Confagricoltura, Suinicoltura italiana: in crisi per un valore aggiunto non riconosciuto

Parmigiani: «Il nostro ciclo produttivo non è paragonabile a quelli del nord Europa»

Nei giorni scorsi è stato pubblicato sul settimanale “Internazionale” (nr. 1025) un articolo che descrive l’efficienza della catena produttiva suinicola tedesca denunciandone l’efficientismo a scapito di altri fattori. “Il vero prezzo della carne: operai sottopagati, falde acquifere inquinate, tecniche di allevamento crudeli. Dietro le quinte dell’industria tedesca della carne suina”: questo il titolo con occhiello riportato anche in copertina.  Sensazionalismi a parte la logica produttiva che ne emerge è ferrea: ogni anno bisogna produrre almeno 39 chili di carne suina per ogni tedesco. Una fame che aumenta in tutto il mondo e chiede carne a buon prezzo. E’ la legge della domanda e dell’offerta il cui sillogismo che ne dovrebbe conseguire, tuttavia, è che a prodotti diversi devono corrispondere quotazioni differenti.

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“Il mercato del suino magro – spiega la presidente nazionale della Federazione di Prodotto Carni Suine di Confagricoltura, Giovanna Parmigiani - non è paragonabile alla filiera del nostro suino pesante, a partire dai costi generati dal fatto che il nostro ciclo produttivo è pressoché il doppio rispetto a quello che caratterizza i Paesi del nord Europa. Concordo inoltre pienamente – prosegue Parmigiani – con la risposta che il presidente di Confagricoltura Emilia-Romagna, Guglielmo Garagnani, ha scritto al periodico – l’Italia deve esigere con maggior determinazione reciprocità nell’applicazione delle normative a tutela del consumatore”. L’articolo punta i riflettori sulle questioni nodali responsabili della concorrenza sleale perpetrata da alcuni Paesi a danno del settore suinicolo italiano: lassismo nel rispetto delle leggi ambientali e sanitarie, lavoro sottopagato e sussidi pubblici. Gli allevamenti suinicoli in Italia sono passati da 193.666 nel 2000 a poco più di 26.000 nel 2010: un dato che denuncia mestamente la resa di tanti imprenditori italiani nella lotta ad armi impari coi concorrenti stranieri. “Il suino nato, allevato e macellato in Italia ha caratteristiche qualitative uniche – sottolinea Parmigiani che partecipa anche ad un gruppo internazionale per redigere un protocollo e buone prassi finalizzate all’ulteriore riduzione dell’uso di antibiotici in allevamento - come dimostrano le produzioni certificate il cui valore è riconosciuto ovunque all’estero, basti pensare al Prosciutto di Parma, al San Daniele ed alle nostre produzioni piacentine di coppa, salame e pancetta Dop. Il nostro Paese, inoltre, si distingue a livello mondiale per l’importanza che attribuisce alla tracciabilità dei prodotti e alla sicurezza alimentare. In Italia i controlli sono ferrei e rigorosi ed anche per questo Confagricoltura si sta battendo a Bruxelles per ottenere l’etichettatura delle carni indicanti “Nato, Allevato e Macellato”, così come chiede l’indicazione della provenienza delle cani anche nell’etichetta dei salumi non Dop (nei Dop, invece, è obbligatorio l’utilizzo di carne italiana). L’Italia si deve imporre ed esigere, prima che sia troppo tardi, sia a livello comunitario sia negli scambi coi Paesi terzi, la reciprocità nell’applicazione delle normative e del rispetto degli standard qualitativi a garanzia dei diritti dei consumatori. Normative rigide impongono a noi allevatori di allinearci a protocolli produttivi sempre più rigorosi, con un costo del lavoro che aumenta di anno in anno rispetto ai principali competitor stranieri, se questo valore aggiunto si perde e non viene né tutelato né riconosciuto dal mercato, la conseguenza sarà che un numero crescente di allevamenti sarà costretto a cessare la propria attività, come molti sono già stati costretti a fare negli ultimi dieci anni e noi italiani dovremo approvvigionarci all’estero”.

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