Economia

I 50 miliardi di euro previsti per i prossimi 7 anni dovranno guardare anche allo sviluppo di collina e montagna

Sono territori che hanno nel Dna quella biodiversità, naturalità, ambiente, ecosistemi base fondamentale per ottenere i fondi Ue

L’Europa ha messo sul tavolo italiano a fronte di vere riforme istituzionali una vagonata di miliardi di euro per un piano di ripresa e di resilienza, da quello sanitario alla giustizia, dall’ambiente alla tecnologia. Un po’ di miliardi sono già stati spesi, ma il famoso PNRR sta per essere scritto. La recente audizione alla Camera del neo ministro all’agricoltura Patuanelli lascia sperare in alcune novità. Fra queste, in linea con l’annunciata transizione ecoambientale e digitale, viene dato spazio e attenzione alle produzioni più resilienti e sostenibili, al valore delle aree forestali, agli interventi di regimazione idrica, all’agroalimentare esteso e multifunzionale, alla messa in sicurezza di area difficili. Il tutto dovrebbe fare riferimento ai fondi del Recovery, della Politica Agricola Comune, di Coesione, Leader, Live, Horizon, ecc…

Una borsa di 50 miliardi di euro per i prossimi 7 anni, 2021-2027. Il tutto deve essere orientato in piani reali di strutture, infrastrutture, lungo periodo, strumenti, lavoro, ecosistemi… invece di assistenzialismo, prebende, pioggia di euro senza costrutto, elargizioni senza obiettivo, credito senza solidità di impresa. Secondo queste linee guida può essere, finalmente, occasione buona per un impegno costruttivo e duraturo verso le nostre montagne appenniniche e le alte colline piacentine. Quei territori che hanno nel DNA quella biodiversità, naturalità, ambiente, ecosistemi che la Commissione della von der Leyen ha descritto nel Green Deal, base fondamentale per ottenere i fondi UE. Il problema vero è che a fronte di un DNA naturale esistente delle nostre aree interne, da Vernasca a Nibbiano, da Zerba a Ottone, da decenni è avviato in modo irreversibile un abbandono di quelle terre, borghi cadenti, terreni incolti, pochissimi giovani, nessuna nuova azienda agricola, frane continue, non governo dei cambi climatici, assenza di manutenzione ordinaria, crollo di ponti, viabilità approssimativa, assenza di mezzi e servizi pubblici, comuni disabitati senza personale e con i soldi contati, assenza di uffici postali e bancari, ancor più niente farmacie e medici se non facendo ogni volta 10-20-30 km in montagna.

Eppure qualche ritorno recente c’è: un plauso al bando della regione Emilia Romagna che ha assegnato un sostegno parziale a fondo perduto a 42 giovani o famiglie sotto i 40 anni per l’acquisto e/o ristrutturazione della prima casa purché in comuni di montagna . Un primo esempio concreto, ma marginale, limitato nel peso sociale e nel valore a fondo perduto, a fronte di ben 130 domande con i requisiti giusti. Quindi c’è un mercato, c’è voglia di tornare a vivere fuori dai centri urbani. Ma c’è anche voglia di lavorare e di avviare una attività? C’è possibilità di occupazione in altre imprese?  

Tre/quarti di tutto il territorio italiano è sopra i 350 metri di altitudine con circa il 20% di abitanti (6 milioni vivono fissi in montagna).  A fronte dello spopolamento, non è stato fatto nulla: qualche casa o borgo si è trasformato in zona di villeggiatura. In queste ampie aree interne o aree fragili come sono descritte, si producono il 60% di tutte le specialità agroalimentari nazionali certificate UE, dai formaggi ai vini, dai funghi ai salumi. Ma fare l’agricoltore in queste zone è una impresa titanica, al di là della fatica e difficoltà. Ma è anche l’ultimo presidio umano che attraverso la proprietà privata personale svolge anche un compito di presidio, un po’ di manutenzione. Ma non basta. il rischio è che se non si ricorre ai ripari forti decisi duratori…la montagna crolla, in tutti i sensi a valle, non solo qualche alluvione o frana. La prima sicurezza e garanzia che le imprese a valle e in pianura possano continuare a esserci e a produrre è data dalla gestione continua e ordinata delle arre a monte. Sopra i 350-500 metri di altitudine i fondi della politica agricola e dei piani regionali non arriva o arriva con piccoli sussidi calcolati sulla superfice agricola e basta. Aziende troppo piccole. Redditi bassi e quindi anche tasse e imposte insufficienti per i piccoli enti comunali di 500, 1000, 1500 abitanti fissi cadauno. Per cui l’agricoltura da sola non paga neanche l’agricoltura stessa.

Fare l’agricoltore in montagna è una vita disagiata, difficile, senza servizi e assistenza. Rammendi e rattoppi non servono più. Se esistono giovani e famiglie che vogliono tornare a fare anche l’agricoltore e l’allevatore, prima di tutto occorrono tutte le necessità di una vita normale. Uno sgravio fiscale di 10 anni, qualche contributo a fondo perduto, un sostegno all’avviamento di impresa, superbonus per la casa non sono sufficienti. Oggi ci vuole una legge dedicata alle nostre terre difficili, disagiate, vulnerabili che in primis riconosca all’agricoltura estensiva di montagna poco produttiva un “valore aggiunto” per tutta la società. Curare il territorio, vivere in luoghi marginali, presidiare sono attività che servono anche a chi vive a Castelsangiovanni, a Piacenza e a Fiorenzuola. Avviare una impresa ma anche assumere una funzione pubblica delegata da comuni o da provincia o da regione deve avere un reddito corretto: una volta comunità montane e anche agenti forestali sulla montagna avevano una funzione specifica. L’agricoltura estensiva, di coltivazione e/o allevamento, deve essere in punto di partenza, poi esiste la integrata funzione pro-attiva ecoambientale, un servizio per l’intera vallata, non solo l’alta valle. Località come Zerba, Orezzoli, Salsominore, Cassimoreno, Pradovera, Teruzzi, Boccolo, e ancor più piccole, devono essere dotate di servizi se si vuole il ripopolamento di queste aree che sono già eco&bio. Non c’è bisogno di una patente. C’è bisogno di offrire una vita civile e sociale in cui gli anziani abbiano i servizi sanitari vicino, i bambini abbiano asili e scuole, le strade percorribili, mezzi pubblici efficienti continui puntuali. Il governo Draghi, i ministri preposti, devono chiedere che la burocrazia europea capisca che ci sono “agricolture” diverse con bisogni diversi. Che la salvaguardia di certi territori si può realizzare se si attua un progetto completo. 50 euro all’ettaro di bosco non serve; 180 euro all’ettaro di seminativo non stimola a creare impresa. Mentre una assunzione di responsabilità, di affidamento di incarico, di opportunità misurata e tangibile dotata di mezzi strumenti e infrastrutture con anche la disponibilità di casa e di assistenza a tutta la famiglia, probabilmente molti giovani (e anche molti immigrati) potrebbero scegliere con convinzione una vita salubre ma difficile, creativa e utile a tutti. Occorre che gli sia riconosciuto, a fronte di controlli giusti e di verifiche continue in una logica di autonomia di impresa individuale. Un gruppo di agronomi-economisti ha valutato la disponibilità di 1 milione di posti di lavoro lungo la spina dorsale appenninica-alpina. Qualcuno insegna (vedi Germania i primi anni dell’euro) che questo vuol dire anche produrre e aumentare di 1 punto il Pil nazionale. E tutto serve a questo paese. E Piacenza deve essere pronta e saper dare gli indirizzi giusti.

Giampietro Comolli, consulente Distretti Produttivi Turistici e docente Storia Economia Vite e Vino

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