Progetto Kamlalaf: l'ultima testimonianza prima di rientrare

Dall'Uganda, l'ultima testimonianza scritta da Andrea Praolini Lanza, uno dei tre piacentini partecipanti al viaggio, nell'ambito del progetto Kamlalaf, prima di rientrare a Piacenza: cronaca della perforazione di un pozzo

Non credo che sia necessario vivere in Africa per poter comprendere il valore eccezionale che ha l’acqua in questo momento per l’umanità. Ma è sicuramente  più difficile immaginarne il ruolo, in una società come quella Karimojong, con la mentalità occidentale. In Italia, dal dopoguerra ad oggi, il consumo d’acqua è ascrivibile tra i diritti imprescindibili del cittadino e, negli ultimi tempi, anche come possibile alternativa energetica. Nel nord dell’Uganda questo nobile elemento è allo stesso tempo chiave per la sopravvivenza della popolazione e viatico per un futuro sostenibile della regione.

Il problema è per prima cosa climatico. Il Karamoja è un territorio estremamente arido che mette a dura prova qualsiasi tipologia di coltura. Questa mancanza di un rifornimento regolare di cibo ha naturalmente ripercussioni gravi sull’alimentazione e sulla salute dei locali, soprattutto dei più giovani, primi fra le vittime delle numerose carestie. La siccità che si protrare ormai da tre anni aggrava inoltre l’aspetto della profilassi di molte delle malattie che gravano sulla popolazione, legate molto spesso all’impossibilità di poter impostare efficacemente una vera “cultura dell’igiene”.

Tutto ciò si va ad aggiungere ai lunghi spostamenti necessari per poter recuperare l’acqua dai pozzi funzionanti. Un movimento costante e forzato di decine di persone, prevalentemente donne, che comporta una difficoltà oggettiva da parte degli stessi Karimojong nell’usufruire di servizi fondamentali come possono essere quello scolastico o quello sanitario. E’ qui che entra in scena Africa Mission – Cooperazione e Sviluppo. L’obiettivo dell’ONG piacentina in Uganda è quello di portare un effettivo miglioramento nella vita di tutti i giorni per cercare, attraverso o la collaborazione con strutture preesistenti o con l’installazione ex novo di personale e infrastrutture, di soddisfare i bisogni del maggior numero di persone. In quest’ottica la perforazione, il montaggio e la manutenzione dei pozzi diventa strategica non solo per un servizio pubblico, ma soprattutto per la sopravvivenza stessa dei progetti sul territorio.

Ad esempio, legare ad una struttura scolastica il servizio idrico significa, in Karamoja, decuplicare le possibilità di successo della stessa. I problemi che si devono affrontare sono tantissimi: localizzare i punti di perforazione migliori; sensibilizzare la popolazione per una modifica di usi quotidiani deleteri e antisanitari; formare e attrezzare personale locale per una manutenzione elementare. Tutto nella speranza di poter trovare l’acqua.

Durante questo viaggio penso però di aver capito l’importanza di tutto ciò solo nel momento in cui sono riuscito a toccare con mano l’esperienza delle perforazioni. Assistendo a Kapedo, nel nord dell’Uganda, all’opera di una squadra di trivellatori. La falda scelta si trova al centro del bush africano, con la possibilità di servire decine di villaggi limitrofi. Arriviamo sul punto dello scavoche la trivellazione è già iniziata. Ora i protagonisti sono gli operai ugandesi e un ingegnere italiano. Tutto si svolge nella frenesia generale e lo spettacolo naturalmente non rimane inosservato. Una lunga schiera di curiosi locali scrutano le operazioni con interesse. Siamo solo a dodici metri di profondità ma tutti sono fiduciosi di poter trovare l’acqua entro sera. I volti e gli occhi sono tutti diretti in una sola direzione. In cerca di una cosa sola.

È inutile parlare. Il rumore è troppo assordante e copre qualunque altro suono. Dei bambini giocano in un campo di sorgo secco ma il rumore delle macchine copre le loro grida. Non resta che aspettare.

“Aspettando la pioggia”
di Andrea Praolini Lanza

Le foto:
pozzo1


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