La politica fiscale nell’età giolittiana, un modello da cui i politici dovrebbero trarre insegnamenti

La conferenza del professor Marongiu a Palazzo Galli

FOTO CARLO MISTRALETTI

Gianni Marongiu, oggi avvocato cassazionista e professore emerito di Diritto Tributario dell’Università di Genova (già Sottosegretario alle Finanze), oltre che degli studi tributari si è sempre interessato di storia del Fisco alla cui conoscenza ha portato importanti contributi con tre saggi nei quali ripercorre la politica fiscale della Destra storica (1861-1895), della “Sinistra” (1876-1896), e “La politica fiscale nella crisi di fine secolo (1896-1901)”. L’ultima opera “La politica fiscale nell’età giolittiana”, Leo S. Olschki editore, Firenze 2015, poderoso tomo di pp.528, è statapresentata a Palazzo Galli.

L’autore - accolto dal ringraziamento per la presenza,dall’avv. Corrado Sforza Fogliani, Presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza epresentato da una breve introduzione del dottor Gianmarco Maiavacca - ha esordito evidenziando come sul grande statista e uomo politico Giovanni Giolitti,esista una letteratura immensa e grande attenzione è stata inoltreriservata ad altri politici dei governi del pre fascismo.Pochi autori però si sono occupati della storia fiscale d’Italia di cui Giolitti è stato grande protagonista, perché la nostra nazione, salvo la parentesi giolittiana, non ha mai avuto una politica fiscale organica e congruente. Diversamente da altri Stati, il Fisco non è percepito, e sostanzialmente non è,l’organismoche attraverso un sistema impositivo trasparente ed equo,crea un circolo virtuoso prelevando risorse destinate a far ricadere sulla comunità i servizi indispensabili al progresso della nazione; è invece una sorta di tiranno che ”mette le mani nelle tasche degli italiani” per arraffare in modo burocratico le somme di cui di volta in volta necessita. Questo tipo di politica interrotto dai governi di Giolitti (il primo con Zanardelli), è stato gradualmente ripreso dal fascismo, ed è stata la costante filosofia dei successivi governi di destra, di centro e sinistra, in un ricorrente abuso di decreti legge.

Lo statista Giolitti non riuscì a completare un’architettura compiuta di riforma  tributaria, ma comunque ogni provvedimento legislativo era mirato a dare maggiore equità al “sistema” creando un rapporto più equilibrato fra imposte dirette e indirette gravanti, queste, in maggiore misura sui ceti meno abbienti.

Il prof. Marongiudà quindi un giudizio molto positivo della politica fiscale perseguita dai cinque governi che Giolittiha presieduto dal 1901 e il 1914, alleandosiprima con i socialisti riformisti di Turati e poi con i cattolici: “ ... l'Italia, sotto il profilo fiscale, nel 1914, era ben diversa da quella che Zanardelli e Giolitti avevano ereditato, perché tutte le diverse tipologie di tributi erano utilizzate senza alcun tabù, perché ne erano state inventate di nuove e moderne e molte di esse erano applicate con una maggiore equità. L'ordinamento tributario era, quindi, più equilibrato e questo importante risultato era il frutto di un consenso voluto e ricercato all'interno delle istituzioni rappresentative della volontà popolare”.

Da ultimo il prof. Marongiu ha ricordato il giudizio di Einaudi, e cioè che quella di Giolitti può essere ritenuta, comunque, “una politica finanziaria prudente e socialmente utile”.

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