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L’olio piacentino cresce, quest’anno aumentano quantità e qualità

Associazione terre di Gropparello: i tre frantoi del paese spremono le olive piacentine e parmensi. Molta richiesta, ma la produzione non basta

Un filo di olio verde opaco esce dal frantoio e riempie pian piano il contenitore. E’ iniziata così la spremitura delle olive piacentine dell’Associazione terre di Gropparello (Atg). «E’ tutto olio delle nostre colline - spiega il socio Matteo Bonfanti, impegnato nella spremitura con il socio Ganni Badini - e l’inizio sembra promettente con i primi cinque quintali. Abbiamo un frantoio e cominciano ad arrivare olivicoltori anche dalla Valtidone e dal Parmense con le loro olive». «Il nostro olio piace - spiega l’agronomo Marco Canavesi - purtroppo la richiesta supera l’offerta, ma quest’anno si prevede un aumento della produzione e della qualità. Il nostro olio è spesso chiamato a degustazioni nelle fiere della provincia e della Regione, ottenendo sempre un buon consenso». Il presidente dell’Atg, attiva da circa 15 anni, è Paolo Bellettati, che raccoglie 25 soci (in crescita) i quali curano circa 2.000 piantoni di olivo nell’area tra Gropparello, Lugagnano, Carpaneto, Rivergaro. Per far nascere l’oro verde, nel Piacentino si utilizzano diverse cultivar - Leccino e Bianchera le più popolari - e due autoctone: Veggiola e Diolo. Insomma anche l’olio ha il suo ortrugo. Atg è un marchio registrato e l’Associazione garantisce una serie di servizi ai soci, tra cui una visita agronomica agli oliveti: l’importante è che le piante siano tra i 200 e i 500 metri e che siano esposte al sole. L’olio piacentino, grazie all’interesse degli agricoltori e ai cambiamenti climatici, sta prendendo piede. Gropparello è il cuore della trasformazione piacentina: in provincia ci sono tre frantoi e si trovano tutti nel paese capoluogo della Val Vezzeno. Fin da subito, i soci si sono affidati agli studi scientifici e all’esperienza con l’Università Cattolica e con un vivaista toscano, a Pescia. Atg ha un disciplinare che prevede soltanto l’utilizzo di olive piacentine. Il controllo della qualità, poi, viene certificato in un laboratorio autorizzato del Veronese. Insomma, l’olio piacentino guarda al futuro: «Prevedo uno sviluppo dell’olivicoltura nel nostro territorio» afferma Canavesi. Conosciuto da seimila anni, l’olivo era addirittura considerata la prima fra tutte le piante dai romani. Radici sicure e forti da cui possono nascere piacevoli sorprese per l’agroalimentare piacentino. E Piacenza qualche “piccolo” contatto con l’Antica Roma lo ha avuto.

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