Giancarlo Braghieri, una nota a fine mostra

Breve nota sulla mostra che si è tenuta dal 1° aprile al 23 aprile all’Associazione Amici dell’Arte in via San Siro, 13 a Piacenza. Chi non l’avesse vista può rimediare andando a visitare alla chiesa del  borgo medioevale di Vigoleno una raccolta sintetica dello stesso Autore che si terrà poco più avanti.

«Per trasmettere tutti gli elementi della pazzia del principe di Palagonia, eccone l'elenco. Uomini: mendicanti dei due sessi, spagnuoli e spagnuole, mori, turchi, gobbi, deformi di tutti i generi, nani, musicanti, pulcinella, soldati vestiti all'antica, dei e dee, costumi francesi antichi, soldati con giberne e uose, esseri mitologici con aggiunte comiche (...) Bestie: parti isolate delle stesse, cavalli con mani d'uomo, corpi umani con teste equine, scimmie deformi, numerosi draghi e serpenti, zampe svariatissime e figure di ogni genere, sdoppiamenti e scambi di teste.

Così leggiamo nel Viaggio in Italia di Wolfgang von Goethe e si riferiva il poeta, alla visita fatta nell’aprile del 1787, alla villa del Principe di Palagonia a Bagheria, residenza estiva della nobiltà palermitana di quel tempo. E si riferiva, sempre il poeta germanico: alla bizzarria mostruosa delle pareti esterne dell’edificio. Chissà avrebbe fatto le stesse considerazione di fronte a certi quadri di Giancarlo Braghieri. In fondo le sculture come la pittura sono forme artistiche affini. Il linguaggio sarebbe stato sicuramente più sciolto e sarebbe potuto esserci qualche riferimento a noi più vicino considerato che siamo andati avanti di qualche secolo.

Ma credo che nella sostanza il suo giudizio (o meglio il suo descrivere) non si sarebbe discostato di molto. Tant’è che nel catalogo della mostra titolata “Rileggere il mito” del nostro Braghieri del 2008, l’allora Direttore della Galleria Ricci Oddi, Stefano Fugazza così scriveva:

“…i dipinti qui esposti, risalenti agli anni Novanta del Novecento, in cui gli uomini e le donne hanno subito una metamorfosi (non così estrema come in un racconto di Kafka) per cui le braccia si deformano e le gambe a volte si allungano in maniera spropositata, e le teste possono trasformarsi in crestine, in fiammelle, oppure assumono una rigidezza un po' ottusa e scanalata, come in certi insetti. Altre volte, addirittura, le forme perdono i pur labili riferimenti umani: restano come manifestazioni di impulsi, cordame aggrovigliato, altro che non assomiglia a niente che conosciamo…”. Quindi di stranezze e mostruosità sempre si tratta.

Un’altra bellissima mostra si conclude in questi giorni all’Associazione Amici dell’Arte: “Giancarlo Braghieri. Opere dal 1960 al 2009”, una mostra di cui forse se ne è parlato poco: succede quando eventi contemporanei si accavallano. Il sovrastante dominio della comunicazione fagocita tutto ciò che non riguarda l’interesse primario e l’attenzione della città tutta, sappiamo essere incanalata verso un altro grande pittore che seppure non piacentino, nel Duomo della nostra città ha lasciato perenne testimonianza  dell’essere stato uno dei maggiori pittori dell’arte barocca.

Braghieri è stato il primo pittore che ho conosciuto appena giunto a Piacenza, era il 1978, a casa della signora Rosetta, gentile coinquilina del condominio di via Capra, dove allora risiedevo, vidi un quadro che attirò tutta la mia attenzione, era un quadro di un certo Giancarlo Braghieri, per me allora uno sconosciuto Carneade dell’arte locale. Mi incuriosì la stranezza delle forme, ma a pensarci bene, anche il particolare uso del colore: una pittura che esprimeva inquietudine, messianica attesa (o futura certezza).

Ho visto innumerevoli mostre in città e fuori, in Italia ed all’estero, ma mai nessun pittore mi ha incuriosito come il nostro Braghieri Giancarlo. A proposito di mostri (di cui noi, attraverso il Goethe abbiamo all’inizio accennato), ricordo un grande quadro di Renato Guttuso che descrive un interno delimitato nella parte superiore dalle mostruosità di villa Palagonia.

Quel quadro, Spes contra spem,  è un olio del 1982 del ciclo delle Allegorie. A proposito di quest’opera il critico Alain Jouffroy scrisse: “…questo quadro ha la forza drammatica di uno psicodramma trasformato in allegoria, e di un diario intimo trasformato in documento pubblico”.

Ecco, questo è ciò che si potrebbe scrivere e sottoscrivere oggi anche per il nostro Braghieri, anche perché a ben vedere coincide in qualche modo con quanto scritto da Stefano Fugazza nella già menzionata presentazione: “Una serie di opere ruota attorno al tema del Tempo, che è diventato una figura nera, tondeggiante, neanche particolarmente mostruosa. Il Tempo, il Kronos degli antichi, è una deità che percorre la terra strappando via le creature (se le mette sotto un braccio e le porta con sé), i loro sogni, i loro amori. Anche i miti, in questo mondo parallelo creato da Braghieri, sono riletti, interpretati, collegati alla nostra vita”. Ecco il punto comune a tutte le opere, di qualsiasi periodo, del nostro artista: il dispiegarsi di un diario, il diario della vita sua e di ognuno di noi, la vita come un appariscente dramma psichico, così come gli antichi lo hanno rappresentato attraverso il mito e che noi cerchiamo di decifrare attraverso  un traballante sistema psicoanalitico.

Per descrivere, come il Nostro faceva, di miti e di drammi mitologici, bisognava avere un buona cultura classica, cultura come ricerca continua che il Braghieri  alimentava  con continui  studi e letture: l’amore per la lettura era ed è evidente ad ogni pennellata. Questo lo sapeva bene il nostro direttore Fugazza, tant’è che un quadro del Braghieri, un’opera su carta “La lettura” del 2002 venne messa a copertina del numero I della rivista Leggere l’arte che la Ricci Oddi pubblicò quello stesso anno grazie al mecenatismo della Fondazione di Piacenza e Vigevano.

Giancarlo Braghieri rappresenta spesso un personaggio mitologico, più di ogni altro, il furbo Sisifo. A nulla è comunque valsa la sua furbizia se è costretto a salire una rupe, spingendo un enorme masso che giunto alla sommità, rotola nuovamente giù. È un personaggio che si prende giuoco della morte ma a Thanatos infine è costretto a soccombere. Sisifo, è il personaggio mitologico che più rappresenta l’uomo, un uomo furbo, senza scrupoli, alla ricerca di continue scoperte  che possano farlo competere con la divinità. Cerchiamo tutti in fondo di raggiungere l’immortalità, con ogni mezzo possibile, l’arte è sicuramente, tra tutti gli strumenti, il mezzo che Giancarlo Braghieri è riuscito ad usare meglio a questo scopo.

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