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Cambiamenti climatici: gli effetti su zootecnia e foreste

Il punto sugli ultimi sviluppi della ricerca scientifica in merito al legame tra agricoltura e mutamenti del clima in un incontro organizzato dalla scuola di dottorato per il Sistema Agro alimentare Agrisystem dell’Università Cattolica e dal PhD SDC

Gli studi e la sperimentazione stanno dimostrando che i cambiamenti climatici impattano in modo inequivocabile su zootecnia e foreste. Per fare il punto sugli ultimi sviluppi della ricerca scientifica in merito al legame tra agricoltura e mutamenti del clima, si è svolto nell’aula “Piana” un incontro organizzato dalla scuola di dottorato per il Sistema Agro alimentare Agrisystem dell’Università Cattolica e dal PhD SDC, il dottorato nazionale sul cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile che raggruppa 23 università a livello nazionale. «E’ l’occasione - spiega il professor Luigi Lucini, che promuove l’evento insieme al professor Paolo Ajmone Marsan, entrambi della facoltà di Scienze agrarie alimentari e ambientali di Piacenza - per analizzare gli scenari presenti e futuri in termini di sostenibilità agricola e per tracciare la direzione delle prossime linee di ricerca in un ambito così strategico per il pianeta».

Presenti all’incontro il professore Giuseppe Pulina dell’Università degli Studi di Sassari, Francesco Ferrini docente all’Università degli Studi di Firenze e Alessio Fini dell’Università degli Studi di Milano.bSostenibilità e mutamenti climatici procedono di pari passo nel senso che questi ultimi - è stato evidenziato - hanno impatto sul benessere animale, per esempio sulla qualità dei foraggi, con un aumento nell’ambiente (per esempio i boschi e foreste) dei patogeni, dei parassiti. E’ poi molto importante, per esempio, sulla qualità dell’aria, il ruolo delle foreste e dei boschi limitrofi alle città.

Per quanto riguarda le filiere zootecniche nazionali, anche a seguito di norme legislative intervenute, si sono registrati importanti cambiamenti che, nell'insieme, hanno condotto a miglioramenti diretti e indiretti della sostenibilità ambientale I programmi di selezione genetica, anche grazie alle nuove possibilità offerte dalla genomica, hanno ormai da tempo privilegiato le produzioni di "materia utile" trasformabile o edibile con una crescente attenzione per l'efficienza alimentare e la riduzione delle escrezioni ambientali di azoto, minerali e metano.

Gli allevatori hanno migliorato le strutture di allevamento il che consente di ridurre l'incidenza delle più comuni patologie e al contempo di migliorare le performance produttive con vantaggi economici rilevanti. La riduzione del sovraffollamento e la disponibilità di spazi più adeguati alle esigenze etologiche degli animali, l'adozione di sistemi attivi del controllo dell'igiene, della luminosità, delle temperature e dei ricambi d'aria delle stalle e la maggiore disponibilità di punti di abbeverata e di alimentazione, nell'insieme consentono una riduzione delle patologie e un aumento della produttività. Importante anche avere ridotto le fonti di stress negli allevamenti.

Inoltre le migliorate conoscenze dei fabbisogni nutrizionali degli animali, la disponibilità di metodiche analitiche sempre più avanzate ed economicamente competitive, unitamente alla disponibilità di additivi naturali e nutrienti di sintesi, ha consentito evoluzioni significative nel campo della nutrizione e dell'alimentazione degli animali. In definitiva, a livello di allevamento le strategie più efficaci per ridurre l’impatto ambientale sono la formulazione di razioni che soddisfino i fabbisogni degli animali, evitando la somministrazione di eccessi di nutrienti che sono eliminati con le deiezioni, e la scelta di alimenti caratterizzati da elevata digeribilità. L’impatto ambientale ora viene valutato, secondo un recente documento della Fao, non più sui chilogrammi prodotti, ma sul contenuto nutrizionale ed il valore che gli alimenti hanno sull’uomo, come per esempio l’elevato valore biologico del latte.

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