Le avventure intellettuali di Angelo Genocchi e Melchiorre Gioia

I due piacentini illustri ricordati da Cesare Zilocchi e Nicola Pionetti a Palazzo Galli (Banca di Piacenza)

Un momento dell'incontro

Le istituzioni piacentine non brillano per solerzia nel ricordare i concittadini illustri. Fa eccezione la Banca di Piacenza che ha dedicato anche l’appuntamento culturale del lunedì di Palazzo Galli ad Angelo Genocchi e Melchiorre Gioia, rispettivamente a 200 e a 250 anni dalla loro nascita. Le loro figure sono state tratteggiate dal dottor Cesare Zilocchi, giornalista pubblicista cultore di storia locale e dal professore Nicola Pionetti, a sua volta ricercatore di “storia patria”, che, in conversazione con l’avvocato Corrado Sforza Fogliani hanno testimoniato, con la consueta competenza e scientificità,  il percorso di vita, le opere e le benemerenze del grande matematico Genocchi (1817-1889) e dell’economista, politico e intellettuale Gioia (1767 – 1829).

Zilocchi ha iniziato la narrazione ricordando la bibliografia piacentina su Angelo Genocchi: dalle pagine pubblicate in Strenna Piacentina 1893 dall’avvocato e magistrato Pietro Agnelli (1817 - 1901), coevo del Genocchi, ai tre volumi editi dalla Banca di Piacenza: “Monumenti celebrativi piacentini dai cavalli al dolmen” 1988 (di cui è autore lo stesso Zilocchi e patrocinato dall’Istituto per la storia del Risorgimento), gli “Atti del convegno di studi in Palazzo Farnese 11 marzo 1989”, e la “voce” nel Dizionario Biografico Piacentino anno 2000.   

Ripercorrendone le tappe giovanili ha ricordato l’abitazione nella parrocchia della "Paganina", oggi via Genocchi 8, abbattuta nel 1962, la grande assiduità e profitto nello studio, i pomeriggi passati nell'addiaccio della biblioteca e la frequenza alla facoltà di legge, l'unica a Piacenza.  Poi le frequentazioni di Carlo Giarelli, Alfonso Testa, Francesco Buccella e altri liberali nella bottega del libraio tipografo Del Maino. Genocchi si laurea a 21 anni e fa pratica da Filippo Grandi. Avvocato dal 1840 non trova molto spazio (solo gratuiti patrocini) e quindi nel '45 passa a insegnare diritto romano all'università. Nel '49 dopo Custoza e la “fatal Novara”, lascia Piacenza per non sopportare il ritorno degli austriaci. Va a Stradella, poi a Torino da dove invia al magistrato agli studi di Piacenza prof. Fioruzzi, una lettera nella quale, pur non avendo nulla da temere dal ritorno degli austriaci, conferma la decisione di lasciare la città. Vive modestamente tutto dedito alla matematica e alle lezioni tenute da Giovanni Plana e Felice Chiò che sarebbero diventati due importanti riferimenti per il decollo della sua carriera accademica.

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