Casagrande: «La filiera del pomodoro decida se seguire i desiderata dei consumatori o i loro stili di consumo»

La delegazione di Confagricoltura

E’ una filiera che stringe i denti e che con sforzo cerca di organizzarsi al meglio quella del pomodoro industriale. In un convegno, che ha fatto il punto sulla produzione italiana nel mondo passando in rassegna dati globali, di dettaglio e prospettive, ha preso parte una nutrita delegazione di Confagricoltura con il presidente e il direttore di Confagricoltura Piacenza Filippo Gasparini e Marco Casagrande, il presidente della federazione di prodotto provinciale e regionale Giovanni Lambertini,  il direttore di Confagricoltura Parma Eugenio Zedda e la preziosa partecipazione del presidente della Federazione Nazionale di Prodotto Pomodoro da Industria di Confagricoltura Fabrizio Marzano che ha anche preso parte alla tavola rotonda moderata dal giornalista Lorenzo Tosi.

Con 4,8 milioni di tonnellate nel 2019 l’Italia è il secondo produttore mondiale di pomodoro che segue a distanza i 10.4 milioni della California e gioca su un altro pianeta, per modalità produttive imparagonabili, rispetto ai 4.6 milioni di tonnellate della grande Cina dove tuttavia il consumo è irrisorio rispetto ai quantitativi della nostra dieta mediterranea. Con l’accordo quadro chiuso da pochi giorni e un prezzo di riferimento di 87 euro a tonnellata il convegno, non a caso organizzato dall’Oi del Pomodoro da Industria del Nord Italia e moderato dal suo presidente Tiberio Rabboni, ha visto tutti concordi nel sottolineare l’importanza della programmazione che proprio nella prossima campagna vede, in merito, il ruolo di controllo dell’Oi rafforzato dalla possibilità di assegnare penali a chi non rispetterà i quantitativi decisi in fase di contrattazione.

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«Per rendere ancor più efficace la programmazione nel comparto del pomodoro da industria bisognerà puntare ad un unico organismo interprofessionale in cui confluiscano le due realtà oggi attive -  ha proposto Fabrizio Marzano -. Il pomodoro da industria – ha sottolineato - rappresenta una coltura ed una filiera che sono strategiche, una delle grandi eccellenze dell’agroalimentare e prodotto simbolo del made in Italy sui mercati esteri. Ha però bisogno di una maggiore qualificazione per competere con i principali player mondiali e spingere ancora di più il prodotto sui mercati internazionali oltre che su quello nazionale. Bisogna agire ora sulla ‘reputazione’ (brand reputation) cioè quell'insieme di percezioni, valutazioni e aspettative che suscitano i trasformati. Oggi il prodotto finito, e di conseguenza il pomodoro all’origine, non ha il valore che merita agli occhi di stakeholder internazionali e consumatori. Bisogna lavorare in maniera strategica per la valorizzazione. L’innovazione di prodotto gioca un ruolo molto importante nel rilancio della filiera e anche su questo punto, assieme all’industria e alla GDO - ha concluso Fabrizio Marzano - Confagricoltura vuole fare la sua parte». Le voci si sono differenziate, come era prevedibile, quando si è trattato di commentare la congruità del prezzo e i quantitativi stabiliti. «L’etica e la sostenibilità sono ormai prerequisiti ovvi – ha sottolineato Marzano – ma deve essere garantito anche il ritorno economico per gli agricoltori che deve risultare quale elemento fondamentale per la filiera all’interno della quale le diversità degli interessi devono essere correttamente rappresentate». «Il dibattito su quale strategia debba seguire la filiera è stato preoccupantemente lasciato aperto – ha commentato a latere dell’incontro il direttore di Confagricoltura Piacenza Casagrande –. Agricoltori e industriali hanno perso gran parte della marginalità. Se da un lato gli industriali sostengono che non si può riconoscere di più ai produttori, dato che il prezzo del prodotto italiano si confronta sul mercato mondiale con quello dei Paesi competitor (primo fra tutti la vicina Spagna), dall’altro chiedono alla parte agricola di incrementare certificazioni e qualità per un prodotto che è già top di gamma a livello mondiale, con l’unico risultato di continuare ad aumentare il pesante gap tra i costi produttivi nazionali e quelli esteri.  I dati – prosegue Casagrande – ci dicono che l’Italia è un mercato maturo, l’evoluzione deve quindi puntare sull’export (plausibilmente con una connotazione del prodotto che lo svincoli dal rischio di essere gestito come una commodity), ma va anche considerato che il consumatore ha delle aspettative che si manifestano in intenzioni d’acquisto mentre le scelte si concretizzano in atti d’acquisto che premiano i prodotti a prezzo, tanto che gli hard discount sono, nella Gdo, i supermercati che crescono più di tutti. A fronte di ciò ci piacerebbe capire se la strategia della filiera sarà quella di ridurre i costi per essere competitivi con la concorrenza estera, o di aumentare ulteriormente i costi per certificazioni e qualità, in questo caso però – conclude Casagrande - il paragone con i prezzi dei competitor non reggerebbe».

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