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«Festival dedicato a Giuseppe Verdi “senza” Piacenza, e l’impegno di aggregazione?»

A intervenire sul tema Giampietro Comolli: «Piacenza “farà” qualcosa di suo, autonomo, per la piacentinità vera e reale del Maestro Verdi? Quando e come e dove?»

Un festival su Verdi, “senza” Piacenza. A intervenire sul tema con una nota stampa è Giampietro Comolli, a seguito della ricevuta comunicazione per XXIII° Festival dedicato a Giuseppe Verdi.

«Un programma – scrive - che mi ha lasciato basito e allibito. Oggi due termini molto in voga, ma reali. Da un lato il ricco e completo cartellone del Festival 2023 - mirabilmente promosso e pubblicizzato in Tv e radio nazionali da qualche giorno e non certo a costo zero - a dall’altro lato la “solita” mancanza a qualunque riferimento a “Piacenza”, anche indiretto! Busseto è logico, forse Fidenza e Parma ci stanno per entità geografica-politica superiore, ma Reggio che “ci azzecca?”. “Non sei di Parma”, qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, in quella logica comunicativa estemporanea e consociativa dei social. Ma. Ecco il ma! Mi era sembrato, anche che in più occasioni pubbliche, che molti personaggi ed esponenti politici piacentini, avessero non solo indicato un progetto “nostro” dedicato alla piacentinità verdiana, ma anche un impegno di aggregazione di intenti, programmi, visibilità delle cittadine e delle province “più” coinvolte nell'opera ampia e diversificata del maestro Giuseppe Verdi… a cominciare dal Festival attivo, con alti e molti bassi da alcuni lustri! Personalmente, con tanti amici cari e associazioni cittadine, mi ero sempre attivato perché le “ presenze” attive piacentine di Verdi trovassero dimora sia in villa Sant’Agata che nell’ex hotel San Marco, un binomio “fisico” inconfondibile, unico fra una casa-itinerario museale culturale e la “sede di uno stabile” moderno e anche interattivo, dedicato alla vita quotidiana di uno di noi, con attenzione alla parte accademica, didattica, formativa già portata avanti dal Nicolini in forma internazionale e anche “più” verdiana».

«Il Festival “parmense” – prosegue Comolli - parte il 16 settembre e dura fino al 16 ottobre 2023; un mese ricco di serate entusiasmanti dedicate alle più importanti opere del maestro (tutte opere pensate in villa Verdi a Sant’Agata di Villanova d’Arda in provincia di Piacenza, a parte il Nabucco milanese), un cartellone ricco con dettagli e personaggi di primo piano che coinvolge tutti gli angoli e tutti i luoghi della città di Parma, non solo i teatri. Addirittura si parte con un “Verdi per strada” in bicicletta che lascia molto stupiti… ma la comunicazione innovativa è anche quella che “cavalca” le scelte attuali rispetto alla storia. Manca qualunque riferimento alle famose serate spettacolo dedicate a raccogliere fondi per la trasformazione della Villa Verdi di Sant’Agata da bene privato chiuso a bene pubblico aperto a tutti. L’evento è sostenuto da gran numero di sponsor: a parte le istituzioni, con il Ministero della Cultura in prima posizione che ha avuto un immediato impegno a investire milioni nella destinazione pubblica di Villa Verdi a Sant’Agata nel piacentino, quasi tutti i grandi brand industriali e utilities parmensi ci sono, ma anche Iren e Mediaset, oltre CA, fondazioni e associazioni commerciali. Già nel 2021 e poi ancor più nel 2022, a seguito anche di alcune forte sollecitazioni popolari, diverse voci autorevoli politiche piacentine si erano spese in modo trasversale e imprenditori si erano dichiarati favorevoli a una “azione condivisa” assegnando a tutti i luoghi verdiani spazi diversi e separati ma in un palinsesto che portasse il nome di Verdi nel mondo, con un progetto e un marchio unico? Mi sbaglio? Ho capito male? Testate locali hanno riportato male? Addirittura mi era sembrato di capire che “i rapporti” fossero già stati avviati e che le richieste “popolari” fossero superate da una già avviata trattativa di collaborazione e di sviluppo con il Festival preesistente “senza Piacenza”… ma senza andare ad elemosinare uno spazietto con la coda fra le gambe. La imponente campagna pubblicitaria avviata in questi giorni su testate televisive mi ha attratto perché l’investimento non è da poco, perché solo in certe modalità si arriva a colpire l’utente, il consumatore che poi si fa una chiara idea di paternità e di origine difficile da scalfire. Faccio sempre l’esempio dello scaffale di prodotti a Stoccolma in una notissima catena distributiva mondiale voluta anche a Piacenza con scritto “Coppa di Parma, fatta alla maniera piacentina”…. ma ditta di Parma! Oppure, quando ancora oggi, alcuni telegiornali nazionali e stranieri indicano la città di Piacenza in….Lombardia! Constatazioni recentissime e non di 30 anni fa!».

«Una prima domanda – continua la nota stampa - è molto semplice: mi sembra che ci sia un “ente” emiliano preposto, “Visit Emilia” o Destinazione, che si è prodigato sempre a sostenere che certi eventi che coinvolgono più province e più interessi allargati sarebbero stati promossi all’unisono, insieme. Coinvolgendo tutti. Piacenza non deve perdere “anche" la personalità, la storia, l'identità e la figura di Giuseppe Verdi. Per 50 anni ha creato quasi tutte le sue opere migliori, ha fatto l’agricoltore, è stato un accattivante ospite a tavola, tutto in terra piacentina… come lui stesso ha sempre detto e scritto nelle sue lettere. Il “maestro” ha vissuto più “come” agricoltore piuttosto che “da vedette" di palcoscenico, da direttore d’orchestra. Persona che amava - così traspare - un forte attaccamento alla terra, componeva guardando la sua terra. Appare banale, anche se in ritardo, sperare in una casa-museo che può raccontare - da sola - ben oltre i 50 anni di vita reale quotidiana del Maestro, raccogliendo lettere, documenti, brogliacci (anche quelli del famoso baule già finito a Parma…dicono, per sicurezza!) che rappresentano sicuramente le annotazioni più personali e vicine al pensiero del Verdi uomo, in termini di passioni, sentimenti, cultura, rapporti con contadini e persone che vivevano fra l’Ongina e l’Arda, una bassa piacentina ricca di sapori, di spazi aperti, una campagna molto produttiva. Verdi fu, anche e soprattutto, un grande produttore di latte, tutto destinato alla produzione del Grana Padano; appassionato di riso e risotto e di latte in piedi che rientra molto nella gastronomia piacentina-lombarda; cultore della doppia cottura della carne di maiale, per sgrassarla, in voga da secoli nella terra fluviale piacentina. Piacenza, Cremona (amava il torrone), Genova (il clima mite invernale) e Milano erano le città più frequentate e citate nelle sue comunicazioni e messaggi, non certo Reggio e Fidenza, Parma, neanche la sua Busseto dopo i primi anni di apprendistato. La stessa cucina in Villa Sant’Agata era molto legata a Piacenza (cuoche piacentine ricercate affannosamente fra amici piacentini e non) grazie anche alla tipicità e tradizione ricevuta da genitori nati e cresciti in famiglie piacentine» .

«Giro molto volentieri queste mie domande – conclude - a chi può dare risposte e assicurazioni. Quindi Piacenza “farà” qualcosa di suo, autonomo, per la piacentinità vera e reale del Maestro Verdi? Quando e come e dove?»


 


 

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