Economia

«Expo? Tante passerelle e una sagra gastronomica per divertirsi con il cibo. Nessuna strategia»

Bilanci controcorrente alla chiusura dell'esposizione universale di Milano: «Grande successo di visitatori ma tradite le premesse sociali. La Caritas non ha firmato il documento finale: non si sente la voce dei poveri del mondo»

Expo 2015 è stato un successo. Questo è sicuro. Il traguardo dei venti milioni di ingressi è superato. Vicino ai ventuno milioni la distribuzione dei biglietti. Ma tra il tintinnio dei brindisi emergono anche le criticità della manifestazione alle quali ha dato la stura anche il professor Pierangelo Dacrema, l’economista piacentino di fama internazionale, che a Palazzo Galli-Banca di Piacenza - alla presenza di diversi rappresentanti del mondo agricolo (interessanti le domande di Lodigiani e di Lucchini), altri economisti, professionisti, i vertici di Banca Piacenza con il presidente Gobbi  e con un pertinente  intervento del presidente d’onore Sforza Fogliani - ha illustrato il suo ultimo libro “C’era una volta una scienza triste”. 

Nel corso dell’esposizione il docente piacentino ha definito Expo «una sagra gastronomica per gente che voleva giocare, divertirsi con il cibo, mentre il tema imponeva tutte altre strategie e non passerelle. Il tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, doveva essere il filo logico che attraversava tutti gli eventi,  un’occasione per riflettere e confrontarsi su soluzioni reali, azioni, valutazioni delle contraddizioni fra potere della moneta e fame nel mondo. E’ stata invece una grande occasione di business per 230 ristoranti e per i botteghini».  

I temi degli sprechi, della fame, della qualità della vita, della cultura e civiltà della tavola quotidiana, sono stati affrontati con risalto dalla stampa mondiale solo grazie all’intervento del segretario generale delle Nazioni Unite Ban KiMoon, presente a Expo per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, che ne ha parlato per soli cinque minuti. L’affermazione di Dacrema trova corrispondenza nella mancata firma della Caritas alla Carta di Milano, il frutto di un lavoro collettivo, ampio, di governi, imprese, associazioni e anche di multinazionali per indicare “come trovare soluzioni e progetti per nutrire il pianeta e valutare le energie per una vita più sicura per tutti”. 

Ebbene il documento simbolo dell'Expo 2015, la sua eredità più alta, legato al tema originario “Nutrire il pianeta, energia per la vita” non è stato firmato, oltre che dalla Caritas, anche da altri soggetti importanti del settore alimentare ed enogastronomico italiano, come Terra Madre, Slow Food. «Nella Carta di Milano non si sente la voce dei poveri del mondo, né di quelli del Nord né di quelli che vivono nel Sud del pianeta». Lo ha sostenuto il segretario generale di Caritas Internationalis, Michel Roy, nel corso della conferenza stampa che si è svolta nella sede di Caritas Ambrosiana, dedicata ai limiti del documento steso ad Expo e fatto firmare a Ban KiMoon. 
La Caritas sostiene che la Carta sarebbe stata un documento più efficace nel mobilitare il mondo contro la fame «se avesse incluso un appello a mettere a fuoco i problemi che riguardano direttamente le persone che soffrono la fame, soprattutto nei paesi a basso reddito. Benché siamo stati chiamati a partecipare alla stesura della Carta di Milano, dobbiamo constatare che il risultato non ha tenuto conto dei nostri suggerimenti - ha spiegato il vicedirettore di Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti - probabilmente per salvaguardare certi equilibri». 

COME STRUMENTO DI LOTTA ALLA FAME LA CARTA PUÒ ESSERE COMUNQUE UN PUNTO DI PARTENZA? 

Questa l’opinione di Giampietro Comolli, il manager piacentino da alcuni anni impegnato professionalmente a tempo pieno sui temi di Expo e con tanti giorni di presenza alla manifestazione. «Fra i primi firmatari della Carta - dice Comodi - ci sono grandi multinazionali del cibo. E’ normale pensare che per raccogliere il maggior numero di firme di imprese, enti e cittadini, il governo italiano non poteva osare di più e il documento finale fosse un compromesso. Certamente meglio questo di niente, sicuramente – se ben sommata ad altre pratiche – può essere un grande punto di partenza. Ma è con l’inizio che si sogna, che si vola alto, che si lanciano progetti di profilo; poi nel tempo, successo dopo successo, soluzione dopo soluzione, intervengono gli adattamenti per rispondere a tutti. Non il contrario, qui si parte già in retroguardia con la quantità di firme più importante la che il contenuto. Il vero segnale di cambio di rotta avrebbe dovuto segnarlo Expo, martellando in ogni padiglione temi su qualità della vita. Nella Carta non c’è nessun accenno ad abbandonare il governo mondiale di pochi, le speculazioni finanziarie delle materie prime e l’uso del valore delle monete come “guida” per stabilire il prezzo di cereali, riso, carne, latte, farine, legumi, verdure… cioè i beni necessari per chi ha fame (800 milioni di persone). Nessun accenno al consumo smisurato del suolo e al land-grabbing senza alcuni parametri di valore e di uso.  Auspico che dalla Carta si passi a una direttiva operativa in modo da inserire temi legati all’uso o non-uso di certi semi o di certi presidi, l’importanza dell’acqua pubblica per coltivare e allevare, l’urgenza di prendere misure idonee per i cambiamenti climatici che colpiscono i paesi fornitori di materie prime. L’esempio della Carta di Kyoto qualche messaggio ce lo deve mandare. Occorre che dall’autoreferenzialità e dalle belle parole si passi ai fatti concreti. Per esempio: più terra destinata alle coltivazioni, meno terra e aumento della produttività. Ri-uso, ristrutturare, riformare al primo posto in ogni settore, piuttosto che il nuovo e la speculazione sul cibo a qualunque costo».

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