Le fake news non sono un fenomeno nuovo, ma ora sono aumentate le fonti d'informazione

Dalla 19esima edizione del seminario “Periti Day” - organizzato da Carlo Mistraletti a Palazzo Galli della Banca di Piacenza - simposio che ha unito il ricordo del medico piacentino Pier Francesco Periti, alla trattazione di temi multidisciplinari che caratterizzano la complessità della nostra società - proponiamo, grazie alla cortese collaborazione del relatore, ampia sintesi del contributo fornito da Domenico Ferrari Cesena, Professor Emeritus of Computer Science University of California at Berkeley, sul tema “l’Informazione e la realtà’”. L’informazione è sempre stata passibile di falsificazioni. La diffusione delle false notizie a fini di lucro, politici, ecc. è un reato se non descrive precisamente la realtà che dice di voler descrivere.

Esempi d’informazione falsa: una foto di due persone (vere) scattata in un luogo e/o una data, diversi da quelli dichiarati; una frase (vera) detta da X (vero) riportata senza citare la frase precedente o successiva (cioè fuori contesto). Non è però detto che, quando la descrizione è falsa, lo sia per imbrogliare, per acquisire indebiti vantaggi a spese dei destinatari dell’informazione o di altri soggetti. Si può trattare di un errore non voluto, che può però essere molto dannoso. La pubblicità può essere (e talvolta è) menzognera.  Delle notizie false si sono avvalsi gli spionaggi di nazioni in guerra, di grandi o medie industrie, ecc., per imbrogliare nemici, clienti, concorrenti, ecc..

Da qualche tempo si fa tanto parlare di FAKE NEWS. Le false notizie non sono però un fenomeno nuovo. Ciò che è cambiato, con velocità folle, sono le fonti di informazione cui attinge l’opinione pubblica. Una recente indagine condotta in Italia da Demos-Coop, dic. 2917, 1316 casi), ha rilevato che dieci anni fa, l’opinione pubblica attingeva l’informazione per il 30% da giornali cartacei e per il 25 da Internet. Oggi la fonte è costituita per il 63% da Internet e per il 17% da giornali: cartacei e Web con quest’ultimi in prevalenza.

Gli italiani sono dunque più informati di 10 anni fa? Numericamente sì. Meglio? Forse no. Motivi: La lettura dello schermo non concilia la ponderazione (anche se il testo è di qualità) e la qualità dei contenuti della rete non è controllata. La rete è infatti piena di bugie: quelle di chi genera i contenuti (es. le dichiarazioni dei politici, come in passato), e quelle di chi le cita.

La rete è un medium molto più “democratico” dei precedenti: chiunque lo può usare per mettere online ciò che vuole.  Quindi, non è la RETE la colpevole, ma i cosiddetti SOCIAL. Venti anni fa la Rete era riservata a chi aveva il potere di mettere l’informazione online.  Ora, con Web 2.0 e le sue degenerazioni, ce l’hanno tutti. Lo scrivere sui social è stato permesso in modo generalizzato senza nemmeno tentare di educare gli sprovveduti a diffidare, a verificare, ad assumere un atteggiamento di sano scetticismo.

I dati sulle fake news considerate vere e condivise sono insensitivi al genere, massimi per le fasce 25-34 anni e per 45-54 anni, e le percentuali si abbassano con il livello del titolo di studio. Sono massimi per gli elettori del M5S, poi di FI, poi della Lega e infine del PD.

Risultato: si attendono i disastri. Poi ci sarà qualche tapino che, a mezza voce, proporrà di inserire controlli e, soprattutto, preparare tutti, compresi i nativi digitali, a diffidare. Ma, nonostante i disastri, quei tapini verranno travolti dal rumore e dal disprezzo.

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