Consorzio vini Doc colli piacentini: le strategie per il prossimo futuro

L’incontro al Palazzo dell’Agricoltura con Pierpaolo Penco esperto di marketing territoriale e docente di management a Trieste

Sono necessarie nuove strategie per sapersi distinguere da un’offerta “affollata”, trovando nuovi strumenti di comunicazione, di integrazione logistica e commerciale, di legame con il territorio, dimostrando che l’origine differenzia il prodotto. E’ necessario saper anticipare il futuro. Ci saranno forti tensioni sul mercato dei bianchi (con leader Prosecco e Pinot grigio), quindi bisogna specializzarsi e chiedersi come cambiano i consumatori.

Un’analisi a tutto tondo, quasi cogente, quella di Pierpaolo Penco esperto di marketing territoriale e docente di management a Trieste, intervenuto al Palazzo dell’Agricoltura per un incontro organizzato dal Consorzio vini Doc colli piacentini a cui sono intervenuti numerosi viticoltori locali. Dopo il saluto e l’introduzione del Presidente del Consorzio Roberto Miravalle (che ha enucleato alcuni dati sulla produzione e sui consumi), ha preso la parola Penco con un’analisi “dello stato attuale” dei vini piacentini che vendono sul mercato locale o del Nord Italia ed una presenza all’estero tutta da consolidare, con mercati-chiave da presidiare. Ci sono pochi marchi conosciuti, un marchio territoriale tutto da sviluppare per differenziarsi. “Non basta- ha ribadito- essere Doc; è poco aderente all’attuale realtà di mercato”. Pierpaolo Penco-2

Le criticità emerse sono l’esclusione (per disciplinare) di zone collinari più elevate (visti i cambiamenti climatici), una composizione dei vini troppo rigida, troppi vini similari con denominazioni diverse e la mancanza di una “massa critica”. Il Gutturnio ha troppe versioni (5) e va comunicato meglio nelle sue peculiarità. I costi di produzione sono troppo alti rispetto alla percezione che si ha dei vini piacentini, molto simili a quelli dell’Oltrepò. I punti di forza sono le superfici e le produzioni adatte a servire i mercati con continuità, i vitigni autoctoni, i vigneti di collina con caratteristiche pedoclimatiche ed organolettiche specifiche e per questo bisogna puntare sulla valorizzazione di un marchio territoriale perché non basta la Doc. “I consumatori- ha detto sono cambiati; meno anziani, più giovani e tante donne, tutti con stili di vita diversi. La Doc ha successo se garantisce un’immagine elevata ed una presenza certa sui mercati, quindi meglio una differenziazione territoriale (come Etna) che sottolinei l’importanza del terroir, ricordando che il Disciplinare è solo uno strumento per raggiungere obiettivi, non il fine ultimo”. Bisogna quindi ridefinire le offerte per essere vicini alle esigenze dei mercati, partendo dalla propria identità, superando “steccati”, come per esempio il tappo di sughero o il vetro per raggiungere consumatori esteri differenti. “Stare fermi non premia! Oggi le aziende che sono cresciute, sono quelle che sono andate all’estero. Bisogna specializzarsi e chiedersi come cambiano i consumatori, quelli del futuro, ovvero i trentenni, molte le donne, ed associare i vini a stili di vita, cultura, sostenibilità, packaging e ricordarsi che sono poco “fedeli”: Usa e Cina docet!

I punti di forza, ovvero vini autoctoni, i legami storici, la vicina Lombardia, vanno sfruttati. Orientarsi su tre Gutturnio, su Ortrugo e Malvasia e “smarcarsi” dall’immagine di vino “quotidiano”, per tutti i giorni. L’Ortrugo, per esempio, si potrebbe chiamare Gutturnio frizzante bianco. Oppure si potrebbe fare una grande Doc dei colli di Parma e Piacenza, con sottozone. Insomma per un futuro diverso, bisogna necessariamente cambiare!

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