Napoleone e l’insorgenza controrivoluzionaria nel Piacentino: il dibattito

Il convegno all’Auditorium in Sant’Ilario su un tema dimenticato: la reazione popolare nelle nostre vallate, contro la dittatura napoleonica

FOTO DI RENATO PASSERINI

Convegno stamane all’Auditorium in Sant’Ilario su un tema dimenticato: la reazione popolare nelle nostre vallate, contro la dittatura napoleonica. I lavori iniziano mezz’ora di ritardo ed il perché nessuno capisce. Auditorium pieno, ma non esaurito. Un piccolo drappello di soldati in divisa d’epoca, fa da piacevole coreografia. Soldati semplici in stivali neri, pettorine o giustacuori bianchi, dello stesso colore dei pantaloni  fascianti, presentano maniche nere le quali chiudono ai polsi con stoffe e risvolti di un colore diverso, blu o rosso, ornati da filamenti circolari di un colore oro acceso. Pennacchi sui cappelli, più coccarde ed alamari distribuiti ovunque, completano in modo suggestivo la divisa. A loro seguono gli ufficiali, eleganti, ed imponenti anche di stazza. Qui gli alamari si sprecano insieme al dorato dei bottoni che si susseguono a più filiere sui panciotti, decorati da ricami in fili d’oro o d’argento e da giacchette buttate con apparente noncuranza sulla spalla con l’intento di mostrare bordure di volpe bianca e altri infiniti ricami rilevati e rigidi per garantire un’impressione di nobiltà e fierezza insieme. Insomma una cascata di ori e argenti, queste divise, che si completano poi nelle spalline dorate e  scintillanti nelle loro frange, finemente convolute che scendono circolarmente sugli omeri ospitali. Per non parlare dei colbacchi imperiosi,  fatti di pelo d’orso, alti e morbidi che conferiscono un aspetto statuario a tutta la persona. Insomma l’impressione complessiva e conclusiva è che se  non ci troviamo  ad un teatro d’opera, né ad una rappresentazione di manichini, è perché le persone si muovono con disinvoltura, parlano  fra loro ed una di queste risponde con pazienza alle domande del giornalista. Ammirata la coreografia, iniziano i lavori. Introduce il tema il Prof. Maurizio Dossena sempre calmo e dal tono quasi confidenziale nel proporre come questo convegno, rappresenti una occasione per rivisitare la storia. E poiché è un moderato, non poteva che proporre un revisionismo dai toni pacati come è suo costume. Segue l’assessore alla cultura Massimo Polledri che fa anche le veci anche del sindaco. Le sue sono parole di augurio e di compiacimento per questo convegno che come tanti altri, causa la carenza di disponibilità economiche da parte dei comuni, si deve basare sugli uomini di buona volontà (sic). Interessante è comunque il suo interrogativo finale, quasi di tipo manzoniano, rivolto a Napoleone: fu vera gloria la sua? Si entra nel merito con una breve lettura di Cesare Ometti dell’Associazione culturale- teatrale: La Maschera di Cristallo. Lettura  finalizzata a spiegare il tema che verrà poi trattato dai vari relatori: l’ insorgenza della popolazione rurale  piacentina di fronte alla  crudele e spesso sanguinosa dominazione napoleonica. La parola tocca, per primo a Invernizzi, storico del movimento cattolico e reggente nazionale di Alleanza Cattolica. Nessun preambolo inutile, per lui non ci sono dubbi, nell’interpretare i fatti: la ribellione di una parte del popolo, si è verificata contro un potere, quello napoleonico, che aveva una matrice ideologica. Un potere che  non è durato solo pochi mesi, ma circa un ventennio, il cui contrassegno è stato quello di aver  tenuto prigionieri due Papi,  provocato molte vittime e   chiudere un’infinità di chiese e monasteri. Insomma per Invernizzi, Napoleone è stato peggio di Hitler o di Stalin. Infatti era ossessionato da una ideologia giacobina, rivoluzionaria e soprattutto anticristiana, contro dunque quegli umili ed quei poveri per i quali aveva predicato Cristo. Una ideologia che da un certo punto di vista, permane anche oggi nella nostra società, ancora intossicata da una cultura marxista di vecchio stampo sovietico. Oppure dal rinascere di una cultura illuminista, sostanzialmente deicida, dove lo scontro fra bene e male è ambiguo, se non assente.  Spetta  allora ai cristiani, sempre per il relatore, reagire. Le occasioni ci sono o si creano, come quelle del family day, molto utili per mobilitare masse di persone, onde  risvegliare una coscienza per la quale sia ancora lecito  dire con orgoglio: non tutto è perduto. Applausi. Segue, dopo un commento appropriato (e compiaciuto) da parte di Dossena, sulla relazione appena svolta,  il già citato Ometti a svolgere la sua azione di raccordo fra i relatori,  sostenendo che nel 1796 la Repubblica francese era entrata in crisi, tanto che si poneva il problema della conquista delle fertili pianure padane.  Il compito è affidato al piacentino C. E. Manfredi, presidente della sezione locale della Deputazione di Storia Patria per le province parmensi. Si porta al tavolo dei relatori con un grosso fascicolo da leggere. La sua è una voce debole e quindi si accende una strana lotta col microfono. Perché quando questo è lontano, la voce rischia di non arrivare al pubblico, presente. Quando invece è troppo vicino la voce acquista risonanze e amplificazioni fastidiose deformando le parole che arrivano confuse. Comunque dopo le prima avvisaglie, si riesce ad ottenere una situazione di non belligeranza con l’apparecchio amplificatore, cosicché la voce calma e dai toni senza sbalzi, arriva con beneficio di tutti, a tutti. La sua è una relazione dotta ed esauriente, tanto che per dare una giusta dimensione alla rivolta antinapoleonica piacentina del 1805-6, preferisce inquadrare la situazione politica del ducato, a cominciare dal 1748 , anno del trattato di Aquisgrana, allorché  dopo  Elisabetta Farnese, moglie di Filippo V, divenne secondo duca di Parma, l’infante di Spagna, Filippo I di Borbone. Si giunge comunque alla data fatidica del 1796, quando si cominciano a verificarsi le prime ribellioni antigiacobine e antifrancesi, mosse da uno spirito religioso di tipo cristiano contro quella politica bonapartista che se non aveva ancora modificato l’aspetto politico del ducato, lo aveva però ingabbiato nella sua parte amministrativa, di impronta illuministica, attraverso la nomina di un funzionario che veniva d’oltralpe.  Intanto nei centri rurali e nelle campagne, l’odio antifrancese aumentava. Si arriva al 1805 con i decreti del nuovo codice napoleonico dove si prevedono nuove imposte fondiarie, sottrazione di beni privati, introduzione del matrimonio civile,  infine  abolizione  degli ordini religiosi che a Piacenza arrivarono al numero di 21. Con tali decreti, venne abolita quella poca autonomia del ducato che divenne allora una provincia dell’impero. Tuttavia la goccia che fece traboccare il vaso avvenne , sempre nello stesso anno, con la coscrizione obbligatoria. Una vera xenofobia antifrancese accese le vallate piacentine, i cui abitanti conservavano un comune patrimonio di valori e comportamenti, legati alla condizioni di famiglie patriarcali, di tipo francamente cristiano. La prima ribellione, detta dei coscritti, si verificò a Castel San Giovanni, poi si diffuse a tutte le vallate dal Tidone, all’Arda e da questa alla valle della Trebbia per interessare poi anche la valle del  Nure, I paesi coinvolti un numero alto, da Pianello a Pontedell’olio, da Lugagnano a Bobbio, da Castell’Arquato a Salsomaggiore. Segnale della rivolta il suono delle campane a martello effettuato come arma da guerra da parte del basso clero, spesso in accordo coi rivoltosi. Mentre l’alto clero assumeva una posizione distante o contraria. Tuttavia questa controrivoluzione non poteva durare , troppo episodica, troppo  poco organizzata, senza quindi un vero capo carismatico, infine troppo male armata in quanto zappe e forconi non potevano competere con i moschetti francesi. I quali nel frattempo erano scesi  nello stivale con più diverse migliaia di uomini per reprimere la sedizione. Con queste caratteristiche la controrivoluzione che non aveva dalla sua parte i nobili, i quali si preoccupavano di non inimicarsi il grande Corso, si frazionò nel dicembre del 1805, per esaurirsi sotto il piombo francese,  già nel gennaio del 1806. La reazione fu brutale da parte del comandante Junot che comandato da Napoleone (siate severi e crudeli) distrusse interi villaggi (tipo Mezzano Scotti), internò molti insorti e vennero inflitte  44 condanne di cui 21 a morte fra cui due sacerdoti. Oggi a distanza di oltre duecento anni, questa la conclusione di E. Manfredi, nessuna lapide ricorda questi martiri. L’oblio è sceso sulla storia. Con questa relazione si potrebbe già essere grati e soddisfatti  per un convegno così ricco di informazione, ma il protocollo prevede  l’intervento di M. Viglione, storico e intellettuale presentato dall’amico Dossena  per le sue grandi capacità di comunicatore, essendo fra l’altro laureato in Storia e Filosofia.  E a proposito di filosofia anche la storia ne possiede una. Quella, secondo la quale, una controrivoluzione così estesa e così spontanea da parte della nostra popolazione vallese, che per certi aspetti  ricorda e rimanda alla rivolta della Vandea, non abbia trovato eco adeguata nei libri storici e culturali in genere. Il perché? si chiede con chiara vocazione retorica, Viglione? Tante le ragioni, ma soprattutto perché la cultura italiana e l’insegnamento universitario è stato  dal dopoguerra in poi monopolizzato dalla sinistra. Posizione questa, ben espressa dal libro: Folle controrivoluzione,   pubblicato nel 1999 da A. M. Rao, in cui ogni giustificazione alla rivolta ha una sola matrice, quella sociale, mentre la causa cristiana o non esiste o è un pretesto. Solo recentemente qualcosa nella critica si sta muovendo e si affaccia  fra l’idea prevalente  marxista e quella minoritaria  cristiana, un terza ipotesi ascrivibile ad una causa legata alla rivolta dei popoli contro lo statalismo. Per finire secondo Viglione oggi l’eredità di Napoleone è un pericolo per la nostra società, in quanto in essa ritroviamo una mescolanza di illuminismo e di nihilismo che oggi confonde le coscienze  e induce  a comportamenti scorretti, come per es.  la teoria gender.  Quale la conclusione? Il meglio per sintetizzare lo spirito del convegno, la trovo allora in questa frase: chi ancora dice che Napoleone sia stato cristiano si faccia benedire. E con o senza questa ipotetica benedizione, chiudo.

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