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Lunedì, 26 Febbraio 2024
La serata

Medicina, Psichiatria e Grande Guerra: lezione del prof. Lombardi alla Dante

Successo per l'evento al Salone Monumentale della Biblioteca Passerini Landi

Non sempre si pone mente ai possibili effetti psico-psichiatrici, e non soltanto fisico-medici, di un evento catastrofico, soprattutto bellico; ci si limita a pensare all’evento in se stesso, e agli aspetti soprattutto politici che ne scaturiscano. Eppure il problema esiste, e con rilevanza, non foss’altro che per la difficoltà esistenziale del soggetto colpito, oltre che su piani socio-familiari di non sempre facile gestione. 

L’argomento è stato oggetto di una conferenza organizzata dalla Società “Dante Alighieri”, presso il Salone Monumentale della Biblioteca Passerini Landi, svolta molto approfonditamente e concretamente dal dottor Filippo Lombardi, noto medico psichiatra di Piacenza, e nel contempo profondo cultore e studioso di aspetti particolarmente concernenti anche in tale materia la Grande Guerra del 1914-18.  
“Medicina, Psichiatria e Grande Guerra”: questo il tema trattato dal dottor Lombardi, il quale, nel richiamare quanto con il menzionato evento bellico ci si sia trovati dinanzi ad un coinvolgimento “di massa” sul piano politico-internazionale mondiale, e di eserciti, oltre che di civili il gradìo intenso di vera e propria guerra “totale”, oltre che di uso di armamenti evoluti rispetto ad un vicino passato d’allora. L’Italia ha pagato un intenso contributo in termini di vite umane, oltre che di ovvi effetti negativi a cominciare dal tasso di natalità, calata dal 1914 al 1918 di ben quasi la metà. E circa un milione sono stati i feriti italiani, e 650mila i nostri caduti: numeri impressionanti, alla luce soprattutto di un’analisi di confronti “proporzionali” con la Seconda Guerra Mondiale (pur essendo stata questa, micidiale), tenendo conto della demografia italiana di 36 milioni di abitanti nel 1915, e della minima perdita di vite umane (1.483) nella antecedente guerra di Libia. 

Sul piano sanitario la risposta italiana è stata eccellente, a livello medico e infermieristico, e a livello strutturale. Nello specifico, Piacenza presentava una pluralità di edifici “ad hoc”: da un adeguato ospedale militare ad un ospedale civile, da ben dieci ospedali territoriali succursali a tre ospedali di riserva dislocati nella provincia, ed inoltre l’ospedale territoriale della Croce rossa nel Collegio Alberoni. Nel contempo si fece fronte a cure e terapie connesse a nuovi tipi di ferite, causate dall’uso di nuove tipologie di armi, anche a lunga gittata e comportanti il necessario uso dell’elmetto, per difendersi (nei limiti del possibile) da proiettili dall’alto. Addirittura armi medievali quale la mazza ferrata ritrovava uso nel “corpo a corpo”, tanto da doversi possibilmente munire di corazze. 
A ciò si aggiunse lo sviluppo massiccio di gas e la presenza di aerei. 

Una forte spinta terapeutica venne alla medicina con un più mirato uso dell’anestesia, passata da fattore solo mitigante strazianti dolori da amputazioni, a tecniche specifiche di anestesia generale. Si sviluppò l’antisepsi dopo il riconoscimento di malattie di origine microbica e per combattere la gangrena gassosa e il tetano. E validissimi furono gli studi ed il contributo di Henry Dakin e di Alexis Carrel nel trattamento delle ferite. 
Ma un grande merito va  anche all’italiano Antonio Grossich, che, illuminato professionista, trovò la grande efficacia per la cura delle lesioni applicandovi iodio in soluzione acquosa come antisettico cutaneo, al punto che la nota “tintura di iodio” divenne obbligatoria, ed è tutt’oggi elemento utilizzato nelle necessarie situazioni, ad evitare infezioni facili, e mortali. 

A propria volta, l’introduzione di siringhe ipodermiche, guanti di gomma, garze sterili sostituenti quelle di panno, e addirittura l’autoclave per la disinfezione, furono tutti elementi che agevolarono la salvezza umana. Né va dimenticato che nacque l’utilizzo concreto dei raggi X, ed anzi Maria Curie attrezzò per la prima volta ambulanze “radiologiche” ai fini della prima linea. 

Purtroppo, un ridiffondersi di epidemie, quali il colera e il tifo, e della tubercolosi, causarono diverse vittime anche civili, pur salvandosi parecchie vite con i sanatori. Di grande merito fu inoltre a Piacenza un’organizzata cura ed assistenza, anche riabilitativa, dei mutilati: ed una meritoria attività siffatta, con riavvio al lavoro, fu ubicata nella Scuola Giordani. 

Però, al di là delle patologie mediche, purtroppo non furono assenti quelle di natura psichiatrica. Nevrosi da guerra, gravi stress, shock da granate (che da solo portò al 15% degli esoneri), assieme a umane paure in chi aveva rischiato la morte o aveva visto morire colleghi, erano tutte cause che portavano il combattente a non rare reazioni psichiche o psichiatriche: stati di auto-esaltazione con uso improprio dell’arma, eventuali aggressività, forme di imbambolimenti, balbettamenti, mutismi, sordità, attacchi convulsivi e tremiti, allucinazioni, depressioni, angosce ed incubi, finanche paralisi, erano patologie in parte nuove nel loro modo di manifestarsi, ma furono affrontate con scrupolo coscienzioso attraverso una rete di collaborazione tra gli psichiatri, molti dei quali in prima linea; furono creati ospedaletti a tal fine presso i campi, con terapie studiate; e, nel contempo, fiorì anche una ricca letteratura in materia. 

In caso di cura insufficiente e di necessità di ulteriori tipi di esse, il paziente veniva ricoverato in quelle strutture che in passato furono gli ospedali psichiatrici provinciali (c.d. manicomi). Triste fu che fenomeni psichiatrici colpirono anche le donne rimaste a reggere da sole il peso dell’assenza maschile (gli uomini erano in guerra), e della vita quotidiana (famiglia, figli, casa, lavori logistici e di supporto vario da guerra per  i combattenti, e ogni umana problematica quotidiana), cosa che non raramente fu causa di stati psico-psichiatrici. 

In conclusione, tanti furono soggetti a malattie nervose di vario tipo, e con effetti svariati; tuttavia, grazie alle cure man mano migliorate, e ad una sana coscienza medica, per buona sorte si è trattato di una quantità “contenuta” e meno elevata di quanto non si fosse temuto o si pensi. Ciò non toglie tuttavia che un evento soprattutto bellico, in qualsiasi forma vissuto, oltre causa di effetti fisici drammatici o tragici, è sempre virtualmente causa di possibili effetti traumatici, talora permanenti. Brillante ed esaustiva la conferenza del dottor Lombardi, con vera piena soddisfazione di un pubblico interessatissimo e attento.

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