Confagricoltura, «Il caldo infiamma solo le quotazioni dei cereali importati»

Il presidente Enrico Chiesa: «Rivendichiamo il valore delle nostre produzioni»

Le avverse condizioni meteorologiche (siccità in Nord America e in Europa, timori per gli effetti de El Nino in Australia) hanno scosso il mercato internazionale dei cereali, determinando incrementi record. La spinta rialzista ha portato, infatti, il futures sul mais sulla borsa di Chicago a chiudere il mese di giugno sui 414 cent $/bushel, guadagnando su base mensile 61,80 cent $/bushel (+17,5%) e anche l’ondata di rialzi iniziata a maggio per il frumento tenero è continuata nelle settimane successive. A giugno e a luglio le quotazioni del North Spring di provenienza nordamericana, scambiato sul mercato fisico italiano, sono rimaste sostanzialmente stabili sui 284,7 €/t. Il caldo torrido nel Maghreb e nella Spagna meridionale, hanno spinto a rialzo anche i valori del frumento duro sul mercato francese, saliti a fine giugno sopra la soglia dei 300 €/t. “Tutto farebbe presupporre buone quotazioni anche per i nostri cereali – commenta Enrico Chiesa, presidente di Confagricoltura Piacenza – al contrario l’andamento delle borse nazionali evidenziano una forte discrepanza tra le quotazioni delle commodities importate e le nostre. Il frumento tenero  estero ha superato i 280 euro al quintale mentre il nazionale non raggiunge i 190.  Stessa cosa per il mais con le produzioni non comunitarie pagate almeno il 15% in più delle nazionali. L’Italia produce poco più del 50% del proprio fabbisogno complessivo di cereali – sottolinea Chiesa – queste dinamiche danneggiano la nostra agricoltura, le filiere agroalimentari e non sono giustificate dagli andamenti di mercato”. Per quanto riguarda il grano, importiamo il 30/40% del grano duro, anche se il nostro Paese è il principale produttore di grano duro al mondo insieme al Canada, mentre per quanto riguarda il grano tenero ne importiamo più del 50% soprattutto dalla Francia, anche se negli ultimi anni sono aumentati gli arrivi da paesi dell’Est che fanno parte dell’Unione Europea (Ungheria, Romania, Polonia), ma anche Russia, Ucraina e Khazakistan. Questi Paesi rappresentano complessivamente il 25/30% delle esportazioni mondiali. “Le leggi fondamentali dell’economia vorrebbero – prosegue Chiesa - che a fronte di tendenze rialziste estere e di quotazioni basse delle produzioni nazionali si tenda a favorire le produzioni locali, invece non è così”. Per quanto riguarda il Mais l’attenzione degli operatori è rivolta ormai al nuovo raccolto, sul quale permangono sempre dei timori per l’andamento meteo ed i possibili impatti sul tenore qualitativo della granella. Sul fronte produttivo, le stime diffuse a giugno dal Coceral, l’associazione europea dei cerealisti, indicano per l’Italia un raccolto che dovrebbe attestarsi sui 7,4 milioni di tonnellate, in calo di circa un milione di tonnellate rispetto allo scorso anno (-13%). Anche a livello comunitario la contrazione del raccolto di mais sarebbe rilevante: dai 73,8 milioni di tonnellate raggiunti nella scorsa annata ai 65,7 milioni di tonnellate previsti per l’attuale. “I mercati dovrebbero essere più che mai tonici. Viene da pensare – conclude Chiesa – che la mancata remuneratività delle produzioni nazionali sia funzionale non tanto alla legge della domanda e dell’offerta quanto a non ben dichiarate strategie di medio-lungo periodo che certamente non perseguono la finalità di valorizzare il nostro settore primario”.

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