La riforma delle Banche Popolari ostacola la loro mission di sviluppo economico dei territori

Platea gremita al dibattito milanese sul libro “Siamo molto popolari” di Corrado Sforza Fogliani

FOTO DI ALESSANDRO BERSANI

Sulle tesi sostenute dai protagonisti nella presentazione-dibattito del libro “Siamo molto popolari, Controstoria di una riforma che arriva da lontano e porta all'oligopolio bancario” dell’avv. Corrado Sforza Fogliani - pagine 170, euro 14, Rubbettino editore, isbn: 9788849851717 - svoltasi a Milano nel prestigioso Spazio eventi  dell’Associazione Banche Italiane, ha già scritto su questo quotidiano il dottor Carlo Giarelli.

Completiamo ora la cronaca del dibattito presieduto dal giornalista Nino Sunseri - accompagnato con grande partecipazione di pubblico (parecchi anche i piacentini tra i quali il vicesindaco avv. Elena Baio) - evidenziando alcune altre argomentazioni del dibattito e della tesi del libro, dando poi la replica finale del banchiere piacentino e le immagini realizzate dal fotografo Alessandro Bersani.

IL FATTO. La riforma delle Banche Popolari ha colpito un sistema che per centocinquant’anni ha finanziato la crescita delle Piccole e medie imprese che rappresentano il tessuto connettivo del Paese.  Perché questo sistema è stato colpito in Italia e mantenuto altrove? A chi faceva comodo –magari in Europa – indebolire il nostro apparato industriale già messo a dura prova da dieci anni di crisi economica e dalla moneta unica?

A rispondere una variegata platea di opinionisti di elevata caratura quali Fausto Capelli, Giovanni Ferri, Carlo Fratta Pasini, Pierluigi Magnaschi, Nicola Porro, Nicola Saldutti, Giulio Tremonti e Andrea Greco (che con Franco Vanni è in libreria con il volume “Banche impopolari”).

Tutti gli intervenuti hanno messo  in risalto la rilevanza delle tesi sostenute nel libro con grande impegno e  passione dall’avv. Sforza Fogliani e il grande interesse  dell’appendice  che espone una ricca documentazione fra cui le tabelle dei principali azionisti di 11 banche spa italiane (tutti stranieri) nonché le ordinanze del dicembre dell’anno scorso del Consiglio di stato ed il testo integrale dell’intervento del presidente Sforza Fogliani alla Camera sui 140 anni di Assopopolari.

La compattezza delle opinioni è venuta meno sulla parte in cui il libro assume i connotati del giallo con la citazione di Agatha Christi “Non è tanto il delitto in se stesso che interessa, quanto ciò che si nasconde dietro”, che fa da cappello alle pagine del libro per rafforzare la tesi che la legge di riforma delle Banche Popolari è stata eseguita sotto dettatura, o come merce di scambio. La legge hanno concordato in buona sostanza i relatori è un pastrocchio, ma ne sono responsabili i politici italiani che tuttavia  - ha affermato un relatore - vanno assolti  per “non aver compreso il fatto”.

Nell’applaudita replica finale, l’avv. Sforza Fogliani ha rilevato che fino all’arrivo dell’Unione Bancaria le banche popolari non hanno mai pesato sui contribuenti visto che la categoria risolveva i problemi al suo interno. Diversamente da quanto accaduto con le banche commerciali a cominciare dalla nascita dell’Iri negli anni ‘30. La riforma delle banche popolari è stata fatta con un decreto. Una procedura certamente anomala già condannata da diversi giudici. La scelta del governo Renzi precede di poche settimane la svolta della Bce che avvia il programma di acquisto di titoli di Stato in Europa. Il piano mette in sicurezza il debito pubblico italiano e consente allo Stato di risparmiare circa venti miliardi di interessi. Può sembrare uno scambio.

Il sistema delle popolari non era una foresta pietrificata ma un universo in evoluzione che stava già disegnando una proposta di riforma. Perché il governo non ha dato tempo e modo di confrontarsi su questo progetto? Ora che le principali banche popolari non sono più popolari, il credito al territorio – col giusto criterio – non sarà più assicurato. Le banche dei grandi fondi punteranno tutto sul risparmio gestito, senza rischi. E le imprese che vorranno finanziarsi dovranno ricorrere al capitale di rischio.

La Banche Popolari non sono più buone o generose delle altre ma perseguono il principio di aiutare il territorio perché se questo va male, va male anche a loro. Non hanno, come le grosse banche, la possibilità di spostarsi ad operare sui territori locali nei quali i tassi di credito sono più favorevoli al sistema bancario. Devono fare in modo che il loro territorio vada bene: per questo lo aiutano; anzi, devono aiutarlo. La riforma non ha giovato né all’Italia, né all’economia italiana, né al sistema bancario.  Vanno bene e sono utili le fusioni fra le popolari, specialmente per le più piccole, ma evitando il gigantismo, che in tutti i casi è ciò che ha causato dissesti.

Se si analizza – ha concluso Sforza Fogliani – la compagine azionaria dei primari giornali italiani si trovano fondi di investimento, banche e società finanziarie. Appare allora indubbio il fatto che il pensiero unico internazionale abbia un forte radicamento nel potere mediatico, che controlla e monitora quotidianamente. La gestione miserevole delle banche venete, trascinata mediaticamente per mesi e mesi, non può che aver avuto l’effetto di tirare continue stilettate agli azionisti e ai risparmiatori. Come insegnava Einaudi: il capitale ha le gambe della lepre. Bene lo sanno coloro che controllano le informazioni, poiché l’effetto è quello di uno spostamento dei risparmi, come infatti sta avvenendo, verso altri lidi bancari, grazie anche a una normativa europea – si pensi al bail in e al burden sharing – compiacente a tale disegno.

Parimenti, nel silenzio assordante del dibattito politico, è un fatto che il pensiero unico internazionale, con tali mosse, abbia posto tutte le banche oggetto di fusione in condizione di essere, nel breve o medio termine, preda di fondi europei e americani.   

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