Considerazioni a margine dalla festa per i cento anni di Confagricoltura Piacenza

Senza una impresa agricola libera non c’è produzione alimentare globale, ma abbiamo bisogno anche di un agricoltore vitale attivo presente nei territori difficili. Come fare?

Alla recente assemblea dei 100 anni, i presidenti di Confagricoltura degli ultimi 35 anni, insieme al presidente nazionale sono stati concordi su due aspetti fondamentali: l’Italia manca di una politica agraria nazionale di lungo respiro (ed io aggiungo anche di una politica industriale, commerciale, ambientale, marittima…) dopo quella di Marcora (che mi fece fare il mio primo stage a Strasburgo) e di una visione integrata razionale ragionata della sostenibilità agro-ambientale vera.


Dall’assemblea di Confagricoltura emerge una denuncia fortissima, documentata con chiare proposte: un messaggio a chi governa a Roma come a Bologna. Ma non mi sembra che i giornali abbiano colto fino in fondo. Seppur nello status di crisi economica dal 2009 in poi, l’agricoltura si è sviluppata, ha creato lavoro, migliorato la qualità, contribuito più di tutti al PIL nazionale e soprattutto alla favorevole bilancia dei pagamenti. Ma ha bisogno di asset certi di lungo periodo e verticalità di impresa, non compensazioni, non proroghe di programmi europei vecchi di almeno 20 anni che ripercorrono strade vecchie e soprattutto palliativi che si sono dimostrati non solo inutili ma anche controproducenti.

A Piacenza è emerso che l’agricoltura ha bisogno di un programma 4.0 perché i grandi prodotti e le commodities sono sul mercato globale che non aspetta e non cerca sussistenza. Un secondo punto espresso da tutti i presenti con forza è stato quello dell’uso della “razionalità e ragione” collegata alla sostenibilità, ha detto il presidente piacentino Gasparini. Non si compete nel mondo senza tecnologia, scienza, investimenti e capacità imprenditoriale, produttività, senza capitale-lavoro-reddito.

Non ho ascoltato inni alla chimica o agli Ogm, ma una intelligente visione di quello che, una parte dell’agricoltura italiana, chiede: una politica italiana ed europea vera, che parli anche la lingua dell’impresa agricola pura, della libera concorrenza, degli strumenti per poter competere con gli altri. L’agricoltura non può essere considerata colpevole di inquinamento a parole, con slogan, con posizioni di comodo o con scarica barile. Oggi l’agricoltura e gli allevamenti imprenditoriali sono di altissima sanità, pulizia, ordine e igiene anche per gli animali…ma con controllo di alto profilo. 


L’agricoltura imprenditoriale, l’impresa agricola, deve poter sviluppare processi e modelli di alta tecnologia, innovazione in base al principio primario: serve per dare da mangiare a tutti e per offrire il miglior prodotto possibile. Ha bisogno che i fondamentali dell’economia e dell’impresa siano sicuri, solidi per un tempo medio lungo perché la innovazione è veloce, quindi necessita di una Pac e di una politica economica interna vera nazionale che manca da 40 anni.

C’è poi anche una agricoltura diversa da quella della massima efficienza del settore primario, in cui devono coesistere ed essere prioritari altri fattori produttivi: la residenza di un “agricoltore” poliedrico, legato alla tutela forestale arborea naturale, al presidio del territorio, alla difesa idrogeologica, alla cura e bonifica dei canali, alla gestione dei piccoli invasi, alle colture biologiche ecocompatibili e allevamenti liberi, a una produzione non spinta ma intelligente.

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Queste “aziende di territorio” stanno in piedi se integrate, se vivibili, se hanno più funzioni riconosciute, se sono private, ma inserite nel contesto pubblico e come tali devono avere un ricavo giusto da fonti diverse. L’Italia ha un 2/3 di aree collinari e montagne, ma tutti i paesi europei hanno zone dove l’agricoltura è difficile, disagiata, precaria, in ambienti con pochi servizi sociali, civili, trasporti e connessioni minimi, favorevole a allevamenti e coltivazioni di nicchia, spesso dop, ma di bassi volumi che necessita di altri mezzi complementari e integrati per favorire una presenza e una continuità. Non si può assimilare il fiorista con serre di 1 kmq a Utrecht con il collega sui gradini terrazzati di San Remo. La stessa globalizzazione dei consumi si sta segmentando. Credo che una Pac 2021-2027 corretta debba essere articolata, in pilastri che accolgano queste differenze, mettendo misure e azioni diversificate anche per lo stesso prodotto coltivato e allevato. Le “aziende territoriali” devono essere diverse dalle “imprese agricole”, hanno bisogno di norme e progetti adeguati, in cui l’attività rurale-agraria sia più legata a modelli di vita ordinari e può avere una prospettiva solo se fonte, garanzia e sicurezza per la produttività dell’intera valle, fino alle grandi imprese di pianura. In queste aree è più importante l’agricoltore che l’agricoltura. Urge la definizione di un campo normativo diverso. Le imprese agricole devono viaggiare su binari, velocità diversa e la politica agraria e la politica generale non può mettere “tetti” senza capire la segmentazione già in atto, che è richiesta dal mercato, dalla domanda e l’offerta non può girarsi dall’altra parte.

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