Economia

Confagricoltura, sezione latta allargata per analizzare le prospettive del comparto

Lucchini: «Nell’immediato non è possibile far confluire altro latte nel canale delle produzioni dop, questo impedisce alle aziende di remunerare la produttività sulla quale hanno investito, anche con contributi PSR»

Lucchini

Alfredo Lucchini, presidente della Sezione di Prodotto Lattiero-casearia di Confagricoltura Piacenza ha convocato nei giorni scorsi i componenti della sezione allargando l’incontro a tutti gli allevatori associati per fare il punto sulle prospettive del comparto. All’ordine del giorno: la presentazione di Fris.Ital.I (Associazione Nazionale Allevatori Frisona Italiana indipendente), un check sulle tematiche ambientali a cura del responsabile dei servizi tecnici, il dottor Giovanni Marchesi e della responsabile ambiente Enrica Campisi, e un’analisi sull’andamento dei mercati. Fabio Curto, Vicepresidente di Confagricoltura Treviso e socio fondatore di Fris.Ital.I ha illustrato questa nuova realtà nata a seguito del decreto legislativo 11 maggio 2018, n. 52 sulla disciplina della riproduzione animale. Fris.Ital.I è un “ente selezionatore” creato da un gruppo di allevatori che insieme ad altri nuovi enti si va ad affiancare alle associazioni nazionali di razza e costituisce un allargamento dei protagonisti della scena zootecnica. «Si propone – ha spiegato Curto - di gestire il processo di miglioramento genetico come ente selezionatore in maniera moderna e innovativa e con lo scopo di fornire, grazie a professionisti estremamente qualificati, servizi economicamente vantaggiosi e tecnologicamente avanzati che da tempo gli allevatori richiedono». Sia Alfredo Lucchini che il presidente di Confagricoltura Piacenza Filippo Gasparini hanno espresso apprezzamento per chi si pone come soggetto indipendente e al servizio degli allevatori che raggruppa, specialmente in un momento in cui ogni spesa deve essere ben ponderata, perché le aziende galleggiano sul punto di pareggio senza mai riuscire a fare reddito, come ha illustrato Alfredo Lucchini nella sua articolata relazione. «La situazione di mercato è caratterizzata da equilibri instabili – ha detto Lucchini -. Rispetto a un anno fa si registra un aumento dal 15 al 30 per cento dei costi delle materie prime e delle dotazioni necessarie. La produzione di latte in Italia nel 2020 è cresciuta del 4% e siamo vicini all’autosufficienza, tant’è che il latte nazionale viene pagato ormai come quello tedesco. Nella nostra provincia vengono prodotti 2.2 milioni di quintali di latte l’anno, con potenziali caratteristiche per essere conferito a Grana Padano, di cui l’85% trova attualmente spazio nella medesima filiera Dop. A livello nazionale però il bacino del Grana Padano Produce più della metà del latte nazionale, ma solo un terzo del latte del comprensorio viene trasformato in Dop (equivalente a circa il 20% del latte nazionale)». La Sezione Lattiero-casearia di Confagricoltura Piacenza ha più volte richiesto una politica più inclusiva da parte del Consorzio di Tutela del Grana Padano perché il latte certificato per la filiera del Grana che non confluisce nella produzione del prestigioso formaggio genera un eccesso d’offerta che va a deprimere le quotazioni del latte. “A fronte di questa situazione – ha detto Lucchini - abbiamo diversi possibili scenari che vanno da un’improbabile riduzione dell’offerta, alla ricerca di nuovi mercati per le DOP, sino allo sviluppo di nuovi prodotti, compresa la possibilità di realizzare un polverizzatore per gestire gli eccessi d’offerta”. Quest’ultima ipotesi ha acceso recentemente il dibattito tra gli addetti ai lavori, ma va considerato che anche nel caso in cui l’impianto venisse finanziato con i fondi del Recovery Fund, occorrerebbe gestirlo e trovare i mercati. «L’Italia è altro, sono i formaggi – ha detto Lucchini - lasciamo che ognuno prosegua e sviluppi ciò in cui eccelle. In conclusione la DOP permette di raggiungere una remunerazione superiore alla maggior parte delle alternative a patto che non ci si accontenti di politiche troppo prudenziali sulla sola pelle degli allevatori che involontariamente si sono trovati dalla parte sbagliata. Abbiamo 100 miliardi di Italian Sounding da andare a sostituire. Gli allevatori devono essere consapevoli che, senza un cambio di passo a un livello superiore rispetto all’agricoltura, chiunque faccia scelte di sviluppo aziendale che portano ad ampliamenti e all’incremento della capacità produttiva si scontrerà con una filiera che non intende assorbire altro latte ai prezzi sperati per garantire la sostenibilità economica delle aziende primarie. Proprio per questo – ha concluso - il comparto chiede di poter ampliare i mercati che la Dop consente di conquistare, anche perché non è possibile lavorare sulla riduzione dei costi in azienda, ormai in buona parte determinati esternamente da norme e legislazioni». Gasparini ha espresso apprezzamento per la relazione e ha rimarcato che «i piani produttivi dei Consorzi di Tutela dovrebbero essere uno strumento di regolazione dell’offerta in momenti emergenziali, mentre il Consorzio di Tutela del Grana li utilizza come sistemi di controllo permanente». Ad avviso del presidente di Confagricoltura Piacenza, manca, indipendentemente dal fatto che il pacchetto latte lo avesse auspicato, un sistema di organizzazione dell’offerta di latte e la Dop non tutela allo stesso modo tutti i produttori della zona di origine, a differenza dei nostri vicini del Parmigiano Reggiano. L’invito di Gasparini, a sprone di una sezione già molto attiva, è stato quello di proseguire nell’analisi individuando la genesi dei problemi. «I prezzi sono inadeguati perché è inadeguato il sistema, che, da un lato, tutela interessi diversi da quelli degli allevatori e dall’altro li schiaccia imponendo costi che derivano da politiche che tutto perseguono tranne la libertà d’impresa, la produttività e, più in generale, il localismo e la difesa dei nostri valori. Abbiamo le stalle ipercontrollate – ha concluso Gasparini – e un buco nella sanità enorme. Anche sulla direttiva nitrati dobbiamo pretendere che vengano valutati i costi e i benefici dell’apporto della sostanza organica. Le aziende vanno lasciate libere dove c’è conoscenza dei processi, scienza e tecnologia. Le battaglie vanno fatte e i metodi di produzione devono rimanere in capo agli agricoltori».

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