Realtà o finzione? “Ella e John” e “Made in Italy”, per riflettere su testamento biologico e mondo del lavoro

Ho letto in un giornale - Il Foglio del 28 gennaio 2018-, la dichiarazione di un produttore (Pietro Valsecchi), il quale sosteneva che nel nostro Paese non ci sono più gli scrittori: “Gli osservatori della realtà. Quel genere di uomini dall’udito lungo capaci di ascoltare all’origine il rumore dell’anima italiana”. Si riferiva chiaramente essendo un produttore, al cinema.

Per la verità credo ci siano tutti gli elementi per contraddirlo. Vi è una violenza che si riversa quotidianamente nelle sale cinematografiche e nelle nostre private abitazioni, una violenza spesso gratuita che si nutre di particolari piccanti e raccapriccianti, di truculente ed arbitrarie scene di sangue.

La maggioranza di queste produzioni sono generate dal cinema d’oltreoceano, è una visione culturale che ci viene imposta dalla grande disposizioni di mezzi che la distribuzione di quel paese può permettersi. Anche noi scimmiottiamo a volte, con certi filoni malavitosi, quella scia.

Ma ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che il cinema italiano è cosa diversa e che non è in crisi. Il volume di capitali non è paragonabile al cinema americano, ma le idee e le filosofie che riesce ad esprimere non sono certamente da meno. Anzi. Il cinema italiano ha un udito attento e sensibile a percepire i bisogni della società, a farsi portavoce di quelle esigenze primarie, di quei rumori che scaturiscono proprio dall’animo umano. Si è discusso tanto nel paese ed infine è stata promulgata dal Parlamento una legge sul testamento biologico. Tante dolorose vicende hanno segnato un dibattito che ha investito da tempo la nostra comunità. Contemporaneamente ha visto la luce un bellissimo film di un italianissimo Virzì: Ella e John.

Un film che ci parla di un amore coniugale: il marito (Donald Sutherland), un insegnante fisicamente forte ma in piena demenza senile o affetto dal morbo di Alzheimer (diverse le cause patologiche ma uguali gli effetti), la moglie (Helen Mirren) con un tumore in fase terminale, debole fisicamente ma lucidissima.

Intraprendono su un vecchio camper (il cui soprannome è il sottotitolo del film: The Leisure Seeker), un viaggio verso quei luoghi dove andavano in vacanza negli anni settanta, con i due figli. Il nostro professore, tra le afasie frequenti, ricorda lucidamente le sue lezioni su Hemingwey, forse avrebbe ripetuto con lo scrittore, che sottoposto ad elettroshock scrisse: “Che senso ha rovinare la mia mente e cancellare la mia memoria? Queste cose costituiscono il mio capitale e senza di esse sono disoccupato. È una buona cura, ma abbiamo perso il paziente”.

Per sfuggire ad un destino che li avrebbe visti separati ed in balia di inutili cure mediche, Ella sceglie di morire insieme a John, sullo stesso camper, con il quale avevano ripercorso la storia della loro vita in comune. Quindi, la scrittura cinematografica è stata l’espressione di una esigenza e di un dibattito che ha investito la società tutta e che è sfociata in una legge (cui non entro nel merito) che per la prima volta in Italia, uno Stato ancora profondamente caratterizzato da una radicata cultura clericale, ha promulgato:  il testamento biologico.

MADE IN ITALY

Italianissimo, specchio dell’odierna società nazionale, il film di Ligabue: Made in Italy. Si discute proprio in questi giorni di braccialetti elettronici da far indossare ai propri dipendenti da parte di Amazon, così come si è discusso di jobs act, e più in generale dello stato in cui versa il mondo del lavoro nel nostro paese. Ecco, credo che il film sia proprio un piccolo affresco della condizione in cui si vengono a trovare tutti i dipendenti oggi, quello che ai tempi della mia giovinezza si soleva chiamare la classe operaia (termine oramai desueto pur rimanendo la condizione economica identica, ops, peggiore!).

Il film è la storia personale di Riko (Stefano Accorsi), un operaio emiliano di una ditta di insaccati, costretto a svolgere un lavoro che non ha scelto (qualcuno è in grado oggi di potersi scegliere un lavoro?).

Il film è la storia di uno spaccato della provincia italiana, dei rapporti sociali e familiari che la animano, la storia di gente sconfitta e di gente che a qualunque costo cerca un riscatto dalla proprio condizione di emarginato dal mondo del lavoro. La provincia emiliana è oggi una immensa distesa logistica, governata dai colossi, per lo più stranieri, del trasporto e del commercio online. E noi a Piacenza che abitiamo questo estremo lembo d’Emilia ne sappiamo, non qualcosa ma purtroppo tanto!

Riko, casualmente si trova a partecipare ad una manifestazione a Roma, ma dalla televisione le sue istintive esternazioni vengono con determinata consapevolezza censurate. Così come in verità censurata è qualsiasi espressione della condizione operaia reale. La classe operaia era andata in paradiso, (come non ricordare il magistrale Gian Maria Volonté), adesso va ad annegare le proprie frustrazioni nel Po! Letteralmente nel film. Nella realtà ci si augura di no!

La speranza è il messaggio finale, anche quando si è costretti a lavorare all’estero, perché: "Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

Ha fatto bene Ligabue a ricordarci Il Pavese de La luna ed i falò. Quel Pavese, che aveva lottato e condiviso “le pene di molti”. Alla speranza, nella vita come nel film, si contrappone purtroppo la rassegnazione.

La rassegnazione è una distesa di immondizia, ultima amara inquadratura: è la squallida e simbolica visione della periferia della nostre città che continua, ahinoi, ad avanzare.

Ah, dimenticavo, per riprendere il discorso iniziale, Valsecchi è il produttore di Checco Zalone…

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