Fino al 26 maggio allo spazio Ex Enel gli scatti di Gianni Croce

Sino al 29 maggio 2016, lo spazio Ex Enel di Piacenza ospita l'antologica di Gianni Croce (1896-1981), un innovatore del linguaggio fotografico e un cantore del Novecento piacentino

Sino al 29 maggio 2016, lo spazio Ex Enel di Piacenza ospita l'antologica di Gianni Croce (1896-1981), un innovatore del linguaggio fotografico e un cantore del Novecento piacentino. L'esposizione, curata da Donatella Ferrari, Roberto Dassoni, Maurizio Cavalloni, promossa dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano, col patrocinio del Comune di Piacenza, in collaborazione con il Museo per la Fotografia e la Comunicazione visiva di Piacenza, presenta 100 fotografie, lastre originali e un video documentario, realizzate da Gianni Croce in oltre quarant'anni di lavoro, dal 1921, anno in cui apre lo studio in corso Vittorio Emanuele a Piacenza, fino alla prima metà degli anni sessanta. Orari:  16-19.30, sab. e dom. anche 10.30-12.30, lun. chiusa, ingresso libero. La mostra è accompagnata da installazioni video e da un documentario sulla figura umana e
professionale di Croce realizzato dal regista Roberto Dassoni con interviste a Daniele Panciroli, Angela Madesani, Paolo Barbaro, Maurizio Cavalloni, William Xerra, Paolo Dalla Noce, Rossella Villani, e altri. Il catalogo, pubblicato dal!' Archivio Fotografico Croce di Maurizio Cavalloni, presenta testi di Donatella Ferrari e Daniele Panciroli.

Gianni Croce era nato a Lodi nel 1896, dopo studi tecnici, entra come collaboratore nello studio di Giuseppe Marchi noto esponente della fotografia liberty. Nel 1921, si trasferisce a Piacenza dove apre il proprio studio fotografico e si specializza in ritratti. Inizia in questo periodo anche la sua attività di pittore conoscendo e frequentando altri artisti piacentini e legandosi in particolare a Bot, Ricchetti, Arrigoni, Cavaglieri. L'attività del suo studio continua fino al 1976 ma egli proseguirà fino al 1980 a collaborare con  il suo  Maurizio Cavalloni, oggi curatore del!' Archivio Croce, e Franco Pantaleoni.

Benché aderenti alla storia della sua città, le immagini di Gianni Croce guardano con attenzione alle sperimentazioni italiane ed europee del Novecento. Nei suoi scatti, Croce non restituisce la cronaca semplice e diretta del reale, ma usa gli sfondi urbani come la quinta dove rappresentare la realtà e le proprie storie, interpretate dai protagonisti della vita sociale, siano essi gli aristocratici che le persone umili, rendendo vive le piccole passioni, le storie, le memorie private e collettive. Croce non cerca la realtà, quanto una sua personale interpretazione, quasi che i protagonisti delle sue fotografie fossero testimoni di un'epoca quasi idilliaca dove la bellezza rappresenta un grande valore. Non è un caso che Croce interveniva direttamente sulle lastre con la matita per nascondere le rughe sui visi e rendere i volti senza tempo e senza anima, lasciando ai soli abiti il compito di identificare l'epoca. 

Il quotidiano nazionale ITALIA OGGI ha dedicato alla mostra una  bella presentazione di Gianfranco Morra che in parte riprendiamo:  A Piacenza - scrive Morra - era divenuto il fotografo più prestigioso: non “ufficiale”, data la sua creatività, che lo induceva a trasformare quanto ritraeva con l’uso geniale della macchina e anche con originali fotomontaggi: e non “cittadino”, vista la vasta fama internazionale

Nei lungi anni piacentini si possono distinguere tre diversi periodi. Negli anni Venti prevalgono i ritratti, soprattutto di donne fatali, modelle disinibite e maliarde con cappelli di piuma e caschetti neri, che fanno emergere il pallore del viso, sempre con atteggiamenti di sfida consoni alle nuove danze del tango e del charleston.

Negli anni Trenta, che sono di quasi totale consenso degli italiani al regime fascista, Croce esalta le creazioni architettoniche, per lo più razionaliste, della città, che a Piacenza furono davvero molte e originali (si pensi al Liceo Classico di Mario Bacciocchi, a quello Scientifico di Luigi Moretti e alla Galleria Ricci-Oddi di Giulio Ulisse Arata). Anche Croce celebrò le conquiste del regime, con fotografie e fotomontaggi (come “Marcia su Roma”, “Sabato fascista”, “Balilla trombettiere”, “Avanguardisti”) più simbolici dell’atletismo che propagandistici. E non mancarono i ritratti di soggetti illustri, come i figli di Benito: Edda, Bruno e Vittorio.

Il corso nefasto degli ultimi anni del regime e gli errori del Duce allontanarono Croce dal fascismo e nel pieno della guerra civile rischiò di finire in un campo di concentramento in Germania. Finito il conflitto si aprì per  lui una nuova stagione, nel clima della democrazia sociale. La sua fotografia degli anni Quaranta-Cinquanta è contemporanea di quel neorealismo, che nel cinema era stato introdotto da Rossellini e De Sica. Pochi ritratti e molta città, ripresa nei suoi aspetti più popolari: la fiera e il mercato, la lavanderia e i venditori ambulanti, i giocatori di bocce e i clown, la giostra e la fontana, i quartieri Sant’Agnese e Cantarana. Stupende le foto di uno dei luoghi più suggestivi di Piacenza, la scalinata “Muntä di Ratt”.

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Ma nessun impressionismo in lui, come nessun realismo: le sue fotografie sono meditate e preparate, le figure, anche se ritratte all’improvviso, sono sempre da lui “messe in posa”. Due di esse mostrano giovani in bicicletta, un “Ragazzo” e un “Cameriere”: incontrati per caso nella strada? Al contrario, sono stati invitati e preparati ad essere ripresi, tanto che, in entrambe le immagini, la bici è la stessa. La fotografia, per Croce, non è mai una copia, ma una invenzione. Perché il fotografo è un artista.Conclude il giornalista di Italia Oggi: dall’anno della morte di Croce (1981) nuovi ritrovati tecnologici hanno universalizzato, ma anche banalizzato la fotografia: divenuta ormai, nella nostra civiltà iconica, abitudine quotidiana, distratta ed effimera, immediata e obbligata, ma anche epidermica e indifferente. I grandi fotografi come Gianni Croce ci aiutano a leggerla, a distinguere quando è opera d’arte e quando, invece, è solo commercio, propaganda o semplice stupidità. Cioè quasi sempre, come accade in tutti i generi artistici.

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