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Economia

La montagna piacentina (e italiana) può essere un modello inclusivo e integrato

Comolli: «6,7 miliardi euro del Pnrr investiti subito per trovare due milioni di occupati. I lavori già ci sono»

“Finalmente qualcosa si muoveva…”. La ministra Gelmini ha stanziato oltre un miliardo di euro del Pnrr creando un mega tavolo composto da tutti gli enti possibili (Anci, Uncem, Upi, Regioni, Piccoli Comuni, Consulenti, Consiglieri politici, Forestali…). Alcune Regioni, in primis l’Emilia-Romagna, ha destinato contributi a fondo perduto per 25 milioni di euro. Altre regioni hanno aperto linee di credito per 170 milioni. Altri 2,2 miliardi sono già disponibili in questa legislatura dal parlamento italiano. Cifre significative per un unico obiettivo: la montagna italiana. Lodevole, ma non in linea con la necessità obbligata di sviluppo, tutela, valorizzazione di quell’ampio territorio nazionale che negli ultimi 60 anni è stato abbandonato anche dal 50% degli abitanti (12-15 milioni di italiani dicono le statistiche) e da tante piccole imprese artigianali famigliari. Monti&ColliAlti, un comitato promotore nato nel 2015, ha già sollecitato tutte le istituzioni politiche romane sul tema: “lo sviluppo della risorsa e la vivibilità produttiva sociale della montagna svantaggiata”. Non si può pensare che un contributo a fondo perduto per acquistare la prima casa a Selva o per ristrutturare la casa abbandonata dei nonni a Ottone o Rezzoaglio, che vendere case a “un euro”, che una parziale riduzione fiscale o tributaria. Siano le strade concrete, strategiche, lungimiranti per rivitalizzare e rigenerare una vasta area interna, per risolvere gravi problemi idrogeologici, viabilità, servizi, imprenditorialità, di efficienza ambientale e trasformazione energetica. L’abbandono continuo ha contribuito a incancrenire il problema.

La provincia di Piacenza, per 2/3 del territorio, è al di sopra dei 350 metri di altitudine: circa il 45% della superficie è a bosco. Inoltre danni “a valle” si manifestano sempre più in occasione di eventi atmosferici eccezionali e dirompenti. Senza un presenza attiva e diffusa, senza una strategia di lungo periodo, senza un approccio sistematico “integrato e allargato” sono altissimi i rischi per fondovalle e pianura produttivi. Danni diretti e indiretti. Convegni, tavoli promozionali, ricerche scientifiche non servono. Come comitato abbiamo fatto una indagine incrociando lo status quo ambientale geomorfologico del territorio piacentino e nazionale con i cambiamenti e indirizzi demografici reali dal residenziale all’imprenditoriale, su servizi e uffici esistenti, dal sanitario ai generi di consumo. Il risultato è allarmante. Se non si pone mano subito a un sistema integrato e inclusivo dedicato alle persone e non alle cose, il rischio del “non recupero” è irreversibile. E’ d’obbligo cogliere il momento riformista, transattivo, convertivo per una progettualità integrata: il singolo intervento, buono, non serve visto lo spessore del problema. Agronomi, ingegneri, economisti (di diversa estrazione e provenienza) hanno elaborato una proposta (definito PPP) all’insegna del “recupero resiliente della montagna” con residenza fissa, impieghi pro attivi e trasversali, contratti dedicati, imprenditorialità libera, occupazione dei posti di lavoro esistenti.

La ricerca ha constatato che la montagna piacentina, oggi, come quella nazionale, è una risorsa economica doppia: è “bene ambiente” per investimenti collettivi, strutturali e infrastrutturali utili a una comunità d’area più ampia; è “ecosistema” per investimenti produttivi estensivi e opportunità reddituali inclusivi e integrati. Gli esodi da Ottone, Zerba, Selva…hanno sempre avuto due motivazioni: mancanza servizi alle persone e perdita reddito. Un esodo che ha accentuato fragilità, vulnerabilità, difficoltà del territorio e perdita di imprese.  Con rattoppi, soluzioni superficiali, incentivi mordi e fuggi, slogan politici non si risolve la questione. Occorre un “unitario” piano nazionale in cui la distrettualità geografica e geomorfologica di aree vaste omogenee esprimano una funzione e un obiettivo specifico. Non sono ambientalista, non ho mai condiviso l’ingessamento della montagna. La proposta che emerge da Monti&ColliAlti, da ricerche e studi tecnici porta a prendere in seria considerazione che a fronte di un costo pubblico di 6,7 miliardi di euro l’anno per 3 anni almeno si possono sostenere (non creare) 2 milioni di posti di lavoro già esistenti e rientranti nel Pnrr dedicato alla montagna italiana, compreso i crinali di Piacenza. I posti di lavoro già esistono: sono quelli che si formano in una comunità qualsiasi residenziale e produttiva, ancor più oggi con le mansioni e funzioni richieste dalle diverse transizioni. Mancano però i lavoratori in loco. Piacenza potrebbe vedere un recupero di 20/25.000 residenti. L’investimento principale sarebbe quello di un sostegno al reddito per lavori sociali e civili, consentendo più lavori in funzione delle stagioni. L’Italia ha 2.900 chilometri di crinali appenninici montani fragili, vulnerabili, senza vigilanza. L’investimento richiesto è cospicuo, ma inferiore a tanti altri che hanno bloccato o pesato sull’”agenda Draghi”. All’investimento pubblico si può aggiungere quello privato titolare di gran parte delle risorse naturali e dell’artigianato agroalimentare e commerciale. Si calcola che si possa raggiungere e superare una ulteriore Plv di 3,5 miliardi di euro annui dal momento della attivazione del modello operativo. 

Cosa fare? Senza urbanizzare, senza cementificare. Bisogna riattivare tutti i servizi necessari a una comunità che deve lavorare per se e per gli altri. Nessuna “comune” ideologica ma sussidiarietà, resilienza, sostenibilità vera, non da taglio del nastro. Non si crea una residenzialità-produttiva-attiva sopra a Ottone con un contributo ad personam da 30.000 euro per ristrutturare una casa in sasso. senza un asilo, una farmacia, un medico, un veterinario, il postino, un agriturismo, un B&B, un negozio di tanti generi, un bar, bancomat per pensione e pagamenti, internet funzionante e anagrafica interattiva degli uffici, almeno un 4G digitale per imprese, produzione di energia eolica e solare, pascoli “estensivi” per allevamenti sempre meno inquinanti, coltivazioni biologiche e biodiverse, agroalimentare superDoc, autotrasporti pubblici e per le scuole, vigili del suolo e operatori ambientali, curatori e creatori dei sistemi idrogeologici. Tutti lavori che già esistono o sono urgenti da attivare. Mancano gli occupati.  Una madre-moglie del postino può essere anche maestra d’asilo. Il barista può fare anche l’affitta camere. L’autista scolastico può essere guardia ecologica. La deregulation di contratti e incarichi diventa elemento fondamentale.  Se i servizi civili e sociali, efficienti ed efficaci sono garantiti dagli enti oggi seduti attorno ai tavoli-pensatoio voluti dai ministeri (con i miliardi di euro già messi a bilancio ed altri), le famiglie poi si formano, risiedono tutto l’anno in montagna, rispettano vincoli e impegni assunti e richiesti come garanzia di funzione e mansione, si occupano di rivitalizzare e rendere attrattivo un territorio, anche solo perché meno inquinato e si vive meglio e più a lungo. La polifunzionalità, la multiattività, la varietà delle funzioni, la presenza sociale e civile sono la forza del progetto: niente scatole chiuse, niente contratti nazionali e assistenzialismo passivo, ma correttezza e organizzazione, una giusta integrazione di reddito per svolgere “lavoro in area difficile a favore dell’intero distretto provinciale”. In questo modo il salario minimo è d’obbligo oppure il reddito ricavato da una attività personale viene sostenuto anche raddoppiato.   

Giampietro Comolli

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