Cassa di Risparmio, Sforza Fogliani: «Non si fuse per un gioco politico, ma per il suo bilancio»

Un libro curato da Eduardo Paradiso ripercorre la storia della Cassa di Risparmio di Piacenza attraverso le voci di chi ci ha lavorato. Ma Sforza Fogliani interviene e ricostruisce, secondo il suo parere, la fusione del 1993

Quindi, perché la Cassa si fuse? Perché - si capisce, ma il libro (di tifosi e - appassionati - funzionari e dirigenti della Cassa) non lo sostiene - la Cassa si era lanciata in operazioni ad alto rischio (futures) per entrare da prima della classe nell’ipotizzato Gruppo regionale di Casse, ma si presentò poi a Parma con una perdita su titoli di 64 miliardi e un’anticipazione di cassa di 1.000 miliardi da parte della Banca d’Italia. Assenza totale, poi, di una classe dirigente, nessun dibattito in città (come oggi), con la classe politica - a livello, o al di sotto, del minimo sindacale - a stendere tappetini all’operazione, sempre nell’illusione (come oggi, ancora) che, ad approvare, qualche briciola cadesse dalla tavola. Mostrarono vista lunga e comprensione di come sarebbero andate le cose solo Francesconi, Gallini e Girometta. Un politico (Dc) giunse a dire: “Spero che questa operazione si compia presto, temo infatti che Parma ci ripensi visti i contenuti ed i riflessi positivi che questa scelta avrà per Piacenza”. Il tutto nel convincimento (vero o finto) di quel “futuro grandioso” che la fusione ci avrebbe assicurato (sempre il futuro, ovviamente) secondo i propalatori. Infatti, “vulgus vult decepi et decipiatur igitur”. Questa la conclusione che traggo io, diversa da quella che il libro in rassegna invece sposa: che è che la Cassa si fuse non per la situazione di bilancio in cui venne a trovarsi, ma perché rientrata in un più ampio gioco politico (si richiamano in particolare i rapporti Mazzocchi-Andreatta), che mirava al controllo dell’economia attraverso il controllo delle banche e del credito in particolare.

Ma perché con Parma? Sempre - a nostro avviso - per lo stesso motivo: perché Parma non aveva accettato alcun ruolo comprimario (salvo poi il segreto disegno di emergere coi futures), era libera, poteva decidere e - decise - in pochi giorni. Questo, nel 1993: niente comprimari, meglio primi in una piccola area che secondi (o ultimi) in un’area vasta (senza nessun riferimento all’oggi). Chi, da noi, non ha ancora compreso che ai comprimari non resta nulla di sostanziale (in termini di reale crescita del territorio), che resta l’effimero di una giornata o di mezza giornata di gloria e basta, chi non capisce neppur oggi questa cosa, è indietro - anche rispetto alla Parma odierna - di più di un quarto di secolo. Almeno».

Corrado Sforza Fogliani

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