“Smetto quando voglio”, ovvero lo “scuorno” della scuola. Un’Italia di laureati e super specializzati costretti all’arte di arrangiarsi.

Di tanto in tanto si dice che il cinema italiano è finito, non ha più né autori, né attori capaci di farci rivivere storie interessanti. Poi come d’incanto ecco un film che ci fa meravigliare, ci incuriosisce, fa discutere.

Se poi anziché essere solo uno, sono più d’uno, viene difficile negare l’affermazione che il cinema italiano è ancora in piena forma. Ma quando ciò avviene? Avviene ogniqualvolta il cinema rispecchia l’immagine della realtà quotidiana. Quella realtà che vorremmo allontanare perché ci intristisce, perché motivo di “scuorno”.  “Scuorno” è un termine partenopeo, usato nelle commedie di Eduardo De Filippo e nel gergo comune del napoletano. La traduzione che potremmo usare non consiste in un solo termine, quanto nel richiamare uno stato d’animo: uno stato d’animo che rasenta l’umiliazione e la vergogna, accompagnate da un senso di ridicolo, per non essere riusciti in un intento. Scriveva Leonardo Sciascia nelle “Cronache scolastiche”, descrivendo la scuola degli anni cinquanta, di bambini che sgomitavano per andare a mensa, che avevano letteralmente e semplicemente fame, per loro era impossibile concepire la scuola come una via per un riscatto sociale, perché sapevano di essere comunque destinati, ancora ragazzini a lavori aberranti o costretti da giovani all’emigrazione. La scuola degli anni cinquanta, quella descritta dallo scrittore racalmutese era uno scuorno! Oggi la condizione sociale è cambiata notevolmente, non si ha la fame da paese terzomondista che si aveva nel dopoguerra, ma la scuola rimane uno scuorno! Perché oggi come allora i giovani sono destinati a lavori aberranti e sottopagati o costretti all’emigrazione.

Il cinema ci fa rivivere una condizione spiacevole di fine studi, del mondo universitario post laurea, piacevolmente, con il film “Smetto quando voglio”.

Il primo film con questo titolo è del 2014, a seguire altri due quest’anno, uno a febbraio l’ultimo a novembre. Una triade di film con lo stesso titolo che rende bene la situazione dei nostri giovani cervelli, laureati, specializzati, ricercatori, con una dedizione assoluta allo studio ed una mente brillante pronta a nuove intuizioni e scoperte. La regia è di un giovane Sydney Sibilia, giovane considerata la valutazione che se ne dà oggi dell’età anagrafica, e nonostante il nome Sydney, campano di Salerno.   Il cast di questi tre film è prevalentemente composto da giovani (nell’accezione poc’anzi detta) e vista la tematica, diversamente non sarebbe potuto essere. Non parlerò comunque di cinema e dei film citati, dirò solamente che non è facile trattare temi complessi e tristemente reali, come la disoccupazione giovanile, la baronia universitaria, la fuga dei cervelli, con l’ironia che contraddistingue queste produzioni cinematografiche. Perché di questo si tratta ed è per questo che ne parlo.

Questi film ci catapultano in modo lieve in una realtà desolante: il fallimento della scuola in Italia.L’Italia si sta riempiendo di giovani laureati, super specializzati, che vengono espulsi dalle università, dove i concorsi pubblici per i dottorati nelle università sono assegnati prima di essere espletati. Il proliferare di lauree e specializzazioni ha fatto sì che manca sempre qualcosa per potere partecipare ad un concorso, per fare una domanda, come semplicemente iscriversi ad una qualsiasi graduatoria per l’insegnamento, perché ci sono sempre crediti da recuperare (da pagare) per potere accedere a tirocini (non retribuiti). L’attesa di un lavoro gratificante, anche se mal retribuito, si protrae sempre più nel tempo, tanto da diventare non più una speranza ma angoscia: angoscia di un presente senza futuro. Un’angoscia che si trasforma presto in rassegnazione (non so quale dei due termini sia meglio anteporre o posporre). La scuola ha preparato gli studenti alla consapevolezza di non avere più un avvenire. Unica prospettiva, che non sempre va a buon fine, l’emigrazione. Ho accennato ad un libro del dopoguerra di Sciascia e per restare in quel periodo si può fare riferimento ad un altro film di quegli anni “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, film del ’58 tratto da un racconto di Italo Calvino. I personaggi sono prototipi dell’arte di arrangiarsi, ignoranti ed intraprendenti quanto basta a ricalcare la realtà sociale di quegli anni. Dopo il neorealismo, nasceva la commedia all’italiana: “ La commedia all'italiana è questo: trattare con termini comici, divertenti, ironici, umoristici degli argomenti che sono invece drammatici”.  I personaggi della trilogia di “Smetto quando voglio” ricalcano quel copione, sessant’anni dopo troviamo un’Italia di laureati e super specializzati come i personaggi della trilogia di Sibilia costretti all’arte di arrangiarsi, unica differenza l’avere tante conoscenze in più ed una laurea in tasca.

Sono oramai decenni che si continua imperterriti a smantellare il sistema scolastico. Tutti i ministri che si sono succeduti negli ultimi venti anni si sono prodigati a fare la loro riforma, di governo in governo, una rincorsa dettata da esigenze preminentemente, se non esclusivamente, finanziarie.  Contravvenendo la stessa Costituzione si è favorito il sistema privato, laico o clericale che fosse poco importa, purché si dirottassero fondi dalla scuola statale a quella privata.

Il sistema dell’Istruzione italiana ha mandato e continua a mandare una intera generazione di giovani alla cieca ricerca di un lavoro che non c’è. Altri Stati hanno riformato i loro sistemi scolastici ed i risultati si sono fatti vedere, vedi la Finlandia. Anche l’Italia ha riformato la scuola, ecco alcuni cambiamenti: accorpamento di ordini di scuole in Istituti Comprensivi, la figura del Direttore o del Preside che diventa Dirigente Scolastico, riduzione di personale dirigenziale, amministrativo ed educativo, aumento degli alunni per classe, l’introduzione di inutili sistemi di valutazione (Invalsi), registro elettronico e via di questo passo. Nulla di serio è stato fatto per favorire il processo di transizione scuola-lavoro, unico nodo essenziale e vitale per un sistema scolastico efficiente. Ecco le due facce della stessa medaglia.  Siamo ultimi in Europa ad avere giovani che né studiano né lavorano. Di contro i primi ad esportare super specializzati, menti eccelse che vanno ad arricchire altri atenei, altri Paesi.

l’Italia è un paese con sempre meno giovani e non potrebbe, stando al buon senso, permettersi il lusso di sprecare una generazione di giovani, di lasciarli andare alla deriva. Che ciò avvenga, per colpa del sistema scolastico o per colpa di mancanza di idonee politiche per il lavoro, o per tutti e due i motivi, poco importa.

Dulcis in fundo. Uscendo dalla sala cinematografica, all’interno di un centro commerciale, trovo un banchetto con due giovani, una ragazza ed un ragazzo che mi porgono un volantino, si tratta della solita pubblicità, ho pensato. Leggo il pieghevole e vedo che si tratta di un Ente Regionale di Addestramento Professionale. Continuo la lettura: si propongono corsi di qualsiasi natura, anche corsi di laurea.

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Incuriosito chiedo spiegazioni, sulla durata ed i costi dei corsi pubblicizzati. Ebbene mi viene fornito un prezzario per qualsiasi titolo di studio, ogni diploma ha un suo costo: un corso di laurea triennale è sui cinquemila euro, un corso di laurea magistrale si aggira sui seimila euro. Ritorna lo “scuorno”: mi sono mortificato per quel volantino, mi sono vergognato di quelle proposte. Ma, ahinoi, mi sono detto: ecco un altro circo Barnum, anche questo è la nostra scuola! 

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