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Il vino e Piacenza, bene l’export ma in calo il mercato nazionale

Andrebbero rilanciate le cantine anche come attrazione turistica

Da alcuni anni il vino e il cibo si dice…sono sulla bocca di tutti! Dai blogger dell’ultima giornata ai tecnici stagionati, tanti giornalisti ex qualcosa che si sono buttati sulla tavola, sulla cucina, sul vino pensando di essere degli “influencer” o influenzanti!

Piacenza nel 1995-96 coltivava circa 7000 ettari a vigna con una produzione di 400.000 ettolitri di vini, di cui circa 300.000 Doc dopo l’ampliamento a 44 “menzioni” di vini. Una variabilità eccessiva ma strategicamente necessaria per aumentare la quota Doc: e così avvenne.

Oggi sono gli ettari sono scesi a 5500 e a 220.000 gli ettolitri di vini Doc, con le rese in uva e in vino più basse di tutta la Regione Emilia Romagna. Per il vino Piacenza è considerata la “regina” di tutta la Regione, eppure il vigneto Emilia cresce ovunque con nuovi impianti (Ravenna ha avuto il 40% dei nuovi diritti su 520 ettari concessi), più Bio ovunque, Piacenza assente. Se 44 menzioni alla fine degli anni ’90, hanno svolto una grande funzione portando il Gutturnio (in tutte le forme) ad essere il vino rosso più consumato a Milano grazie soprattutto alle grandi cantine&coop…, oggi va tutto rivisto in una ottica nuova di rapporto domanda/offerta, qualità/prezzo, valore/identità e i nuovi modelli e metodi di consumo.

Piacenza non può restare passiva.I numeri parlano chiaro: 4 mio/bott. di Ortrugo Doc, con crescita però delle giacenze; 11 mio/bott. Gutturnio Doc stabile grazie alla tipologia fermo, ma giacenze in aumento; Valtidone Igt con neanche 350.000 bott.  in calo del 20% in due anni; Terre di Veleja Igt pochissime bottiglie ma in crescita. Poi il rebus Malvasia di Candia Aromatica, ancora fra Doc e Emilia Igt, in 10-12 tipologie differenti, per 800 ettari e circa 90.000 quintali di uva, 4 mio/bott tendenzialmente in calo. Negli ultimi 5 anni, la stessa Emilia Igt ha perso il 20% delle bottiglie vendute.

Una scelta individuale, azienda per azienda, non fa crescere, non stimola, non aiuta a investire: anche la concentrazione e/o acquisizione di imprese, ottima iniziativa, non produce effetti attrazione e sviluppo, tutt’al più consolida la società e apre nuovi mercati all’estero, ma il vino Doc piacentino resta sconosciuto a Trento o a Torino. C’è spazio sul mercato, con una visione collettiva non solo di imprese, ma soprattutto di Doc unici, di tipologie uniche.

Piacenza deve puntare su 4-5 vini non di più, meglio se uno Docg per dare certezze di origine, imbottigliamento in zona, brand unico, peso specifico sul mercato, investimenti e valorizzazione concentrati. Può ambire a essere patrimonio di tutto quello che è stata capace di creare. Il mercato estero risponde bene, ci sono state nel 2018 crescite di fatturato eccezionali, Piacenza è prima anno su anno. Ma il mercato nazionale è anche attrazione turistica, è valore aggiunto, è crescita di prezzo al consumo, è diffusione in canali nuovi di vendita. Bene le etichette premiate, ma quanti attestati in più meritano le 50-60 aziende piccole-famigliari oggi che sono il “biglietto da visita” del territorio vitivinicolo, ospitale. I piccoli oggi possono essere e significare anche di più di quello che hanno fatto le grandi cantine 30-35 anni fa. Bene il Passito, bene il Vigoleno che soddisfano qualche guida oramai ininfluente sul consumo giovane, off-premise, occasionale e infedele… Tutto si gioca su Gutturnio e Malvasia.

La “Candia Ducale” potrebbe essere il vino del futuro: la nostra Malvasia cresce bene anche esposta a nord in alta collina (attenzione al cambio climatico), ricca di profumi floreali metallici governati da polifenoli molto maturi e tannini freschi, grande modernità, ideale per un consumo giovane. Perché perdere questa grande prospettiva enoica piacentina, restando fermi al passato. In Franciacorta, Bolgheri, Gavi, Valdobbiadene, Trento… ho sempre puntato alla selezione di alto profilo, anche con numeri significativi, ma sempre con l’obbiettivo di una scelta-percorso-meta che fosse dettata da regole e da un sistema operativo che sapesse, tempo per tempo, puntare sulla strategia necessaria, alla faccia dell’uso della proprietà collettiva o dell’organismo consortile per fini individuali o oligarchici. 

Piacenza deve puntare ad avere anche un grande vino rosso fermo: un Gutturnio nuovo, con nome diverso, ma anche con un tocco di internazionalità maggiore. Si può condividere un nuovo vino partendo da zero? Piacenza ha diversi brand enoici utilizzabili. Anche le singole 4 valli possono avere una loro maggiore identità territoriale legate ad un vino esclusivo: tutte hanno già potenzialmente un “permesso” ad osare di più, ma senza ripetere errori mastodontici delle 44 menzioni specifiche per accontentare tutti i clienti.

E’ vero oggi comanda la domanda e non l’offerta, ma un grande imprenditore, un grande territorio può utilizzare formule e forme per promuovere una scelta tipologica unica rispondendo a domande diverse: qui sta la vera abilità dell’imprenditore. Dopo anni di sfaldamento e di abbandono, Piacenza deve essere proattiva, presente ai tavoli che contano, avere peso specifico al ministero. Deve puntare su un nuovo brand, deve investire in modo collettivo, con un piano strategico di 10 anni. 60 aziende vitivinicole con cantine, piccole e meritevoli ci sono che non possono fare squadra da sole, ma essere la punta di un iceberg da sbandierare con alla base la solidità, il potere economico, la forza d’investimento della cooperazione che sostiene tutto il progetto di sistema: garantisce per 1100 aziende viticole, il miglioramento viticolo, la tutela varietale, la redditività sociale, la valenza collettiva attraverso la copertura di mercati distanti, grandi, di largo consumo con format diversi, integrati per l’aspetto economico, investimenti, Pac, Ocm.   

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