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Sabato, 13 Agosto 2022
Economia

Confagri: «Irrighiamo a goccia e gestiamo l’acqua, ma servono invasi e dighe»

Il vicepresidente di Confagricoltura Piacenza Lambertini porta il Tg3 nei campi di pomodoro

Il Po in secca e i campi di pomodoro sotto scacco sono stati protagonisti del servizio della televisione nazionale che è andato in onda il 29 giugno alle 19su Tg3. A portare la testimonianza del dramma della nostra agricoltura Giovanni Lambertini, vicepresidente di Confagricoltura Piacenza e presidente della sezione di prodotto Pomodoro da industria di Confagricoltura sia provinciale che regionale. La sua intervista è stata preceduta da quella al presidente del Consorzio di Bonifica di Piacenza, Luigi Bisi, che ha fatto il punto sulla situazione e sulle riserve, purtroppo scarse.

«Nei campi di pomodoro usiamo l’irrigazione a goccia ed attuiamo tutte le strategie per una gestione razionale, mirata, dell’acqua – ha spiegato Lambertini - purtroppo siamo sempre più esposti a fenomeni estremi per cui l’acqua va trattenuta quando c’è per poterla poi gestire al meglio. Ora dobbiamo gestire l’emergenza, ma poi dobbiamo attrezzarci con le infrastrutture adeguate. Anche in un’annata con poche precipitazioni come questa dove ci sono gli invasi c’è comunque la possibilità di razionare e gestire. Ma se l’acqua non si è trattenuta, si è a zero e non si può fare nulla. Mettiamo in campo anche le varietà meno idroesigenti, ma senz’acqua non si produce. Servono Dighe, dighe e dighe» – ha concluso.

Confagricoltura Piacenza coglie l’occasione per rispondere ad alcune critiche circa la validità di questa proposta ribadendo che la realizzazione di piccoli invasi, da non escludere come possibilità aziendale, non equivale, quanto funzionalità, alla realizzazione di grandi opere per una serie di motivi. «Una diga – ricorda il presidente di Confagricoltura Piacenza, Filippo Gasparini - soddisfa almeno altri cinque bisogni fondamentali del territorio. La funzione più impellente è quella di laminazione delle acque del torrente: è un’opera di protezione dalle alluvioni; è una risorsa idropotabile: il che sarà sempre più importante non solo per la scarsità delle acque, ma per la qualità delle acque, dato che quelle di superficie sono migliori rispetto a quelle di falda. Consente lo sviluppo di energia idroelettrica, fonte inesauribile e verde per eccellenza perché passiva. Le dighe sono un asset per lo sviluppo turistico delle vallate. Non ultimo, con la diga si risolve la questione ambientale: c’è acqua per tutti, senza dover scegliere tra un uso idrico e l’altro, tra un corpo idrico e l’altro: acqua sia per il torrente che per il reticolo, che è un ecosistema a sua volta e altrettanto dignitoso. Avremmo un valore immenso stoccato».

«E a chi chiede di cambiare colture, l’associazione ricorda come il territorio sia vocato a determinate coltivazioni in quanto alla base di alcune produzioni del Made in Italy agroalimentare: formaggi, salumi, trasformati di pomodoro. Per quanto un campo di lavanda possa essere una legittima scelta imprenditoriale, così come le coltivazioni biologiche a bassa produttività, si tratta indirizzi che restano di nicchia rispetto ad un’economica agroalimentare nazionale, fiore all’occhiello e corrispondente a 12 punti di Pil. Alle frange ambientaliste che chiedono non destinare mais, coltura idroesigente, ai biodigestori si ricorda che la maggior parte dei biodigestori utilizzano prevalentemente reflui zootecnici e scarti dell’industria agroalimentare contribuendo, alla tanto invocata economia circolare e sono esempio virtuoso di energia verde. Non ultimo, il mais comunque conferito è in buona misura frutto di secondi prodotti, oppure con caratteristiche non idonee al consumo, come purtroppo potrà accadere al termine di un’estate rovente come questa. Un’altra ricetta ciclicamente riproposta per risparmiare acqua è proprio quella di ridurre le superfici a mais. A chi lo propone, si chiede di calcolare se davvero sia inferiore l’impronta di carbonio di quello che gli allevatori sono costretti ad importare, spesse volte Bt, da altre parti del globo. La nostra Pianura è una delle poche aree del nostro Paese che si prestano all’agricoltura intensiva, possiamo anche decidere di farne un giardino terrestre, ma a nutrire il pianeta qualcuno dovrà pur pensare e anche a dissetarlo, viene da aggiungere».

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