Coldiretti: «No ai prosciutti senza carne di maiale»

A Piacenza dal 2010 oltre 4600 capi in meno e -16,4% degli allevamenti suini da ingrasso

Come se non bastassero le selvagge importazioni di carni per fare prosciutti spacciati poi per made in Italy, gli allevatori suinicoli si trovano oggi a fare i conti con una proposta di decreto che ha l’intento di sdoganare il prosciutto senza carne di maiale, ma con aggiunta di acqua e aromi chimici. Si tratta di una proposta che avvalla l’abolizione di quel vantaggio qualitativo di cui il sistema produttivo nazionale gode e che gli allevatori stanno difendendo dalle importazioni estere che non garantiscono il nostro stesso livello di qualità e salubrità.

Questo il commento di Coldiretti Piacenza alla proposta di decreto che risulta ancor più grave se si considera il contesto in cui essa va ad agire. Secondo un’elaborazione Coldiretti Piacenza sui numeri della Banca Dati Nazionale, dal 2010 ad oggi gli allevamenti di suini da ingrasso a Piacenza, patria dei salumi, unica provincia in Europa a vantare tre Dop, sono diminuiti del 16,4% con un calo di capi allevati di oltre 4600 unità. «I nostri allevamenti, afferma il presidente di Coldiretti Piacenza, Luigi Bisi, si trovano già a fare i conti con le importazioni di carne a basso costo e di scarsa salubrità, come dimostra la recente denuncia dei giornali tedeschi sull’uso massiccio degli antibiotici in Germania: non si può accentuare la mancanza di trasparenza, confondere il consumatore e costringere i nostri allevamenti a chiudere, e quel che è peggio con una legge nazionale. In questo modo i furbetti nostrani del prosciuttino si mettono sullo stesso piano delle industrie straniere che al salone internazionale dell’Alimentazione di Parigi hanno portato sette prodotti con nomi che fanno riferimento al made in Italy ma di esso non hanno nemmeno l’odore». «E’ assurdo, aggiunge poi il direttore Coldiretti Piacenza, Massimo Albano, sostenere una politica che riduce i parametri di qualità dei nostri prodotti più tradizionali. L’Italia è al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero, lo 0.2%, di prodotti agroalimentari con residui chimici, quota inferiore di quasi 10 volte la media europea e di oltre 30 volte quella dei prodotti extracomunitari; questa proposta è autolesionista, non solo abbatte il livello di competitività del Made in Italy sui mercati nazionali ed esteri, ma mette in dubbio le garanzie per il consumatore, nostro interlocutore principale». «Ricordiamo alle Istituzioni, continua il direttore, che nell’interesse della situazione economica del paese, della sopravvivenza delle aziende agricole e nel rispetto dei cittadini che meritano di sapere cosa mangiano e di godere di quello straordinario patrimonio di tradizioni, valori, sicurezza alimentare, know-how che solo il vero Made in Italy può offrire, che questo va difeso e protetto con cura maniacale come vero asset centrale del paese».

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