Quando "Carovane" invitò il giornalista Marc Cooper a parlare del regime di Pinochet

Digressioni su cambi di casacca di politici, giornalisti, sul libro “Io e Pinochet” di Marc Cooper, a Piacenza nel 2003 per “Carovane”

Si sa che ci sono stati e ci sono politici che del cambio di casacca ne hanno fatto abito quotidiano della propria esistenza. Spesso o forse solamente per opportunismo. Lo stesso è avvenuto per molti giornalisti, come per molti scrittori, anche se spero, il cambiamento sia avvenuto non per semplice opportunismo ma per motivazioni diverse. Alcuni ad esempio da esplicite e dichiarate posizioni internazionaliste sono passati a concezioni opposte, come il caso della scrittrice Oriana Fallaci che dopo l’11 settembre 2001 ha addebitato tutte le colpe del declino dell’occidente al fanatismo islamico. Così è stato per alcune personali prese di posizione di un singolare giornalista americano come Marc Cooper. Cooper a giustificazione di alcuni suoi punti di vista è stato definito un “contrarian”, cioè un giornalista ideologicamente agnostico.  Qualcuno ricorderà che nel 2003 Marc Cooper fu proprio a Piacenza, nell’ambito della manifestazione più vivace, aperta ed internazionale che la città abbia mai avuto e vissuto: Carovane. Oggi l’11 settembre è diventata una data sinonimo di stragi, non solo per quella delle torri gemelle che tutti ricordano, ma anche per la strage avvenuta sempre l’11 settembre ma del 1971, nella prigione di Attica, nello Stato di New York, quando la polizia uccise e ferì numerosissimi detenuti. O come il colpo di Stato cileno, stesso giorno diverso l’anno, il 1973.

Il raccontare quest’ultimo 11 settembre era il motivo del soggiorno piacentino del giornalista Marc Cooper. Riepilogando: siamo a Piacenza nel 2003, per ricordare l’11 settembre del 1973 sono chiamati a confrontarsi diversi giornalisti tra cui, Maurizio Chierici, Italo Moretti e Marc Cooper. Quest’ultimo era stato chiamato ad intervenire perché aveva scritto un libro “Io e Pinochet” essendo stato un diretto osservatore dei fatti in quanto interprete del Presidente cileno Salvador Allende. In questi giorni, casualmente ed inaspettatamente mi sono trovato, da mani cilene alle mie, proprio quel libro.  

Il valore del libro non sta tanto nel racconto dei fatti drammatici del colpo di Stato militare ad opera dell’esercito cileno con a capo il generale Augusto Pinochet, avvenuti appunto l’11 settembre 1973, quanto nell’analisi della società cilena, dopo venticinque anni, quando egli vi ritorna.

I fatti del 1973, quel giorno l’11 settembre, in breve: ore 11 il comunicato n.2 dei golpisti “il palazzo della Moneda dovrà essere evacuato entro le 11 di stamani; in caso contrario verrà attaccato dalle forze aeree cilene…” segue l’ultimo messaggio alla nazione del Presidente Allende: “…io non abbandonerò il mio posto… pagherò con la vita per difendere i principi cari alla nazione… la storia non può essere fermata dalla repressione o dalla violenza…”.  Così muore, ucciso, mentre oppone l’ultima estrema resistenza, con le armi in pugno il dottor Allende, il compagno Presidente. Muore la speranza di cambiamento di un popolo che aveva creduto nella democrazia e nel socialismo.  Muore (ucciso?) pochi giorni dopo anche un altro grande cileno il poeta Pablo Neruda, il quale profeticamente scrisse per sé, ma credo per tutti quelli che in Cile son morti in quegli anni, i seguenti versi “…non crediate che io muoia: / mi accade tutto il contrario: /accade che sto per vivere”.

Cooper era stato allontanato nel 1971 dalla California State University dal futuro presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, allora governatore della California. Due anni dopo era stato costretto ad allontanarsi dal Cile da un altro presidente americano Richard Nixon che tanto aveva contribuito alla realizzazione del colpo di stato in quel paese. Non a caso il segretario di stato Henry Kissinger così si era espresso: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell'irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli». I giorni che seguirono il colpo di stato furono terribili, mi piace riportare quanto Leonardo Sciascia, a proposito dei fatti di Santiago, ebbe a scrivere in Cronachette: “E allora ecco il fatto più spaventoso, più disumano del carcere, della tortura, della fucilazione: si è voluto, con l’uomo dal passamontagna, creare una indelebile, ossessiva immagine del terrore. Il terrore della delazione senza volto, del tradimento senza nome. Si è voluto deliberatamente e con macabra sapienza evocare il fantasma dell’Inquisizione, di ogni inquisizione, dell’eterna e sempre più raffinata inquisizione”.

Il libro va letto non tanto per la descrizione del golpe, non è un libro storico, quanto vedere e descrivere la società cilena come era diventata (o non diventata) vent’anni dopo. Quando, il giornalista Marc Cooper riparte da questa visita nel 1998 dal Cile, c’è ancora Pinochet: festeggia gli ottantadue anni, anche se ha lasciato il potere nel 1990, è ancora il comandante delle forze armate. In seguito diventerà senatore a vita, godrà dell’immunità parlamentare fino al 2002 ed anche se accusato riuscirà in seguito ad evitare tutti i processi, non sarà mai condannato. Così come tanti politici in qualsiasi parte del mondo, anche da noi… ancora oggi!

“Il sistema cileno è facile da capire: negli ultimi vent’anni 60 miliardi di dollari sono stati trasferiti dai salari ai profitti” (Orlando Caputo-economista); come da noi, con le dovute differenze quantitative, a dimostrazione che oggi non è più necessario un golpe militare, ne basta uno finanziario! Sì… così come da noi. 

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