«I cereali nazionali quotati meno del prodotto importato, spesso Ogm»

Parizzi: dove finisce il valore aggiunto della nostra filiera?

Parlando di cereali e soia il mercato ci dice che le produzioni nazionali, per il momento, segnano il passo e perdono contro la forza commerciale e contrattuale delle commodities d’importazione.  La fotografia è data dalle quotazioni delle borse merci. Il frumento tenero fino nazionale (v. borsa merci di Bologna al 15 ottobre) è quotato attorno ai 180 euro alla tonnellata, quello tedesco 190; il mais: 172 euro/tonnellata quello nazionale, 185 quello comunitario e 194 quello estero non comunitario; la soia: 340 per il prodotto nazionale e 350 per quello estero. “Per quanto riguarda la soia – precisa Ercole Parizzi, presidente della Sezione di Prodotto Colture Industriali di Confagricoltura Piacenza, nelle scorse settimane abbiamo registrato differenze di quotazioni, a svantaggio del prodotto nazionale, con picchi anche di 30 euro alla tonnellata. Una mancata remuneratività delle nostre produzioni che stride fortemente con le politiche di valorizzazione del made in Italy che anche Confagricoltura auspica”. La posizione dell’associazione degli agricoltori è, poi, fortemente critica sulla linea assunta dal nostro Paese di proibire la coltivazione di varietà colturali geneticamente migliorate senza tuttavia proibirne l’importazione. “Come giustamente è stato scritto su un articolo de l’Espresso di qualche giorno fa – spiega Parizzi – il Ministro Martina sembra contraddirsi nel momento in cui chiede all’Ue che il nostro Paese debba avere coltivazioni solo Ogm free e non chiede il permesso di vietarne l’importazione. Così i produttori devono condurre una battaglia impari sul proprio territorio con grandi quantitativi di commodities la cui coltivazione è costata meno e che hanno, evidentemente, caratteristiche quali-quantitative migliori riconosciute da prezzi più elevati”. Il mais nazionale, in particolare, sembra aver risentito dell’estate siccitosa riportando elevati livelli di micotossine, problema da cui risultano indenni le varietà geneticamente modificate impiegate oltre oceano. “Sono certo della competenza professionale degli agricoltori italiani – spiega Parizzi – che hanno monitorato sapientemente tutta la campagna intervenendo puntualmente con azioni mirate per contenere il problema micotossine e ocratossine, ma sta di fatto che la questione viene talvolta utilizzata strumentalmente per poter giustificare quotazioni inferiori alle attese. Vanno probabilmente rivisti i rapporti lungo la filiera, prevedendo maggiori garanzie contrattuali e potenziando il ruolo degli agricoltori nelle commissioni delle borse merci; la trattativa parte, oggettivamente, a nostro svantaggio, soffocati, come siamo, dalla disponibilità di prodotto estero. La distorsione è che oggi a questo prodotto facilmente disponibile, realizzato con costi produttivi decisamente inferiori rispetto ai nostri, viene riconosciuto un prezzo migliore. Su questo chiediamo di riflettere”.

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