Festa di San Giuseppe in Sicilia: la sacra famiglia, una processione di scalpitanti cavalli un piatto di legumi, ceci, cardi e asparagi

La ricorrenza di San Giuseppe, festa dalle antiche origini, la cui celebrazione fu formalizzata durante il pontificato di Papa Sisto IV nel ‘400, mi vedeva moderno pellegrino percorrere l’altopiano dei monti Sicani

Questo mese e precisamente il 19 marzo, mi sono trovato in Sicilia. Si sa, tante ricorrenze religiose vengono sfarzosamente festeggiate in tutte le regioni italiane, e particolarmente sono sentite in Sicilia, dove quasi ogni paese vanta primati in una gara di campanile, dove il profano si fonde con il religioso, il paganesimo con il cristianesimo: indissolubilmente, indistinguibilmente. Non a caso molti templi dorici sono stati inglobati in maestose cattedrali, in talune se ne intravedono le forme, in altre si sono fusi in un’unica fabbrica.

La ricorrenza di San Giuseppe, festa dalle antiche origini, la cui celebrazione fu formalizzata durante il pontificato di Papa Sisto IV nel ‘400, mi vedeva moderno pellegrino percorrere l’altopiano dei monti Sicani. Oltrepassata la valle del fiume Platani (l’Halycos, questo il nome originario del fiume, che antichi popoli di invasori risalivano dal mare fino a raggiungere l’entroterra isolano), si incontra Cianciana.  Prima di giungere in paese, una sosta: un ritrovo naturalistico, in una ben ristrutturata casa rurale.  Amici del mio amico Pippo, Giovanni e Benedetto, avevano programmato un incontro per parlare di micologia e flora spontanea commestibile: il pane dei poveri. L’amicizia, mi confidava Pippo, con i fratelli Alessi, era nata in seno al Partito Comunista, negli anni settanta. Un’amicizia che si protraeva al di là di qualsiasi condivisione politica, di qualsiasi scelta futura. Ecco allora come negli anni settanta, l’appartenenza ad un Partito diventava collante di rapporti amicali e come questi sarebbero rimasti immutati nel tempo. Tanti anni oramai sono trascorsi dalla scomparsa del vecchio Partito Comunista Italiano, il cui simbolo delle bandiere sovrapposte, quella italiana e quella rossa con falce e martello, era stato dipinto da Renato Guttuso. Per tanti anni la storia di quel partito si era intrecciata ed era diventata la storia di tanti uomini e donne che ne avevano fatto parte.

Questa nota è la testimonianza del mio coinvolgimento emotivo per questa festa di San Giuseppe. Un libro, un film, un incontro, ho capito essere per me interessanti e rilevanti quando avendoli letti, visti, vissuti mi fanno venire voglia di scriverne. La scrittura come testimonianza dell’esserci stato, di aver capito, dell’esserne stato a volte rapito! Il pranzo, essendo la logica conclusione di un incontro sulle erbe spontanee commestibili, sarebbe consistito in un piatto di legumi, ceci, cardi ed asparagi; non poteva essere diversamente. Il tutto veniva innaffiato da Nero d’Avola ed addolcito da fresche e succose arance. Ma bisognava fare in fretta, ci attendeva in piazza una sorpresa: la cavalcata. Infatti, nella transennata via principale, una processione di scalpitanti cavalli procedeva rumorosamente tra due file di popolo. La gente non curante di qualsiasi nozione d’equitazione, esprimeva saccenti giudizi sull’andamento, più o meno calcitrante, di questo o quel cavallo, sulla dondolante postura di un giovane cavaliere o del dolce dondolio di una bella amazzone. Seguendo un incessante andirivieni, salendo su per dei gradini, sotto lo sguardo di una antica torre, ecco finalmente la Tavola di San Giuseppe! Una tavola lunga quanto una via del paese, imbandita con piatti della tradizione contadina, verdure e pietanze frutto di tradizioni secolari. Da un antico portone ecco venir fuori: la sacra famiglia.

I loro costumi sono come il Pitrè ce li ha descritti agli inizi del secolo scorso, in “Usi, costumi, credenze popolari siciliane”: “Un vecchio una donna e un bambino; S. Giuseppe, Maria e Gesù, il primo in tunica gialla con sandali ed alle mani un lungo bastone fiorito, l’altra con veste azzurra e il bambino posto a sedere su un asinello”.  Unico neo quest’oggi un asino recalcitrante che mal sopportava portare in soma, sul suo basto addobbato a festa, il ragazzino bambin Gesù, che ha dovuto (credo con suo ed anche nostro malgrado) procedere a piedi.

La Tavola e l’offerta di cibo rappresentavano una forma di carità verso gli indigenti, verso i poveri del paese, oggi riaffermano un indiscusso principio d’ospitalità: verso i pellegrini, verso i profughi. Dopo Cianciana, a pochi chilometri un altro paese, Alessandria della Rocca. Un altro incontro. Casualmente si rivedeva Giuseppe Cimino, per trent’anni segretario della locale sezione del PCI, passate alla storia le sue battaglie contro interessi mafiosi che volevano l’istallazione di un inquinante bitumificio in zona (qualcosa sappiamo anche noi con l’impianto di Gossolengo). Altri incontri, altri abbracci, come quello con il professore Pino, vecchio militante per nemesi storica diventato cieco dopo essere stato estimatore di tante letture. Anche qui, ma questa volta nella chiesa del Crocifisso, imbandita a ferro di cavallo, la maestosa Tavola di San Giuseppe. Profumi e colori, forme e fragranze si sprigionano da piatti preparati con tradizionale bizzarria.

Nella chiesa Madre un prete di colore declama un’omelia che rimane sospesa, aleggia incompresa sulle teste dei tanti fedeli che vista la festività affollano il tempio. Ancora più in là Bivona un altro paese, famoso per la pesca, dell’altipiano sicano, sta festeggiando il suo San Giuseppe, una ritualità che si ripete quasi identica in tutti i paesi di questa parte dell’entroterra agrigentino. Bivona, da “bis bona “due volte buona, un territorio rimasto come immobile a testimoniare il suo glorioso passato di Ducato, titolo conferitogli da Carlo V nel 1554. Così l’anno prima, scriveva ad Ignazio di Loyola, il padre gesuita Domenech: “E poiché è terra sana e molto abbondante di frumento, carni e legna, e quanto ai costumi molto migliore di Palermo e Messina, si crede che dai paesi circonvicini molti genitori vi manderanno a studio i figlioli piuttosto che nelle due predette città. È inoltre ricca di fontane e giardini, sano n'è il clima e gode fama di essere la migliore fra le montagne di questo regno». Così si può dire di tutti i paesi appollaiati sull’altipiano dei Monti Sicani, primitivo e schivo altopiano dell’entroterra agrigentino.  Questo è il territorio rimasto fuori dal mondo patinato della comunicazione di massa, questi gli incontri ed i rapporti umani che il mio amico Pippo ha avuto e continua a mantenere e che Montalbano nemmeno si sogna di avere. E San Giuseppe? Un falegname, un umile carpentiere, diventato santo perché ha accettato una paternità non sua: per questo anche saggio. E, solo Dio sa, quanto il mondo oggi abbia bisogno di uomini saggi!

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