Italiani grandi risparmiatori, ma la crisi ha frenato gli investimenti

Per trattare di questo importante aspetto della nostra economia è intervenuto per un seminario Asset Management organizzato dalla Facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza, Riccardo Morassut

Riccardo Morassut

Gli italiani sono stati sempre tra i maggiori risparmiatori al mondo, poi la crisi ci ha allineato al resto d’Europa e quindi il compito di coloro che si occupano di gestire quello che ancora c’è a disposizione sui mercati, è quello di gestire al meglio e con estrema attenzione le risorse. Per trattare di questo importante aspetto della nostra economia è intervenuto per un  seminario Asset Management organizzato dalla Facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza, Riccardo Morassut  - Research Analyst Assogestioni - Ufficio Studi che ha trattato “dell’industria italiana del risparmio gestito".

Il quadro evidenziato da Morassut è evidente: in Italia non si è verificato aumento del reddito, il medesimo di 20 anni fa, il che significa che il paese è fermo. «In pratica - ha chiarito - dal Dopoguerra e fino alla metà degli anni Novanta il tasso di risparmio delle famiglie italiane è stato particolarmente elevato, tra il 20% e il 30% del reddito disponibile. Questa circostanza ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo economico del nostro Paese e ha permesso il progressivo accumulo di un importante stock di ricchezza. Al tempo stesso il risparmio privato ha garantito per un lungo periodo il finanziamento interno dei crescenti disavanzi del settore pubblico, consentendo di mantenere il risparmio nazionale aggregato in territorio positivo».

A partire dal 1995, tuttavia, accelerando una tendenza negativa in essere già dagli anni Ottanta, nel giro di pochi anni l’incidenza del risparmio sul reddito disponibile delle famiglie è diminuita fino a raggiungere valori compresi tra il 15% e il 17%, allineandosi a quella di Paesi sotto molti aspetti paragonabili al nostro, come Francia e Germania, e come il nostro coinvolti nel processo di convergenza che nel 1999 ha portato al varo della moneta unica. Sul finire del 2008, dopo un periodo di relativa stabilità durato quasi un decennio, con il progressivo peggioramento della crisi economica il tasso di risparmio delle famiglie ha subito un’ulteriore flessione, proseguita fino alla metà del 2011, che lo ha portato dal 15% al 12%, valore su cui si è successivamente attestato. Il lento avvicinamento del tasso delle famiglie italiane a quello di Francia e Germania, conclusosi alla fine degli anni ’90, potrebbe essere interpretato come la conseguenza naturale di una tendenziale convergenza delle rispettive economie.

Per contro, l’ulteriore calo registrato tra la fine del 2008 e la metà del 2011 sembrerebbe determinato più da fattori congiunturali che non strutturali, e in particolare dall’andamento avverso del reddito disponibile combinato con una relativa rigidità dei consumi.  Sostanzialmente ha ricordato il relatore nella Ue con la crisi i consumi sono calati, in Italia no e quindi probabilmente si è attinto al risparmio precedentemente accumulato. Così la contrazione della capacità di risparmio delle famiglie, combinata con il calo del reddito, si è tradotta in una riduzione dei flussi complessivi superiore al 20%, e che nel medesimo periodo la parte di risorse investita in attività finanziarie si è contratta in misura ancora maggiore.

«Tutto ciò, evidentemente - ha sottolineato il relatore - rappresenta una duplice sfida per il presente dell’industria della gestione: meno risparmio e, in particolare, meno risparmio finanziario. L’indebitamento delle famiglie italiane tra i paesi del G7- ha chiarito- è relativamente modesto, e ciò contribuisce in maniera determinante al buon piazzamento del nostro Paese nei confronti internazionali. Oltre che per la rilevanza del suo ammontare, la ricchezza delle famiglie italiane si distingue anche per l’elevata incidenza delle attività reali (in particolare le abitazioni) e, anche per effetto di questa circostanza, per un livello di distribuzione relativamente più equilibrato rispetto a quello di altri Paesi. Ma secondo Morassut  la ricchezza delle famiglie italiane “è ingessata” perché è soprattutto concentrata sull’immobiliare. Ed è difficile da stimare, e quindi maggiormente esposta al rischio di sopravvalutazione. 

In questo quadro, la componente finanziaria della ricchezza, con le sue caratteristiche di efficienza e congruenza con i bisogni delle famiglie, assume un ruolo cruciale nell’assicurare che il risparmio accumulato negli anni possa assolvere in maniera efficace alle funzioni precauzionali e previdenziali che gli sono proprie. Nel corso degli ultimi quindici anni la partecipazione delle famiglie italiane a prodotti di investimento di lungo termine a carattere previdenziale o assicurativo è cresciuta molto lentamente, e il relativo peso sul portafoglio finanziario non ha mai raggiunto livelli paragonabili a quello di altri Paesi sviluppati. La gestione professionale, la diversificazione e l’orientamento al lungo termine che gli investitori istituzionali sono per loro natura in grado di offrire, infatti, sono ingredienti essenziali per favorire un’allocazione efficiente delle risorse, a sostegno della crescita economica del nostro Paese e con l’obiettivo di assicurare un futuro pensionistico. E’ seguita una disamina di confronto con i dati europei, un focus sui sottoscrittori dei fondi comuni ed uno su chi li vende.

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