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Giovedì, 19 Maggio 2022
Economia

«Il mercato italiano è ancora un consumatore sconosciuto per i vini piacentini»

Come sta il settore vitivinicolo piacentino? Ne abbiamo discusso con Giampietro Comolli

«Leggo sempre con molto interesse le notizie su vino, turismo, distretti produttivi alimentari della mia Piacenza...che sono all’origine della mia attività lavorativa». Parte da qua la chiacchierata con Giampietro Comolli.  «Dopo l’esperienza a Strasburgo – spiega Comolli - in Confagricoltura, in Coldiretti come responsabile anche di ambiente-economia-agriturismo, nel 1986 sono nominato direttore del Consorzio tutela vini doc Colli Piacentini, per cui curo la prima assemblea sociale, il nuovo disciplinare che passa dagli storici 3 doc ( nati nel 1967) a 18 menzioni singole. Con me nasce il Gutturnio Superiore e Riserva per partire il percorso della docg, il Vin Santo, i vini igt Terre di Velleia e Valtidone con nome di vitigno come primo gradino di una potenziale doc. Puntai anche alla zonazione viticola, grazie al prof. Fregoni, soprattutto in Valtidone per il legame ampelografico-geopedologico con l’Oltrepò. Feci partire i controlli “a valle”sul mercato del prodotto confezionato, perché l’erga omnes era da venire e c’erano solo i controlli a monte  dell’Ente camerale. Stesi un regolamento di gestione marchio e di rapporti fra gruppi di imprese. certo non tutti furono favorevoli, ma si doveva fare. Si era agli inizi.  Venne sottoscritto un accordo con la camera di commercio, presidente fu il compianto dott Squeri, già assessore in Provincia, voce autorevole, fuori dalla produzione, in grado di recuperare fondi esterni. Fu una chiara scelta strategica di medio periodo, dettata dalla volontà di eliminare il più possibile la vendita sfuso, gli imbottigliamenti fuori zona, far crescere  le aziende familiari piccole, favorire la nascita di nuove aziende di giovani, con un impegno che dopo 10-12 anni tutto doveva essere rivisto in base a ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato. Partecipammo alla Enoteca Regionale, ma era lontana per cui si cercarono soluzioni autonome: la Provincia e la Cciaa diedero un sostegno, ma soprattutto l’assessorato della Regione e il Ministero furono sponsor attivi con circa 30-40 mio/lire l’anno fissi fino al 1992. A regime, il bilancio annuale del consorzio fu di circa 400 mio/lire anno, per il 60% dai soci in diverse forme. Il costo del personale non superava il 27% del bilancio. Nessun amministratore aveva un rimborso. Annualmente 2 stagisti o laureandi aiutavano: oggi tutti loro sono ai vertici di aziende o enti. Poi nel 1994 lasciai definitivamente l’incarico di direttore per dirigere la Franciacorta dove ero già part-time dal 1992».

          - Stato dell’arte del vino e criticità?

Sono passati 25 anni da quando non sono più direttore operativo al 100% a Piacenza ( in mezzo anche Champagne, Bolgheri, Ferrari, Sicilia, Valdobbiadene, Altamarca, Prosecco …) per cui non ho seguito il percorso seguito. Certo è che i Colli Piacentini sono poco “presenti”. Posso, tutt’al più, fare alcune recriminazioni come se fossi stato presente in questi anni, da osservatore esterno e forse da “altri” luoghi enoici sicuramente dinamici, attivi, impegnati, convinti. Queste forse le prime mancanze. In particolare non mi sembra che sia stata continuata, aggiornata, incrementata la zonazione viticola e la individuazione di unità vocazionali e biotipiche perché avrebbero consentito di definire e selezionare una biodiversità endemica e una poliedricità di vini in vallate così diverse. La motivazione della mancanza di investimenti, di scelte strategiche, di opzioni, di personalismi non sta in piedi. Trovo una debolezza forte non aver saputo organizzare un project leader, non aver imposto un cronoprogramma ben definito per cause a me ancora oggi ignote, quando lascia scritto una specie di “consiglio” operativo. Ho registrato un abbandono di maniera e di fatto nel tempo da parte di tutti, piccoli o grandi; un decisionismo verticale forse senza più autorevolezza; troppa accettazione di consociativismo; nel tempo caduta di motivazioni, troppe voci inascoltate, una voce unica senza seguito, lentezza nelle decisioni …come per esempio i controlli generali e ufficiali. Di conseguenza non si è più puntato sulla tutela e sugli sviluppi qualitativi come strumento di  valorizzazione, e troppa promozione autoreferenziale locale per anni, ma ancora evidente oggi nella percentuale di eventi “provinciali” rispetto a scelte di più alto profilo e lignaggio. Non aver individuato in un legame vino-vallata la unicità e la esclusività di una viticoltura di grande pregio qualitativo. Aver puntato sempre in un monologo e monotema della antica storia del vino mentre gli altri puntavano sull’innovazione. Non aver dato seguito – dopo 20 anni dalle scelte iniziali – alla riduzione delle doc secondo una strategia di denominazione territoriale autonoma, o di menzione esclusiva, o di espressione di vitigno d’origine. Non aver attivato un processo di valorizzazione commerciale di uno-due vini bandiera grazie ai fondi disponibili fino al 2012 dal ministero politiche agricole e dal 2008 grazie agli accordi o protocolli dell’Ocm con altri territori anche confinanti. Non aver attivato o perseguito la grande doc “oltrepadana” della Bonarda-Croatina già da me avanzata nel 1990 come risposta ai “bordolesi” che stavano avanzando.  Un vino che oggi potrebbe essere noto come un Montepulciano, di un Sangiovese, di un Nero d’Avola….senza perdersi in diatribe fra confinanti. All’epoca c’erano gli uomini per fare una grande strategia mondiale. Nel 1998 partì la nuova Federdoc dal sottoscritto.

- Pregi?

Piacenza è in una condizione “enoica” invidiabile, sia geo-graficamente che ampelografica, che tecnico-enologica, che di offerta integrata enoica-turistica-impresa. Una dimensione significativa, autorevole, che deve contare pubblicamente , di più regionalmente e sul nazionale. Deve studiare di più la domande di vino, perché ha le credenziali organolettiche dei vitigni e del vino giusto per il terzo millennio. Chiarezza sul Gutturnio si impone. Una forte rivalutazione della Malvasia pure, ma meno anonima e indifferente. La Val d’Arda ha una sua peculiarità da sviluppare: ci sono le credenziali e i fondi? Nel vino quello che conta è essere forti nel proprio territorio, nella propria regione. essere presenti e diffusi. La Valtidone può avere una sua doc, come la ValTrebbia e la Valnure. Su questi prodotti bisogna puntare. Il consumatore di oggi non chiede il vino, ma le bollicine piacciono. Occorre essere all’avanguardia rispetto alla domanda futura, e i Colli Piacentini possono avere un grande futuro. Un po’ di zonazione di unità di pedopaesaggio farebbe solo bene.    

- Quadro attuale e proposte?

Oggi Piacenza sta anche meglio dell’Oltrepo Pavese, rappresenta con l’area Lambrusco, due aree-brand che possono rappresentare l’Emilia enoica, essere il traino di una Dmb ( non Dmc o Dmo che sono superate) del turismo di area vasta. Piacenza deve fare urgentemente una scelta strategica chiara, breve, forte, diretta. Deve avere un vertice che è un mix di grandi imprese e piccole imprese, con ben definiti parametri di impegno, ricerca, sviluppo, commercio, valore. Un territorio non è fallimentare perché esistono bottiglie al consumo da 3 euro e da 12 euro con lo stesso nome e formato, quanto piuttosto vale la qualità raggiunta in termini di riconoscibilità di terzi, di foresti, di concorrenti; vale la qualità di vita-turistica enologica che si respira sul territorio anche attraverso una gestione del paesaggio e degli influssi di terzi, maggioritari o minoritari; vale la capacità di saper parlare un linguaggio unico territorio-vino e le lingue straniere nel presentare i propri vini, vale la forza delle bottiglie in valigia e la scelta di investire su importatori e distributori esteri con garanzie, vale la reciprocità della produzione e della produttività fra le grandi imprese, vale lo sforzo di un percorso stretto di regole vere e di tempistiche certe delle grandi imprese cooperative e non come in Alto Adige, in Croazia, in Champagne; vale l’importanza dell’investimento economico in azioni di valenza e aderenza commerciale, anche promocommerciale seconda una scale di tempi e di modi di medio periodo da rispettare; vale l’investimento in un progetto annuale unico forte grazie ai fondi europei con una azienda europea di supporto finanziario; vale .     

- In tutto questo il Consorzio?

In un territorio di 6000 ettari e di 3000-4000 viticoltori, 3 grandi cooperative, altre 3-4 grandi imprese commerciali e altre 50-70 piccole imprese…( spero di non sbagliare i numeri esatti!!) la gestione unitaria e non autoreferenziale di un brand-progetto-Dmb all’interno di una unica struttura collegiale è indispensabile, altrimenti meglio chiudere e ridurre i costi delle imprese. Certo ci deve essere una voglia diffusa, un interesse collettivo, un impegno obbligato, un passo indietro di qualcuno e un passo o due avanti di un altro; voglia di investire ed essere – ogni impresa – pronta a dichiarare quanto è pronta a mettere sul tavolo in termini di soldi. Senza soldi non si va da nessuna parte.  Certo un presidente estraneo al mondo produttivo è una scelta difficile, ma forse senza alternativa perché è evidente che le priorità private vengono prima di quelle generali. Occorre anche pesare bene se vale la pena concentrare gli sforzi in un consorzio riconosciuto o in una associazione libera: oggi è da ripensare al vino come nel 1986 e incominciare a correre. Nessuno vive di rendita, men che meno ci negli ultimi 25 anni ha vivacchiate senza fare scelte chiare e forti.  Tutte le “valenze” precedentemente elencate devono  essere messe in capo all’ente collettivo e diventare la nuova strategia, ma questo ente deve trovare la strada per unificare, fare squadra ( non a parole, basta politica di facciata o scuse per inadempienze o fallimenti o interessi personali) fra più soggetti, meglio se diversificati. Non un ente turistico, ma insieme ad un ente turistico creare un pool di attori con compiti-responsabilità-rischi ben definiti con sanzioni anche molto chiare. Il Consorzio Piacenza Alimentare – obbligatoriamente per rappresentanze all’estero – è un valido esempio, ma deve essere diverso il meccanismo, l’approccio, il linguaggio, la formula. L’Ortrugo e la Malvasia di Candia , dopo Riccione non sono conosciuti, come neppure a Padova. Il mercato italiano è ancora un consumatore sconosciuto per i vini piacentini: su questo occorre lavorare, ma guardando anche in certi paesi esteri …I nuovi consumatori, con nuovi vini. Fare alleanze verso l’alto, non verso il basso. oggi la politica può essere d’aiuto per gli investimenti e i fondi: qualche Hub in meno, qualche impresa e posto di lavoro in più nel vino e sul territorio.     

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