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I 60mila visitatori e l’oro di troppo: cosa ci resta di Klimt?

Piaceri e dispiaceri della visita all'esposizione piacentina dedicata all'artista austriaco, chiusa domenica 24 luglio

Le migliaia di visitatori, la speranza che l’occasione si tramuti in abitudine, l’oro di troppo e il doppio ritratto ancora solo: piaceri e dispiaceri in saluto a Klimt. Iniziando dai primi. È un gran piacere poter andar per mostre nella propria città, scoprirle aperte anche in un lunedì pomeriggio (caldo) di luglio e attraversarle in compagnia di altre persone, intente ad ascoltare l’audioguida, a indicare e commentare tra loro le opere in esposizione, a scattare foto, dentro e fuori le mura della galleria d’arte moderna Ricci Oddi e di Xnl-contemporanea, sedi dal 12 aprile scorso di “Klimt. L’uomo, l’artista, il suo mondo”. È un gran piacere constatare che parecchi, tra i presenti, sono giovani, alcuni giovanissimi. Forse ne hanno approfittato (come chi scrive) quasi agli sgoccioli – l’evento ha “smontato” domenica 24 luglio – dopo aver messo da parte lezioni, impegni universitari o lavoro.

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C’è un clima disteso e un po' vacanziero, raro da incrociare a Piacenza: chi attraversa le sale, buio e luci puntate sugli oltre 160 pezzi esposti, si prende tempo. E a farlo, dall’inaugurazione al 20 luglio scorso, sono stati in 60mila secondo Arthemisia, azienda a cui fanno capo produzione e organizzazione della mostra. Non sono i 235.050 dichiarati per “Klimt. La Secessione e l’Italia” in quel di Roma - primo capitolo dedicato all’artista viennese, a cui ha partecipato anche il ritrovato Ritratto di Signora - e neppure i 100mila raccolti “in casa” dal Guercino, tra palazzo Farnese e salita alla cupola del Duomo. Ma la capitale è la capitale e il 2017 un’altra epoca, forte di grandi comitive e di Covid ignara: 60mila, per i luoghi e i tempi, non paiono pochi. E se le persone arrivano, dove non sono troppo abituate ad andare, vuol dire che la macchina funziona. Il successo più o meno grande di pubblico non si ignora: risposta all’investimento fatto, necessario motore di possibili repliche, è un traguardo che credo ognuno si auguri di vedere trasformato in strada spianata per il dopo. Su questo non si discute, anzi si è già discusso troppo (da più parti), riducendo spesso la conversazione sul tema al solo indotto per la città. Fino a farla parere non un’ottima conseguenza, ma la stessa causa dell’evento.

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Un primo dispiacere, a cui ne seguono altri, nel corso della visita alla mostra. Le opere ci sono, non solo per numero e varietà, ma anche per rilevanza e attinenza. Il percorso espositivo proposto non presenta difficoltà di lettura e affida per gran parte all’ordine temporale la propria evoluzione. Un primo smarrimento arriva di fronte a uno dei pannelli introduttivi, che colloca l'immagine di Ritratto di Signora in una mostra personale dell’artista del 1910. Di fatto la tela già esisteva, ma non con l’immagine attuale (ancora datata 1916-1917) bensì con quella della ragazza col cappello, tuttora viva sotto il ripensamento dell’artista. E la distanza tra il 1910 e il 1917 non è cosa da poco nella produzione klimtiana: appena dopo gli arcinoti Il Bacio e Giuditta II, appena prima de L’abbraccio, il passaggio tra gli anni zero e dieci del secolo conserva ancora la cifra più popolare del secessionista: l’oro. Si tratta di una riduzione ai minimi termini, al pari della parola più evocativa di un episodio: delitto-sangue, Klimt-oro. Chi non lo sa? E a ribadirne la bontà ci sono pannelli dorati posti in corrispondenza di ogni sua opera. E così nell’oro galleggia il “piccolo” Ragazza (nella foto sopra) - già in lotta con un’impegnativa cornice - si muovono Le Amiche I (Le sorelle), ree di non averne abusato, e ci sprofonda Ritratto di signora in bianco (nella foto sotto), così intimamente vicino alla signora della Ricci Oddi. L’allestimento entra a gamba tesa nella percezione dei rapporti cromatici, nella fruizione e - il dispiacere maggiore - nel messaggio.

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Perché in quel lasso di tempo di cui si parlava sopra, le cose mutano, come spesso fanno, nel modo di fare arte dell’austriaco. Del metallo più prezioso – carico, lussuoso o evanescente bizantino – e di ciò a cui rimandava, non c’è più traccia. La “fase finale” dell’artista - Gustav Klimt muore nel 1918 - così come i lavori antecedenti, restano imbrigliati in una gabbia dorata, che suggerisce di intravedere quel che non c’è e già si conosce, piuttosto che di vedere quel che effettivamente c’è o si può scoprire. Come la rarefazione dei volti delle donne, che si fa ancor più minuta e straordinaria: ce lo ricorda la già citata signora in bianco - la sovraesposta delicatezza, il trattamento pittorico riservato alla veste - che poteva illuminare (questa sì) il ritratto piacentino.

E qui arriva l’ultimo dispiacere. Ritratto di Signora resta solo, in trono, isolato nell’ultima sala. L’opportunità di tutto quel che potrebbe scaturire da un confronto diretto - oggi si dice dialogo, nonostante l’ostinato mutismo delle opere - con quanto compiuto dall’autore all’incirca nello stesso periodo (o no), sullo stesso soggetto (o no), con la stessa tecnica (o no), viene procrastinato. La “cornice” dorata, con tanto di intenso bagliore ai lati, non risparmia neppure la Signora, relegandola ad un secondo piano e appiattendone motivi e passaggi. Una considerazione che nasce dall’averla vista in precedenza, nella funerea e biasimata teca (causa riflessi) in cui è stata esibita nella primavera del 2021, dove dalla luce naturale traeva però un ben miglior servizio. Peccato. Attorno, chi osserva e ascolta, pare comunque gradire. I commenti social dei visitatori intercettati in queste settimane, suonano soddisfatti. Al netto di “io non me intendo” e degli umili scrupoli che spesso precedono un commento in questo campo, a vincere è il “piacevole” “bello” “interessante”.

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Cosa ci resta quindi di Klimt? Forse l’aver avuto la fortuna d’incontrare, a pochi passi da casa, quel che di solito da qui resta lontano, pur con i limiti sopradescritti. Poi i visitatori, locali e forestieri, che hanno raggiunto l’esposizione e potrebbero, domani, tornare; che sembrano molto ben disposti a gradire, a guardare, a conoscere, affidandosi a chi “sa” e deve farsi carico di valorizzare. Se dall’evento nasceranno pagine di letteratura storico-artistica, spunti per nuove inferenze, percorsi di studio o iniziative – vitali per l’opera piacentina – si vedrà. Nel caso, sarebbe davvero una gran cosa trovarli in bella mostra, magari quanto un luogo comune.

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