I social e tutti i meccanismi della bugia

La conversazione del prof. Walter Quattrociocchi del CSSLab dell’IMT di Lucca, che si occupa di scienze sociali computazionali all’ultima serata di “A cena con la scienza”

Ad introdurre in modo abbastanza impattante la serata, ci ha pensato Michele Lodigiani ideatore dell’appuntamento “A cena con la scienza”, iniziativa che ogni anno incontra costante successo di pubblico negli agriturismi dove si svolgono le serate. Un modo gradevole ed informale per incontri culturali di elevato livello considerato lo “spessore” dei relatori selezionati con competenza da Lodigiani, con il supporto di Confagricoltura Piacenza e Banca di Piacenza.

Quasi provocatoriamente ha infatti ha citato alcuni tristemente famosi aforismi di Joseph Paul Goebbels ministro della Propaganda della Germania hitleriana, atti a spiegare come si possano costruire informazioni “ad usum Delphini”, ovvero di notizie adattate per interessi di parte, tra cui quella celeberrima: “ ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.Insomma come costruire una “dittatura mediatica”, un problema oggi più che mai attuale con “l’esplosione” dei social, cioè l’utilizzo delle tecnologie e della rete (face book, twitter ecc) che le persone utilizzano per condividere contenuti testuali.

False verità “bufale” (come si definiscono) che purtroppo poi diventavano invece verità con conseguenze a volte persino nefaste e che in ogni caso condizionano pesantemente politica, società, costume.

A trattare di queste problematiche è stato inviato il prof. Walter Quattrociocchi che è a capo del CSSLab dell’IMT di Lucca, istituto che si occupa di scienze sociali computazionali.

Quattrociocchi ha spiegato che il “vero mostro della disinformazione è la “pseudoverità” che diventa tale più è conforme alla nostra idea e poi più è veicolata dai media, più è ascoltata. Anche i complotti politici vengono creati e manipolati attraverso le notizie. Insomma le “bufale” create per scherzo sui social, diventano verità solo perché ci piacciono. La bellezza del gioco, però, diventa grottesca quando assomiglia alla prassi di costruzione del pensiero e del dibattito pubblico”.

I risultati delle ricerche condotti dal gruppo di Quattrociocchi evidenziano che- ha chiarito il relatore- “il modo in cui si consumano le informazioni è dominato dal pregiudizio di conferma (la tendenza ad acquisire informazioni coerenti con il nostro sistema di credenze). Per esempio se sono contento di essere basso mi attrarranno tutte le informazioni che supportino questa visione. Nessuno è immune. Neanche gli intellettuali.

Internet è pieno di informazioni e narrazioni. Troviamo quelle che più si adeguano al nostro modo di vedere e finiamo per trovare persone che la pensano come noi e con cui rinforziamo le nostre credenze. In questa configurazione le informazioni vengono adottate se coerenti con la narrazione, anche se contengono informazioni false, ed escludiamo altri punti di vista”.

Quattrociocchi ha detto che sta lavorando insieme ad altri colleghi alla costruzione di un osservatorio (PANDOORS) dedicato alle dinamiche sociali su web per capirle e studiarle a fondo. Finora hanno aderito al board di questo nascituro centro, importanti personalità del mondo della scienza, delle istituzioni e del giornalismo.

La Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha recentemente lanciato l’iniziativa “Basta Bufale”, una petizione/mobilitazione contro le fake news. L’appello coinvolge anche noti e bravi debunker e personalità pubbliche. Questa è solo l’ultima proposta in ordine di tempo contro il fenomeno scoppiato nel 2016 con la Brexit e soprattutto con la campagna elettorale di Donald Trump. La grande massa di finte notizie a favore del neo-presidente Usa è stata a lungo al centro del dibattito, e ha fatto sorgere domande sulla capacità delle informazioni fasulle di influenzare l’elettorato e cambiare le sorti del voto. Quel che sappiamo finora è che, secondo uno studio dell’Università di Stanford, nonostante le fake news pro-Trump siano state condivise per un totale di 30 milioni di volte (quasi il quadruplo di quelle pro-Clinton, c’erano anche quelle), solo una piccola frazione di elettori le ha viste.

Per la verità non è un fenomeno nuovo: negli Usa è circolata a lungo la storia che Obama non fosse americano, ad esempio; qui in Italia la stessa Boldrini e l’europarlamentare Kyenge sono da tempo tra i principali bersagli di notizie false pubblicate da siti specializzati in questo, per non parlare della grande magnanimità di Putin, pronto ad ogni disastro naturale a mettere rubli su rubli a disposizione dell’Italia e coprire così l’inefficienza del governo che, puntualmente, “se ne frega degli italiani in difficoltà”.

C’è poi la questione della propaganda politica, che, se anche spesso contiene informazioni false, è difficile classificare sempre come fake news o prodotto recente di Internet. Questi fenomeni, infatti, non sono nati con la Rete, ma sono stati sempre presenti nel giornalismo tradizionale, che ha avuto e ha responsabilità importanti. “Insomma- ha chiarito Quattrociocchi- chi insegue informazioni “complottiste” è convinto di quelle; le “scientifiche” sono diverse, ma bisogna ricordare che nella scienza c’è sempre un margine di miglioramento che può contraddire ciò che era ritenuto prima giusto. In ogni caso c’è una polarizzazione dei convincimenti.

L’accesso non è più mediato alla conoscenza, crea problemi. I social network sono il terreno di coltura e di diffusione perfetta del virus della disinformazione, con conseguenze che vanno ben al di là del recinto del mondo digitale. Quella contemporanea è l'epoca dell'informazione h24, della velocità delle notizie che attraverso il web e i social network fanno il giro del mondo in pochi minuti, della possibilità di accedere a contenuti e documenti prima raggiungibili soltanto da pochi: eppure questa è paradossalmente anche l'epoca che ha visto il proliferare incontrollato di informazioni false che, una volta entrate nel circuito della rete e dei media tradizionali, è praticamente impossibile bloccare. Dunque non a caso nel 2013 il World Economic Forum ha inserito la disinformazione digitale (casuale o costruita ad arte) nella lista dei 'rischi globali', capace di avere risvolti politici, geopolitici e, perfino, terroristici. E’- ha stigmatizzato il relatore- come un vaso di Pandora che scoperchiato non è più in grado di essere gestito”.

Ha portato l’esempio della polemica sui vaccini. “L’ostilità verso i vaccini è un fenomeno in crescita dovuto a due fattori. Il primo è la sfiducia crescente verso le istituzioni. Il secondo l’incapacità del mondo sanitario di comunicare che i vaccini hanno i loro vantaggi. La comunicazione sul tema viene spesso fatta in modo troppo asettico”

E demandare in toto la responsabilità di selezionare cosa sia vero o falso a due grandi player della distribuzione delle informazioni è un gioco troppo rischioso per la libertà e per la salute stessa dell’informazione; discernere per mezzo di automatismi e criteri logici tra una fake news, una notizia semplicemente sbagliata, un contenuto di propaganda e una notizia satirica è quasi impossibile.

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Ma una via d’uscita c’è. “I social- ha detto- ci fanno capire  come funziona oggi la società e può facilitare, nel lungo termine lo sviluppo del senso critico, una società che tende a svincolarsi dai mediatori. Dobbiamo ricostruire la fiducia tramite la credibilità, la trasparenza e la responsabilità e un alto grado di pazienza, coordinazione e determinazione, in un processo che deve coinvolgere tutti per sviluppare un maggior senso critico. Il nostro obiettivo da ricercatori, invece, è creare un osservatorio permanente, internazionale, sulle narrazioni online. Una fonte aperta, dove tutti possono controllare che cosa è vero e che cosa è falso. Non è semplice, ma bisogna riuscirci».

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