Una riflessione su cinema, società e lavoro suggerita dal primo film della stagione al Daturi

Non poteva iniziare con film migliore la stagione del cinema sotto le stelle al campo Daturi a Piacenza. Mi riferisco al film  “Io, Daniel Blake” di Ken Loach, partendo da quale dobbiamo e possiamo fare una riflessione attraverso il cinema, perché il cinema è un pre-testo. Il neoliberalismo in Europa è iniziato in Gran Bretagna con la signora di ferro, la signora Thatcher, i suoi cavalli di battaglia:  la deregolamentazione (in particolare del settore finanziario), il mercato del lavoro flessibili, la privatizzazione delle aziende statali e la limitazione del potere dei sindacati. Il personaggio di questo film,  mister Daniel, ha perso il lavoro in seguito ad un attacco cardiaco, attraverso una malattia inizia un calvario che non è un problema sanitario stricto sensu, ma preludio di trappole burocratiche, di iter inconcludenti ed umilianti. (un po’ come le pratiche cui si sottopongono oggigiorno i nostri disoccupati e pensionati). La burocrazia è generata dalla società e dal potere  politico vigente in un dato momento storico, non è mai neutrale, è come le scoperte scientifiche. In sé e per sé una scoperta scientifica è neutra, isolatamente considerata,  può essere buona o cattiva a seconda dell’uso che se ne fa; così la burocrazia, utile per un corretto funzionamento della società, viene trasformata in un insensato labirinto atto a stritolare  il comune cittadino, il quale diventa vittima da beneficiario quale doveva essere.  Alla fine il risultato è il seguente: rendere inutile ed inutilizzabile qualsiasi forma di paracadute previdenziale ed assistenziale, con momentaneo risparmio delle casse pubbliche e sfoltimento “naturale” di rami secchi.

Il problema fisico, un malanno cardiaco accomunano i due personaggi cinematografici: la barista Eli di “sole, cuore e amore” ed il muratore di “Io, Daniel Blake”. Un problema che si sarebbe potuto risolvere con cure ed assistenza appropriate, diventa causa di morte. Socialmente alle cure si preferisce il lassez faire della malattia, per burocrazia, per necessità improcrastinabili, perché così è…  se vi pare,  perché così si è deciso debba essere, al di là del nostro e vostro insignificante parere!

Un tormentone di una estate, l’ultima estate in cui avevamo ancora la Lira. Era il 2001. Una canzone superficiale e leggera, imperversava. “Dammi tre parole: sole, cuore e amore” una semplice rima, una pennellata di citazioni estive e la ricetta per essere felici è cosa fatta.  La banalità di questa rima, la sua sonora ed ossessiva ripetitività uccidevano qualsiasi richiamo a qualsivoglia forma di poesia. Succede anche nella vita reale. La dura ripetitività delle azioni quotidiane uccidono l’essenza della vita, a malapena garantiscono la sopravvivenza, non la vita. Quella vera. Questa l’analogia tra la canzone di Valeria Rossi ed il film di Daniele Vicari. “Sole, cuore e amore” è un film del 2016 ma che troviamo nelle sale cinematografiche solo da qualche mese, quest’anno. Ambientato in un preciso quartiere (zona Tuscolana) della sterminata città di Roma, la vicenda potrebbe svolgersi in qualsiasi altra città italiana. La storia è semplice: una giovane madre di quattro figli con un marito, muratore disoccupato, lavora in un bar fulltime sette giorni su sette. Eli, (Isabella Ragonese) il suo nome, non può nemmeno permettersi di prendere qualche giorno di riposo nonostante il consiglio del cardiologo. Così, tanto stringe i denti fino a lasciarci le penne: muore su una panchina di una anonima fermata del metrò.  La sua è una vita come tante altre, una vita indegna d’essere vissuta, a causa di un lavoro senza dignità e rispetto, che pone il lavoratore al pari di criceti sulla ruota della sopravvivenza, (l’ho ricordato parlando de “La giostra dei criceti” di  Antonio Manzini). Nello stesso periodo un altro film: “Fortunata”di Sergio Castellitto ci inchiodava su una poltrona a masticare amaro. Fortunata (Jasmine Trinca) è una ragazza separata da un marito violento con una figlia adolescente, siamo sempre a Roma, una periferia degradata di Roma, come lo sono tutte le periferie delle città moderne.  Per vivere, meglio direi per sopravvivere, fa la parrucchiera in nero. Anche qui, la precarietà del lavoro e la precaria condizione psicologica di madre, ne fanno una vittima sacrificale. Un criceto, privo di autostima, condannata alla “sfortuna”. Incapace di amare e di essere amata, perfino dalla figlia.

Non faccio recensione cinematografica, per cui non parlo dei film in quanto prodotto multimediale frutto di un copione, una scenografia, una colonna sonora e quant’altro, ma del cinema come pre-testo. Un testo anteposto a qualcos’altro e che questo qualcos’altro riproduce. Un testo che  sia pretesto per una riflessione, ad esempio sul lavoro, su ciò che è diventato il rapporto di lavoro. Precario, sottopagato, privo di qualsiasi tutela sociale e giuridica (vedasi a proposito il Jobs act e l’eliminazione dell’art.18). Il problema oggi credo sia più grave di quello che si vuol fare credere. Perché non è un fenomeno, come qualche secolo fa solo del Sud, quando i braccianti agricoli venivano ingaggiati la mattina e licenziati la sera, a seconda delle simpatie del “gabelliere” di turno, oggi il problema è nazionale perché sempre più la manodopera è appannaggio del caporalato, un caporalato che vive e prolifera ad i margini della società, diventato essenziale al cosiddetto sistema produttivo e perciò da questo vezzeggiato. Ahimè come è salito e si è propagato in fretta il cosiddetto sistema della palma e del caffè ristretto, da superare i confini regionali e nazionali.

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