Dalla Fivi un cambio di passo per Consorzi e norme di certificazione, controllo e tracciabilità

Per il vino italiano occorre un’ottica strategica di lungo periodo, non del bilancio contingente

Alla luce delle recenti vicissitudini che vedono coinvolto tutto il mondo del vino italiano - dal libro unico delle norme sul vino alla semplificazione di alcune pratiche, dall’OCM vino in discussione in Italia sia per le misure promozionali che per quelle strutturali alla nuova PAC europea in veste fortemente restrittiva con una deviazione delle opportunità dai vecchi paesi europei ai paesi entrati recentemente, dalla carenza di valorizzazione del vino sul mercato nazionale sempre più in retrocessione a una nuova gestione e visione di tutti gli organismi rappresentativi e associativi, interprofessionali e sindacali esistenti (oltre alle organizzazioni generali del comparto agricolo) -  non è assolutamente errato affermare che questo Governo verde-giallo o giallo-verde deve mettere presto mano a tutto il sistema.

Le aziende vitivinicole, quelle vinicole, le cantine sociali, a parte qualche eccezione, salvano bilanci, remunerazioni, ricavi grazie oramai solo al fatturato estero che nel 2018 sembra che chiuda sui 6,2 mld/euro come valore all’origine. Al consumo il vino italiano all’estero è molto apprezzato al punto che la spesa totale di tutti i consumatori mondiali supera la soglia dei 20 mld/euro. La Federazione dei vignaioli indipendenti sta sollevando queste importanti problematica da alcuni anni e i referenti Matilde Poggi (Veneta) e Walter Massa (Piemontese) hanno incontrato il ministro Gian Marco Centinaio, proprio per sostenere l’urgenza di adeguati interventi temi prima che all’interno del mondo della vite-vino italiani scoppi una forte querelle e si ritorni all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso.

La FIVI rappresenta oltre 1000 viti-vini-cultori, da tutte le Regioni. In Italia ci sono 640.000 ettari vitati di cui 110mila in coltivazione biologica compreso la conversione e di cui 490.000 ettari classificati Docg-Doc-Igt in mano a 310.000 aziende viticole per un valore della #vignaitalia pari a 32 mld di euro come patrimonio vitato netto. Si producono una media, anno per anno, di 45-46 mio/hl di vino di cui circa 20 milioni consumati in Italia, 22 mio/hl destinati all’estero e il resto come mosto e giacenze. E’ evidente che superproduzioni intorno a 49-50 mio/hl possono creare problemi di equilibrio aziendale e di mercato incidendo su prezzi all’origine e al consumo.  Ad un valore di 4mld/euro del vino sfuso prodotto all’anno, corrisponde un fatturato di 13 mld di euro di cui 6,2 mld realizzati all’estero con una esportazione in crescita costante, ma grazie solo ai vini spumanti. Si contano 32.000 cantine, di cui circa 3.000 cooperative e 28.000 piccole e medie cantine, artigianali, di vitivinicoltori per la quasi totalità al di sotto dei 2 mio/euro di fatturato lordo annuo a testa. Questo è lo zoccolo duro che sul totale delle imprese vino rappresenta l’87% di tutto il comparto come teste ma rappresenta come censo economico poco più del 20% del globale nazionale. Problema enorme quello della dimensione aziendale per fare fatturato e per creare business indiretto, ma un vero plus dell’immagine e del valore aggiunto del settore, della biodiversità, della conservazione del tipico e della tradizione, della esistenza di tante famiglie artigianali ancorate alla terra, spesso in territori difficili, della diffusione di ricavi ad altri comparti e settori locali del turismo e dell’ambiente. E’ su questi numeri che si gioca il futuro del vino italiano, con un’ottica strategica di lungo periodo, non del bilancio contingente. E’ vero che la concentrazione d’impresa, le acquisizioni farebbero bene, consentirebbero di avvicinare i parametri di altri paesi, ma la vitivinicoltura piccola è anche un forte presidio per mantenere viva la campagna, l’arredo del paesaggio, il turismo delle aree interne. Ci sono fattori extraeconomici che devono portare questo Paese a fare scelte urgenti, per il vino e per altri comparti, di strategie di tutela, sia delle proprietà intellettuali, che della governabilità del territorio coltivato. Il vino non è più un prodotto limitato alla vigna e alla cantina. Ben venga lo sviluppo della coltivazione agraria della materia prima (più che puntare al vino biologico) in un ambiente e cura ampia e diffusa della riduzione dell’uso di prodotti chimici, ma questo è possibile con la presenza dell’uomo sulla terra, quotidianamente, avente e prestante una fonte di reddito reale altrimenti perdiamo non solo la figura artigianale del vignaiolo, come FIVI vuole mantenere, ma mettiamo in pericolo lo stesso rapporto con la natura che ci circonda, ambiente e cose intendo! E oggi il clima-natura sembra che si stia ribellando, volenti o nolenti. Quindi grande tutela, difesa contro i falsi marchi che colpiscono tutte le imprese corrette, ma soprattutto il piccolo produttore che si gioca tutto sul proprio nome e sulla Doc. Ecco FIVI sta portando avanti una azione, non una battaglia o una guerra, molto importante: è possibile rilanciare, migliorare, rafforzare l’intero lavoro dei Consorzi compreso la promozione e valorizzazione della tutela nella sua accezione più diretta a territorio-elaborazione del vino fatto dai tanti consorzi di tutela in Italia, spesso troppo piccoli per sopravvivere, spesso collegati a piccole Doc sconosciute ai più… prima che i Consorzi stessi chiudano bottega, rinuncino a fare il loro lavoro perché molte aziende mollano la Doc o mollano la partecipazione associativa nei Consorzi.

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