La malattia di Parkinson: meccanismi di comparsa e studio dei fattori di rischio

Un approfondimento dal convegno in Fondazione organizzato dalla Società Medico-chirurgica

FOTO ALESSANDRO BERSANI

Nella giornata nazionale dedicata alla sensibilizzazione della conoscenza sul morbo di Parkinson, l’Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano ha  ospitato il convegno di studio promosso dalla Società Medico–chirurgica con l’intervento di medici che seguono in particolare i disturbi del movimento conseguenti la malattia di Parkinson. Alla panoramica generale e alla relazione del prof. Manfredi Saginario segue ora la relazione presentata dalla dr.ssa Rosanna Cesena, medico esperto in comunicazione scientifica.

La malattia prende il nome dal medico inglese James Parkinson, che pubblicò la prima descrizione dettagliata nel suo trattato “An Essay on the Shaking Palsy”, un saggio sulla “paralisi agitante” nel 1817, proprio duecento anni fa, e ogni anno il 25 Novembre, ricorre la Giornata Nazionale.

La malattia di Parkinson è una patologia degenerativa del sistema nervoso centrale, in continua crescita e tuttora l'analisi del processo di insorgenza (eziopatogenesi) è sconosciuta. Secondo gli ultimi dati statistici, sarebbero circa 600.000 in Italia, i malati di Parkinson e Parkinsonismi. L'età media di insorgenza è di circa 60 anni, anche se il 5-10% dei casi, classificato ad esordio giovanile, inizia tra i 20 e i 50 anni.

Ha un inizio insidioso, ed  i sintomi più evidenti sono legati al movimento, con  tremori, rigidità, lentezza dei movimenti (bradicinesia), alterazione  della postura e della deambulazione. Il tremore è tipicamente a riposo, a bassa frequenza (compreso tra i 4 e 6 hertz), scompare durante i movimenti volontari, in genere peggiora nelle situazioni di stress emozionali ed  è assente durante il sonno. Coinvolge maggiormente la porzione più distale dell'arto, inizialmente monolaterale, in seguito, diventa bilaterale. Nelle fasi avanzate della malattia, possono insorgere problemi cognitivi e comportamentali, depressivi e del linguaggio.

I sintomi motori tipici della condizione, sono il risultato della morte delle cellule che sintetizzano e rilasciano la dopamina, un neurotrasmettitore endogeno, che all'interno del cervello funziona tramite l'attivazione dei recettori dopaminici specifici e subrecettori. La dopamina è prodotta in diverse aree del cervello, tra cui la substantia nigra e l'area tegmentale ventrale, ma grandi quantità si trovano nei gangli della base (i quattro nuclei che compongono i gangli della base sono: lo striato, ulteriormente suddiviso in caudato, putamen e accumbens, il globus pallidus, il nucleo subtalamico e la substantia nigra). Derivata dalla tirosina, ha azione sia eccitatoria che inibitoria, nel senso che ha grande capacità di modificarsi in relazione alle necessità e svolge numerose funzioni: ha un ruolo nel comportamento, nella motivazione, influenza il sonno, l'umore, l'attenzione e l'apprendimento. Nel sistema nervoso centrale, controlla il movimento ed è fondamentale per consentire un corretto equilibrio dell'attività motoria. A livello del sistema nervoso simpatico, causa l'accelerazione del ritmo cardiaco e l'innalzamento della pressione arteriosa. Nell'apparato gastrointestinale, il suo principale effetto è l'emesi, e la sua carenza può determinare anche stanchezza e cali energetici. Livelli elevati di dopamina tendono a promuovere l'attività motoria, mentre livelli bassi, come avviene nella malattia, richiedono maggiori sforzi per compiere un movimento. I farmaci che vengono usati per trattare la malattia di Parkinson, tendono a produrre  una quantità troppo elevata di dopamina, portando i sistemi motori ad attivarsi nel momento non appropriato e causando, pertanto discinesia (alterazione del movimento).

Caratteristica della malattia è la presenza dei corpi di Lewy, inclusioni citoplasmatiche eosinofile che si trovano all'interno dei neuroni pigmentati della sostanza nera e di altri nuclei troncoencefalici. Sono ritenuti il prodotto di un processo degenerativo neuronale e si riscontrano anche in altre patologie neurodegenerative. Vengono identificati mediante esame immunoistochimico, al microscopio, del tessuto nervoso interessato (esame post-mortem). Il corpo di Lewy, descritto nel 1912 da Frederic Lewy è composto dall'alfa-sinucleina, associata con altre proteine, come l'ubiquitina, la proteina dei neurofilamenti e si ritiene che rappresenti un aggresoma all'interno della cellula, ma altri meccanismi includono la disfunzione  dei sistemi lisosomiali  e una ridotta attività mitocondriale. La principale caratteristica patologica della malattia è la morte delle cellule nella substantia nigra e più specificatamente nella parte ventrale (anteriore) della pars compacta, causando nel tempo, la perdita fino al 70% del loro totale.

La causa che porta alla morte dei neuroni non è stata ancora definita, ma sono allo studio diversi fattori di rischio e molti esperti ritengono che la malattia sia il risultato dell'interazione tra numerosi fattori ambientali cui il paziente è esposto durante la propria vita ed una predisposizione genetica ereditata nell'interno della famiglia. Sono 24 i fattori genetici  a rischio e la presenza di una predisposizione genetica è confermata  dal 10 al 16% dei pazienti che riferiscono di almeno un familiare di primo grado che ne è affetto. Ricercatori australiani hanno osservato una interazione tra due fattori genetici, concludendo che la determinazione dei genotipi NACP-Rep 1  e di MAPT, insieme, permette di stimare la velocità di progressione della malattia. E' stato dimostrato, in modo definitivo che le mutazioni in geni specifici possono essere causa della malattia e maggiormente studiati sono SNCA, LRRK2 e GBA (glucocerebrosidasi).

La malattia di Parkinson associata alla mutazione del gene GBA, si traduce in una forma molto più aggressiva, caratterizzata da un declino più veloce delle funzioni motorie e cognitive.

L'esposizione ad alcune tossine ambientali, sono state poste in correlazione alla insorgenza della malattia e ritenute in grado di aumentare il rischio, con una relazione dose-effetto, per il numero di anni di utilizzo, in particolare, per gli insetticidi organo clorurati (Maneb, Paraquat, Ziram). Per questo, in Francia, sulla base del decreto 665=2012, la malattia di Parkinson è stata inserita tra le patologie professionali agricole.

Secondo i dati elaborati da uno studio pubblicato nel 2011, sulla rivista Annals of Neurology, tra le sostanze organiche che aumentano il rischio di sviluppare la malattia, in caso di esposizione prolungata, sono: il tricloroetilene, il percloroetilene ed il tetracloruro di carbonio, solventi chimici, probabilmente cancerogeni. Uno studio statunitense pubblicato sulla rivista dell'American Academy of Neurology, ed altri, mette in evidenza che i lavoratori esposti  ai  fumi  di saldatura, presentano un maggiore rischio di sviluppare lesioni cerebrali ed in particolare il Parkinson. Infatti, nelle operazioni di saldatura, è utilizzato per le sue qualità di reattività e combustione, il manganese, annoverato tra i metalli pesanti coinvolti nello sviluppo del Parkinsonismo.

Negli USA, è stato pubblicato l'esito di uno studio su 886 saldatori, sponsorizzato dal sindacato dei lavoratori, seguiti per quasi dieci anni, ed è stata osservata una progressione dei sintomi parkinsoniani, con un aumento per ogni anno di esposizione a quantità predefinite di mg. di manganese per m3.

Ma, oltre al Parkinson idiopatico, esistono condizioni caratterizzate da sintomi motori, chiamate parkinsonismi. Possono essere di origine vascolare (anche da tumore cerebrale), da farmaci  neurolettici, da tossici, come manganese, metanolo, metil-fenil-tetraidroperidina, neurotossica, post- trauma cranico (pugili), post- encefalitico (encefalite letargica). La diagnosi della malattia parte dalla storia clinica e dall'esame neurologico del paziente, seguiti da esami strumentali: RMN, Spettroscopia a risonanza, elettromiogtafia e di recente, la sonografia transcranica che permette di studiare in modo non invasivo, il parenchima dei nuclei della base e del mesencefalo.

Quando la terapia farmacologica non è più in grado di controllare i sintomi (levodopa, agonisti dopaminergici, inibitori della monoamino-ossidasi, etc., la stimolazione cerebrale profonda (DBS, Deep Brain Stimulation) è il trattamento chirurgico più comunemente utilizzato e permette una buona remissione clinica.

La malattia tende ad avanzare con il tempo. La scala di Hoehn e Yahr, che definisce i cinque stadi di valutazione, viene usata per descrivere  eventuali sintomi di  progressione della malattia.

Per le novità nella terapia farmacologica della M. di Parkinson, si rimanda alla disquisizione del Professor Manfredi Saginario, pubblicata su questo quotidiano on line nella sezione “Cultura”: https://www.ilpiacenza.it/cultura/le-novita-nella-terapia-farmacologica-della-malattia-di-parkinson.html

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