La crisi, i cambiamenti istituzionali e la democrazia nell’Unione Europea

In arrivo un'autorità politica comune, in grado di attuare in modo fattivo politiche fiscali da associare alla politica monetaria. Occorre però essere consapevoli che tali modifiche devono essere attuate con un processo democratico di dibattito e di creazione del consenso tra i cittadini

La sede della Bce

I tempi di crisi sono spesso forieri di profondi cambiamenti e così sta accadendo anche nell’Unione Europea in questi tempi. Le proposte presentate lo scorso giugno da Barroso, presidente della Commissione Europea; Van Rompuy, Presidente del Consiglio Europeo, Juncker, presidente dell’Eurogruppo, Draghi, presidente della Bce sono numerose, articolate e introducono modifiche molto rilevanti nell’ingegneria istituzionale europea. E’, per certi versi, sorprendente che non siano state oggetto di dibattito nel nostro Paese e in tanti altri Paesi europei. Prevedono un’unione bancaria, fiscale e politica, da attuare attraverso un’autorità di controllo bancaria comune, assicurazioni comuni sui depositi e, se non altro, un elemento positivo dal punto di vista dell’armonizzazione delle politiche fiscali e dei bilanci pubblici, poiché introducono un progetto di coordinamento dei bilanci nazionali, che, in prospettiva, dovrebbe portare ad avere emissioni obbligazionarie comuni e un Ministero del Tesoro europeo. 

Probabilmente non esiste in Italia la consapevolezza della portata politica che avranno questi cambiamenti. L’esigenza di creare un’autorità politica comune, in grado di attuare in modo fattivo politiche fiscali da associare alla politica monetaria era oggettiva. Occorre però essere consapevoli che tali modifiche devono essere attuate con un processo democratico di dibattito e di creazione del consenso tra i cittadini italiani ed europei. Questo processo non ha avuto luogo e la cosa è grave, perché le modifiche istituzionali che stanno realizzandosi in Europa comportano cessioni di sovranità da parte degli stati membri.

Non c’è dubbio che esista un problema di legittimità politica di questi cambiamenti e che il problema della democrazia negli organi rappresentativi europei (a parte la BCE, che, per natura, non può che essere regolata secondo criteri tecnici) non vada sottovalutato. Non a caso, nel Regno Unito tornano ad aumentare gli umori euroscettici. L’eventualità dell’uscita della Grecia dall’euro, se non addirittura, dall’Unione Europea, viene evocata sempre più frequentemente dalla stampa tedesca. La Commissione Europea, organismo non elettivo, è uno dei protagonisti dei cambiamenti in corso, spesso non compresi in modo dettagliato dall’opinione pubblica dei vari Paesi membri.

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Certo, non era più assolutamente possibile continuare con il paralizzante criterio dell’unanimità che, per tanti anni aveva bloccato i meccanismi decisionali europei e, infatti, i regolamenti che disciplinano il Patto di stabilità e crescita (contenuti nel “Six Pack”) introducono il sistema di voto della cosiddetta “maggioranza qualificata inversa” nel Consiglio europeo. Il cosiddetto “fiscal compact” comporta l’inserimento del principio del bilancio in pareggio nella Costituzione degli Stati membri. Una riforma criticabile e dai forti contorni ideologici. In primo luogo, perché con il principio del pareggio di bilancio gli USA e l’Europa non sarebbero mai usciti dalla grande depressione del 1929-33. In secondo luogo perché questo principio ridurrà pesantemente il potere decisionale dei governi, sia a livello nazionale che a livello europeo, in materia di politica economica… Dunque è una decisione di portata enorme, passata nel silenzio generale delle forze politiche italiane e dei media… Il rischio è che dietro il tecnicismo, pure necessario per risolvere i problemi economici europei, emerga un forte deficit di democrazia. Non solo in Europa, anche in Italia… 

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