Economia

La spinta del Jobs Act si è vista solo nei primi mesi

La ricaduta del Jobs Act a livello locale rispecchia quella nazionale: una spinta propulsiva nei primi mesi (quando gli incentivi ad assumere erano più consistenti) dalla sua entrata in vigore, poi ridotta nel corso del tempo. I dati elaborati da "Piacenzaeconomia"

Quali sono gli effetti del Jobs Act sul mercato del lavoro piacentino? "Piacenzaeconomia", il gruppo di studio della Provincia di Piacenza, della Camera di Commercio e dell’Università Cattolica, ha redatto una ricerca sui dati piacentini.  «Il Jobs Act varato dal governo Renzi – ha spiegato il direttore generale della Provincia Vittorio Silva - è stato uno dei provvedimenti più importanti degli ultimi anni. Riteniamo che dopo un paio d’anni è ora possibile mettere a fuoco l’effetto sul nostro territorio: il Jobs Act ha promosso incentivi per le assunzioni». La ricerca ha messo in luce un aspetto: l’effetto positivo si è ridotto ai primi mesi, per poi scemare. «Nella prima fase – ha sottolineato Silva – c’è un incremento significativo dei contratti a tempo indeterminato con uno spostamento dell’equilibrio a favore di questa forma di contratto rispetto al determinato. Poi la spinta si è attenuata, tanto che oggi abbiamo dei dati in continuità con il recente passato precedente al Jobs Act. Quindi l’effetto del Jobs Act è legato soprattutto agli incentivi per le assunzioni del 2015, quando nel 2016 poi questi sono venuti meno, l’effetto è stato meno rilevante». «Un quadro di luci e ombre», ha aggiunto il consigliere provinciale con delega al lavoro Luca Quintavalla.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Antonio Colnaghi è entrato nel dettaglio dei dati registrati. Il Jobs Act, dal 2015 al 2018, ha un costo sociale di decontribuzione di 15 miliardi di euro. Nel 2015 sono stati introdotti incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, pari a 8.060 euro a lavoratore all’anno per tre anni. Nel 2016 è stato riconfermato l’incentivo, ma abbassato a 3.250 euro all’anno per due anni. Nel 2015 in Italia sono stati registrati 750mila nuovi contratti a tempo indeterminato in più rispetto al 2014 (il 59%). Nel 2016 si è verificato un crollo del -37% di nuove assunzioni. Stessa tendenza per le trasformazioni in indeterminato di contratti a termine o apprendistati: un aumento del 74,2% nel 2015, poi crollato a -35,4% nel 2016. «Siamo entrati in una fase di assestamento – spiega Colnaghi - che sembra confermata anche nel 2017: la spinta propulsiva è molto meno evidente». A gennaio 2017 il calo dei nuovi contratti a tempo indeterminato è del -9%, però sono in aumento del 13,5% le trasformazioni di quelli a termine.

I DATI DI PIACENZA

L’analisi di Piacenzaeconomia parte dal 7 marzo 2015 al 7 marzo 2017. «Possiamo dire – spiega Colnaghi - che l’impatto locale si è manifestato con le stesse dinamiche nazionali.  Nei primi sei mesi dal Jobs Act sono stati registrati 1834 contratti indeterminati in più rispetto all’anno precedente, a fronte di soli 179 contratti a termine. Nei successivi sei mesi altri 1678 contratti indeterminati in più e ben -1022 contratti a termine». Dal 2016 le cose sono cambiate: -1.222 nuovi contratti indeterminati e +1182 a termine. Tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 altri -880 indeterminati e +3226 a termine. «Quando la decontribuzione cala anche a Piacenza il rapporto s’inverte. Rimane  però positiva, di questa esperienza del Jobs Act, l’assunzione di tanti giovanissimi, ovvero quelli della classe d’età tra i 15 e i 24 anni». Il loro tasso di disoccupazione è passato dal 31,5% del 2015 al 25,4% del 2016. Così come si è ridotto dall’11,4% del 2015 al 9,6% del 2016 il tasso di disoccupazione dei 25-43 anni.

IL COMMENTO DEL PROF. CICIOTTI (CATTOLICA)

«Ottimo lavoro quello effettuato sui dati – ha aggiunto il prof. di politica economica Enrico Ciciotti dell’Università Cattolica di Piacenza - ma non si può dire la stessa cosa su quanto è stato fatto per il lavoro in Italia. Uno dei problemi è che le politiche economiche sul lavoro in Italia spesso le fanno i giuslavoristi. O nascono nuove imprese, o quelle esistenti assumono di più, o attiriamo aziende dall’estero. Non c’è altro modo per creare occupazione nel nostro Paese. E per aumentare la capacità di assunzione delle imprese, c’è bisogno di una maggiore domanda per i loro prodotti. Se non c’è un mercato d’espansione, dopo gli incentivi è difficile poter assumere qualcuno se il livello di produzione è sempre lo stesso. Il mercato interno non sta crescendo: c’è deflazione, la capacità produttiva è inutilizzata. L’unico modo per far crescere l’economia è una nuova politica industriale. Cosa che anche l’Europa si è scordata. Se continuiamo con la strada del Jobs Act non si va da nessuna parte».

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