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Venerdì, 20 Maggio 2022
Cultura

L’Eracle di Euripide secondo Emma Dante “non mai finito di dire quel che ha da dire"

A Piacenza Emma Dante c’è pure stata. Non ditemi precisamente l’anno, in questo terzo millennio sicuramente. Anzi: più di una volta al teatro Filodrammatici, una volta al Municipale, precisamente, mi suggerisce una breve ricerca in internet, nell’inverno del 2014, con lo spettacolo “Le sorelle Macaluso”

A Piacenza Emma Dante c’è pure stata. Non ditemi precisamente l’anno, in questo terzo millennio sicuramente. Anzi: più di una volta al teatro Filodrammatici, una volta al Municipale, precisamente, mi suggerisce una breve ricerca in internet, nell’inverno del 2014, con lo spettacolo “Le sorelle Macaluso”.  Una rappresentazione in cui i personaggi ricamavano la loro esistenza come in bilico tra presenza ed assenza, tra vita e morte.

Una donna ammalata, nel delirio chiede alla figlia: “ma io sono viva o morta?”, la figlia di rimando: “viva! Sei viva mamma!” e la madre: “sì, viva! Io sono morta da un pezzo e voi non me lo dite per non spaventarmi”. La regista attraverso questo racconto, che gli aveva riferito un amico, ci spiegava ed oggi ci rappresenta teatralmente, il senso tragico e grottesco della vita. Tutto il suo teatro è un andirivieni tra sogno e realtà, tra la vita e la morte, tra oppressione e liberazione, tra tradizione e innovazione.

Conferma ne ho avuto quest’anno. In questo mese di maggio 2018. Al Teatro greco di Siracusa in occasione del cinquantaquattresimo festival del dramma antico. L’Eracle di Euripide viene rappresentato con la regia di Emma Dante. Mi son tornate alla memoria scene di funerali cui ho assistito nella mia infanzia: lunghe gonne nere ornate di pizzi, velette ricamate, le espressioni e le movenze dei presenti, la musica straziante che la banda di paese eseguiva, le diverse tonalità dei lamenti di chi seguiva il corteo funebre e che diventavano una unica litania.

Questa la componente tradizionale che viene riproposta nella rappresentazione di questa tragedia euripidea. L’innovazione sta nel cambiare nella rappresentazione il genere dei personaggi, soprattutto quelli maschili che vengono impersonati da donne, donne dal capo calvo o dai lunghi capelli, tanto lunghi da coprirne il volto.

Gli eroi, si sa, sono tutti giovani maschietti, che succede se invece sono donne? E se il coro, il popolo di Tebe, è rappresentato da uomini dalle espressioni grottesche, anziché da leggiadre fanciulle? L’eroe per antonomasia Eracle, impersonato da Mariagiulia Colace, nel nostro caso, è donna! Come tutti gli altri, da Lyco (Patricia Zanco) il tiranno usurpatore, ad Anfitrione (Serena Barone) che con Zeus ne condivide la paternità.

L’Eracle di Euripide è un eroe dimezzato, tant’è che dopo avere compiuto le sue fatiche, diventa un uomo mite che si lascia guidare dall’amico Teseo. Gloriose le sue fatiche, tranne l’ultima: lo sterminio della sua stessa famiglia. Ma se è la sua mano a commettere una simile nefandezza, non lo è la sua coscienza. La sua mente viene offuscata dalla Pazzia, una pazzia procurata da Lyssa ed Iride su commissione di Era, la gelosa e vendicatrice moglie di Zeus.

L’eroe greco, l’uomo greco, non è artefice del proprio destino. Saranno i latini a coniare la famosa frase “Faber est suae quisque fortunae”, ripresa e fatta propria dall’Umanesimo, ad affermare che ciascun uomo è artefice del proprio destino: Ed oggi? L’uomo, il cittadino, ha perso qualsiasi potere decisionale, siamo un po’ tutti manovrati da realtà esterne alle nostre coscienze, che le convinzioni stesse modellano a loro piacimento. Siamo un po’ tutti burattini, consapevoli o meno, manovrati dal Grande Fratello. L’opera dei Pupi da rappresentazione folcloristica è diventata quotidiana realtà.  La perdita della capacità politica di operare delle scelte diventa la perdita della coscienza: la pazzia di affidarsi alla finanza ha snaturato il senso ed il significato a qualsiasi forma di democrazia.

Questa la lezione che può venirci data oggi da una rilettura dell’Eracle di Euripide, una rivisitazione in termini politico-sociali.

Non a caso la scenografia è costituita da una bianca cava di marmo, un muro funebre tappezzato di fotografie, come un cimitero. Monotono, incolore, insignificante (nel suo profondo significato) come le periferie delle nostre città.  Città fredde, tappezzate di foto: di morti per incidenti, di morti bianche, di crimini consumati nelle pareti domestiche, di foto in bianco e nero, di foto colorate, di immagini violente che rappresentano di tutto e di più (anche le patinate immagini pubblicitarie sono spesso immagini sanguigne e sanguinolente).

In fondo la danza dei personaggi di questo dramma antico è l’eterna danza tra la ragione e l’irrazionale, tra Apollo e Dionisio, sentimenti opposti che agitano da sempre l’animo di ogni uomo. Il suono ritmico dei tamburi sottolinea il significato della danza stessa: estasi e sgomento! Come in Wagner, come in ogni opera lirica classica.

E che dire delle grezze croci di legno che come pale eoliche agitano la scena per tutta la durata della rappresentazione? Sarà un richiamo alle mostruose ed enormi pale eoliche che violentano quotidianamente le colline dell’isola o rappresentano solo un richiamo al dolore del Golgota?

Lascio qualsiasi libera interpretazione al lettore, su questa come su tutte le altre questioni accennate in questa nota, rimandando qualsiasi affermazione a quanto Calvino ha scritto sul “Perché leggere i classici”: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Così è anche per quest’opera: l’Eracle di Euripide scritta e rappresentata ad Atene nel 420 a.C.

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