove in inverno si raggiungono 30/40 gradi sotto zero e quindi la selezione era spietata. Ci sono fosse comuni con oltre 35mila cadaveri a Karaganda e cippi di tutte le nazioni per ricordare le vittime. Le deportazioni iniziarono subito dopo la Rivoluzione russa del 1918 con i nemici politici del comunismo; si accentuarono con Stalin che sterminò il proprio popolo. E c’erano campi di sterminio per mogli e figli di politici, con le donne continuamente stuprate dai soldati. Lo scopo insomma - ha commentato Coppolino -  era quello di distruggere non solo fisicamente le persone, ma le stesse identità sociali».

«Una prima selezione avveniva già con il viaggio, lunghissimo, verso terre inospitali, dove da novembre a marzo c’è solo ghiaccio; molti morivano di stenti. Poi i lavori forzati nelle miniere di carbone facevano il resto. Furono deportati russi, ucraini, tedeschi, coreani e gli italiani di Crimea, una comunità di 3mila persone, abili costruttori di barche e ottimi coltivatori. A Karaganda ci sono anche i discendenti dei deportati. Sono state emozioni forti - ha concluso Coppolino - su cui riflettere ed è sacrosanto trasmettere queste testimonianze storiche in modo corretto anche e, soprattutto, nelle scuole». In questo orrore, una nota di positività l’ha portata la testimonianza di un altro diretto partecipante al viaggio organizzato con passione da Anelli, l’architetto Carlo Ponzini che si detto «ammirato dalla capitale, una piccola Dubai, è stata rifondata una città, sono state aperte le frontiere per una collaborazione architettonica internazionale che ha contribuito a rilanciare l’economia». Questo il presente, in un paese che è oggi una repubblica presidenziale, ma di fatto una dittatura monopartitica con una figura, quella del capo dello stato Nursultan Nazarbayev, onnipresente ed imperante. Il passato tragico non potrà essere mai cancellato e si spera sia ammonimento per tutti e che tragiche verità come quelle dei gulag, non vengano mai più nascoste in nome di impastoianti ideologie.

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